Jacobin Italia

Un fragile futuro

23 Ottobre 2025

Un'inchiesta sulle lavoratrici di cura ucraine in Italia, tra guerra, precarietà lavorativa ed esistenziale e invecchiamento

Viktoriya ha superato i sessantacinque anni. Ha un figlio con disabilità che vive in Ucraina, in una zona colpita dalla guerra, e tre nipoti. Quando l’ho incontrata a Napoli nell’estate del 2023, non era di buon umore. Un anno prima aveva presentato domanda per la pensione di invalidità, a seguito di una grave malattia oncologica che le aveva reso difficile lavorare. Tuttavia, non aveva ancora ricevuto alcuna risposta e, nel frattempo, era costretta a continuare a lavorare per mantenere sé stessa e la famiglia. Quando le ho chiesto dei suoi piani per il futuro, ha risposto: «Non lo so. La prendo come viene».

Qualche mese più tardi, a Milano, ho incontrato Alisa. Circa dieci anni di meno di Viktoriya, Alisa ha due figlie in Italia, un nipote e una casa, per cui paga un mutuo sempre più faticoso. Alla domanda sui suoi piani futuri, Alisa ha risposto con toni pessimistici: «Ho terrore della vecchiaia, basta».

Alisa e Viktoriya sono due assistenti familiari arrivate in Italia dall’Ucraina alla fine degli anni Novanta, spinte dall’instabilità post-sovietica, che le aveva lasciate ai margini del mercato del lavoro e senza risorse alternative. La loro esperienza è tutt’altro che inusuale. Le trasformazioni dell’Ucraina post-sovietica hanno lasciato molte persone senza lavoro e senza terra sotto i piedi, ma a partire per l’Italia sono state soprattutto donne, entrate quasi inosservate negli interstizi silenziosi del lavoro di cura. Molte di quelle donne oggi contano più un ventennio da lavoratrici migranti nell’universo per definizione precario del lavoro di cura. Le cifre a riguardo sono chiare. Nel 2023, il 54,7 percento della popolazione ucraina in Italia era impiegato nel settore dell’assistenza alle famiglie. Il 69,2 percento di questa popolazione è costituito da donne. La popolazione migrante ucraina è prevalentemente femminile, con il 75,4 percento del totale rappresentato da donne, di cui il 44,6 percento ha più di sessant’anni. 

In parallelo, nel corso di questo periodo, il ricorso al lavoro migrante è diventato sempre più una realtà sistemica all’interno del welfare italiano. Nonostante questo, il lavoro di cura migrante in Italia continua a essere sottovalutato e scarsamente riconosciuto, un vero e proprio archetipo del lavoro precario. Il lavoro di cura è caratterizzato infatti da relazioni lavorative ambigue, salari bassi e da un accesso limitato alla protezione sociale e ai benefici legati all’occupazione. A questo si aggiunge la natura intrinsecamente temporanea del lavoro di cura. Come Alisa ha spiegato molto chiaramente: «Non c’è sicurezza, perché in qualsiasi momento, per una persona di una certa età, ogni giorno – per così dire – può essere l’ultimo. È questo che accade: si presentano condizioni che i figli o i parenti non riescono più a gestire, e la persona deve essere ricoverata in ospedale». La precarietà è naturalmente amplificata dalla condizione migratoria. Infatti, il sistema migratorio italiano, basato su permessi di soggiorno e di lavoro temporanei legati a occupazioni intrinsecamente precarie, genera cicli continui di impiego informale e successiva parziale regolarizzazione, con il rischio costante di riportare indietro i lavoratori e le lavoratrici a una situazione di irregolarità. 

Il lavoro di cura, soprattutto quando si intreccia con la condizione migratoria, è dunque lo specchio in cui si riflette in modo chiaro e diretto la connessione tra precarietà lavorativa e precarietà esistenziale. Quest’insicurezza non attraversa soltanto il presente di molti lavoratori e lavoratrici, ma rischia di proiettarsi nel futuro, che molto spesso è il risultato di traiettorie lavorative frammentate e costantemente instabili all’interno di un settore non sufficientemente riconosciuto. Queste dinamiche sono particolarmente evidenti nell’accesso alle pensioni. 

