Jacobin Italia

Un G20 di retorica e opportunismo

4 Agosto 2021

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Il consesso sull'ambiente dei ricchi del mondo ha confermato la sua distanza dalle necessità reali e dalle rivendicazioni sociali. Un bilancio del vertice napoletano

Tra le mura barocche del palazzo del potere partenopeo per antonomasia, il Palazzo Reale eretto durante il viceregno spagnolo, ministri e sherpa dei grandi 20 riunitisi il 22 e 23 luglio in formazione «Ambiente, Clima ed Energia» non sono arrivati a un accordo sui due punti più delicati e urgenti per contrastare la crisi climatica: fissare una data certa per l’uscita dal carbone e l’impegno esplicito a restare sotto 1,5°C di aumento della temperatura media globale.

Il freno all’intesa che rende l’accordo mutilato, e che rimanda la discussione dei suddetti punti al vertice dei capi di stato e di governo che si terrà a ottobre a Roma, viene anzitutto da India e Cina, ma il fronte di dissenso e incertezza interno ai G20 è certamente più vasto. Traspare invece dalle dichiarazioni il maggiore progressismo delle posizioni dei paesi europei e degli Usa dell’amministrazione Biden, impegnati in una serrata ma finora infruttuosa trattativa con la Cina per indurla a migliorare le proprie politiche climatiche.

È palmare la scarsa rappresentatività democratica di un tale consesso: un iperuranico luogo di governance la cui raison d’être si fonda sull’80% del Pil mondiale ivi riunito e sul 75% delle emissioni globali collettivamente prodotte; circondato da schiere di poliziotti e sorvegliato da fin troppi elicotteri, che non sono riusciti a sopire le proteste. Un corteo pacifico ha infatti sfilato, vox clamantis in deserto, nelle strade di una città il cui stato di salute dovrebbe indurre a ben altre concrete ed efficaci scelte, che non a quella di ospitare questi retorici ed esclusivi eventi. La distanza tra le istanze del corteo, lo stato del territorio ospitante, e le proposte del G20 è infatti abissale: basti pensare che a febbraio, uno studio dell’Istituto superiore di sanità ha confermato ciò che le associazioni da tempo denunciano, cioè che in Campania c’è una correlazione diretta tra l’esposizione ai roghi tossici, presenti soprattutto in estate, e l’aumento di incidenza di determinati tipi di tumori.

Mentre quindi all’esterno, il 21 luglio, si svolgeva il controforum delle attiviste e degli attivisti concordi e ormai consci, da tempo, dell’insostenibilità dell’attuale modello socio-economico basato sull’estrattivismo e sul progressivo impoverimento dei territori, la risposta da Palazzo reale è stata purtroppo sulla scia del business as usual, conforme al noto adagio gattopardiano, abusato ma che qui ben si addice alla classe dominante a Napoli riunitasi del «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».

Se a una prima lettura il naufragio sui punti salienti sembrerebbe essere dovuto alla frenata imposta da India e Cina, le risposte date dal ministro Roberto Cingolani a mezzo stampa sulla decarbonizzazione ci fanno comprendere quanto anche l’Italia non si sia spesa più di tanto per l’uscita dal fossile, che viene visto dall’attuale ministro come un male necessario per la transizione ecologica. Verrebbe da chiedersi come sia possibile affermare sulla carta di voler rispettare gli Accordi di Parigi senza però stabilire una tabella di marcia chiara sull’abbandono delle fonti fossili, tra cui ovviamente figura il gas.

Quanto affermato dall’attuale ministro per la Transizione ecologica fa sorridere, considerando la dichiarazione dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea) secondo la quale, per contenere l’aumento delle temperature a 1.5°C i governi dovrebbero interrompere, entro la fine dell’anno, tutti i futuri progetti di sviluppo e di ricerca di combustibili fossili. Parole prese in considerazione invece, almeno da quanto dichiarato dall’inviato speciale per il clima Usa John Kerry a The Observer, dall’amministrazione Biden, la quale sembra riconoscere l’urgenza dell’uscita dai combustibili fossili.

Tornando alla realtà invece, secondo uno studio pubblicato dal gruppo Paris Equity Check le politiche energetiche di Cina, Russia, Brasile e Australia porterebbero il mondo, in caso fossero applicate in ogni paese, a un aumento delle temperature, rispetto ai livelli pre-industriali, di 5°C. Lo scenario assume proporzioni catastrofiche considerando che nel caso delle politiche energetiche di Stati uniti e Unione europea, sempre nel caso di una loro estensione generalizzata, si arriverebbe rispettivamente a un aumento di 3°C o 2.3°C.

La delusione per l’esito del G20 partenopeo è palpabile anche nella dichiarazione rilasciata dal segretario dell’Onu Antonio Guterres, il quale ha ribadito l‘inadeguatezza dell’accordo raggiunto con le grandi responsabilità nel contrasto alla crisi climatica che, per lapalissiane ragioni economiche, demografiche e storiche, gravano sui G20.
Lo stesso ha poi espresso la sua volontà di utilizzare la prossima sessione generale dell’Assemblea delle Nazioni Unite, affinché venga raggiunto un consenso generale circa gli strumenti chiave necessari per la COP26, la conferenza dell’Onu sul clima che si terrà a Glasgow a novembre.

Il pericolo all’orizzonte, avvertito anche dai vertici dell’Onu, è quello di un rinvio sine die di accordi cruciali per la salvaguardia non del pianeta, ma delle vite umane messe già a repentaglio dalla crisi climatica, che sembra fare notizia solo quando i suoi impatti sono avvertiti, come accaduto con le devastanti alluvioni tedesche, nei paesi del Nord globale.

L’accordo tanto atteso si è rivelato un impasto di retorica e opportunismo. Le più concrete soluzioni alla crisi climatica, ahi noi, si scontrano con interessi economici troppo grandi per non trovare, ancora una volta, un baluardo di difesa nei governi degli stati più potenti del mondo. Mancano meno di 100 giorni alla COP26: i timori di un nuovo buco nell’acqua aumentano vertiginosamente. E a quel punto, al vuoto partorito dalla retorica della ruling class, non resterà che rispondere con la rivolta pacifica ma decisa di chi vuole scongiurare la catastrofe climatica imminente.

*Giorgio De Girolamo e Ferdinando Pezzopane sono attivisti di Friday for Future.