Le lavoratrici e i lavoratori ucraini residenti in Italia hanno normalmente diritto alla pensione secondo gli stessi requisiti previsti per i cittadini italiani. Tuttavia, chi arriva in età più adulta può incontrare barriere dovute all’assenza di un accordo bilaterale fra Italia e Ucraina che consenta di riconoscere e sommare ai fini pensionistici i contributi accumulati in entrambi i paesi. A causa di questa lacuna, che persiste nonostante la presenza consolidata della comunità ucraina nel mercato del lavoro italiano, i cittadini e le cittadine ucraine vedono la loro storia lavorativa ripartire da zero. Natalya, vicina ai sessant’anni e in pieno conto alla rovescia per la pensione, mi ha spiegato: «Non c’è convenzione, perché Ucraina non ha fatto accordo. Io adesso… diciotto più sedici, avrei trentaquattro anni quasi di contributi… una bella cifra». 

Un’altra barriera altrettanto significativa sta nel ricorso frequente a contratti informali, soprattutto quando questi si ripetono nel tempo. È il caso di Larysa, che aveva lavorato a Napoli per dieci anni senza contratto e aveva iniziato a versare i contributi solo due anni prima, con la regolarizzazione. Cosi ha raccontato la sua situazione: «Io sono stata dodici anni qui. Due anni ho pagato i contributi, dieci anni ho lavorato così, in nero. Ho fatto bene per l’Italia, sì… Dieci anni ho lavorato nero, mangiato nero, solo portato soldi a casa. Cosa ho fatto, bene per l’Italia? E non solo io – migliaia come noi!». 

La permanenza a lungo termine nel lavoro di cura si traduce spesso in pensioni minime o comunque insufficienti. Questo dipende dal fatto che salari del lavoro di cura sono notoriamente bassi, specchio fedele del magro supporto statale offerto alle persone e alle famiglie che hanno bisogno di assistenza. L’indennità di accompagnamento, un contributo forfettario di 542 euro mensili destinato alle persone totalmente non autosufficienti, resta il principale strumento pubblico di sostegno. I servizi domiciliari formali garantiscono poche ore di assistenza a settimana. Gran parte dei costi dell’assistenza a lungo termine ricade quindi sulle famiglie: nel 2023 la spesa domestica per il lavoro di cura ha raggiunto circa 13 miliardi di euro, quasi quanto la metà della spesa pubblica per le cure di lungo termine, pari all’1,6 percento del Pil. Il peso è particolarmente gravoso per le famiglie a reddito medio-basso, considerato che oltre la metà degli anziani italiani percepisce meno di 20.000 euro l’anno – appena sufficienti per permettersi poche ore di assistenza settimanale.

La fragilità economica delle persone anziane e delle loro famiglie si riflette direttamente nei salari offerti alle lavoratrici e ai lavoratori che si prendono cura di loro. Tra le persone intervistate, i salari mensili netti risultano molto variabili, oscillando tra gli 800 e i 1.500 euro, a seconda delle situazioni e delle risorse delle diverse famiglie.

Le scarse tutele del contratto nazionale in materia salariale e l’informalità diffusa nel settore rappresentano senza dubbio un terreno fertile per pratiche di sfruttamento deliberato da parte dei datori di lavoro. Tuttavia, in molti casi, le difficoltà di assistenti e assistiti risultano strettamente intrecciate, all’interno di un quadro più ampio di erosione del welfare e delle risorse pubbliche destinate alle persone più fragili. Le difficoltà economiche delle famiglie si trasferiscono così sugli assistenti e sulle assistenti familiari, e si riflettono in modo diretto e tangibile anche sulle loro pensioni future. Come racconta Alisa, la maggior parte delle famiglie per cui lavorava, erano persone in situazioni di difficoltà economica «magazziniere, ex-alberghiera, insegnante». Ai tempi dell’intervista, la sua paga oraria era di sei euro e settanta: «Io lavoro per le famiglie povere, che non possono darmi di più […] pagano il contributo di 400 euro ogni due-tre mesi. Una miseria. È davvero una miseria. Dopo 15 anni di lavoro, mi restano ancora trent’anni davanti, ma […] tutto al minimo». 

Gli importi sono spesso insufficienti a garantire un livello di vita dignitoso. È questo il caso di Nina, che, superati i settant’anni, percepiva una pensione di 250 euro al mese, mentre ne pagava 300 per un posto letto in provincia di Milano. Nina aveva appena iniziato un percorso di cure mediche, che la tratteneva in Italia; per questa ragione era ancora costretta, seppur saltuariamente, a lavorare per coprire l’affitto.

Casi come quello di Nina gettano un’ombra sulle conseguenze a lungo termine dei percorsi migratori passati attraverso il lavoro di cura. Se si considera che molte delle lavoratrici incontrate avevano lasciato l’Ucraina per far fronte a una condizione di vulnerabilità economica, appare evidente come il tempo trascorso nel settore della cura abbia finito per riprodurre, oltre confine, le stesse difficoltà che avevano originato la migrazione. Allo stesso tempo, queste storie obbligano a interrogarsi sulla sostenibilità dell’intero sistema di assistenza a lungo termine, che ancora oggi si regge sulla precarietà presente e futura di chi in questo settore lavora.

Una precarietà divenuta ancora più pressante dal febbraio 2022, con l’attacco russo a Kiev che ha dato inizio a una guerra dalle proporzioni di un disastro umanitario ed economico insieme. Si stima che, già nei primi mesi del conflitto, in Ucraina siano andati perduti 4,8 milioni di posti di lavoro rispetto alla situazione prebellica, pari al 30 percento dell’occupazione precedente. Oltre alla disoccupazione, la forte inflazione seguita all’invasione ha ulteriormente aggravato le difficoltà economiche della popolazione. 

In molti casi, queste difficoltà economiche sono ricadute sulle spalle delle numerose lavoratrici e dei lavoratori ucraini all’estero, tra cui le persone che ho incontrato, partite dall’Ucraina proprio con l’obiettivo di sostenere le proprie famiglie. Il peso crescente delle responsabilità familiari emerge come un tema comune. Nel ventennio – e oltre – trascorso, la dipendenza di molte famiglie dai redditi del lavoro di cura non si è mai interrotta. Alle necessità di sostenere figlie e figli si è poi aggiunta quella di aiutare i nipoti, come nel caso di Olesya, circa cinquant’anni, incontrata a Napoli. Olesya era arrivata nove anni prima per sostenere economicamente la figlia durante gli studi universitari, con l’idea di tornare in Ucraina. Ma la nascita della nipote l’ha spinta a restare, lavorando informalmente per tutto il tempo trascorso in Italia.

Ora, con l’Ucraina in uno stato di profonda crisi e futuro ancora incerto, il peso su queste lavoratrici migranti è aumentato, richiedendo nuovi sforzi e aggiungendo ulteriori elementi di instabilità. La risposta alle nuove emergenze, in molti casi, è continuare a lavorare fino a data da destinarsi, guardando al presente e non al futuro che appare troppo coperto di nebbie. 

«Io adesso non posso pensare al mio futuro, io penso a mia figlia», ha raccontato Inna, vicina ai settant’anni, intervistata a Milano. Come Yuliya, ormai prossima agli ottanta, che a Napoli assiste una donna di novantatré anni con l’intenzione di restare in Italia e lavorare finché, come dice, «le gambe mi reggono». Sa che, nell’Ucraina in guerra – e, a suo parere, anche in quella del dopoguerra – non avrebbe molte possibilità.

La scelta di prolungare l’attività lavorativa, tuttavia, si accompagna inevitabilmente a difficoltà legate all’età, come la fatica a trovare un impiego, e alla permanenza prolungata in una professione caratterizzata da rischi fisici e psicologici significativi. Come Yeva, vicina ai sessanta, ha sintetizzato bene: «[Ho] perso, tanta, tanta salute perché lavoro proprio tanto pesante». 

Liliya, anche lei intorno ai sessanta, incontrata alle porte di Milano, ha raccontato che le mancano quattro anni alla pensione, ma era esausta e il pensiero di lavorare ancora le è insopportabile. Sarebbe tornata a casa subito, se avesse potuto, anche con una pensione ridotta. Nonostante la guerra. Liliya proviene da una regione sud-orientale, duramente colpita dal conflitto. Mi ha raccontato che un missile ha colpito la casa che aveva appena terminato di ristrutturare con i risparmi accumulati in una vita di lavoro. In quel momento, la casa di Liliya mi è sembrata la metafora della vita di molte altre lavoratrici e lavoratori ucraini, passati attraverso diverse crisi – il crollo sovietico, la crisi dei sistemi di cura e, infine, la guerra. Per anni hanno lavorato duramente per costruirsi una stabilità minima e sfuggente, ora messa a rischio dall’ennesima crisi.

*Maria Izzo ha studiato lingua e letteratura russa fra il Mar Mediterraneo e la Siberia. Collabora con Q Code Mag e scrive soprattutto di storia, memoria e confini nello spazio post-Sovietico.