Jacobin Italia

Un nuovo campo di disuguaglianze

12 Giugno 2024

In che modo il welfare e le politiche pubbliche vengono rimodellate dagli strumenti digitali? Le nuove infrastrutture creano rischi legati all’invasività del settore privato e alla difficoltà di accesso alle tecnologie

Negli ultimi dieci anni, e in modo accelerato negli ultimi cinque, il dibattito scientifico ha guardato con sempre maggiore attenzione al ruolo giocato dalla digitalizzazione in svariati ambiti. Grazie a questo interesse abbiamo sviluppato nuove lenti di analisi per comprendere per esempio l’economia di piattaforma, e le condizioni dei suoi lavoratori. O anche come sono cambiate le nostre città, o la partecipazione politica. Se alcuni campi sono diventati centrali anche nel dibattito politico, molti altri sono rimasti sullo sfondo e non certo per la loro marginalità. Fra questi c’è senz’altro il tema della relazione fra digitale e i sistemi di welfare. 

Anche negli studi accademici il tema stenta ad acquisire centralità. Ad oggi sono principalmente i «welfaristi» a sviluppare riflessioni in merito e lo fanno da una prospettiva necessaria quanto parziale. Cercano per lo più di capire in che modo il design e l’arena delle politiche pubbliche possano o debbano essere rimodellate in base all’introduzione di strumenti digitali i quali sono visti principalmente come delle opportunità. L’erosione di un sistema di Welfare come quello italiano, basato su categorie occupazionali, è senza dubbio dipeso da trasformazioni storiche come i cambiamenti demografici (calo delle nascite e invecchiamento della popolazione) e dalla precarizzazione del mercato del lavoro. Inizialmente molti studiosi hanno pensato al digitale come un set di strumenti che avrebbe facilmente potuto porre rimedio agli effetti nefasti di queste trasformazioni. Spesso si è caduti in una retorica dell’efficientismo – come se il problema del Welfare italiano fosse solo quello della poca efficienza e non quello del definanziamento – e questo ha impedito a lungo un’analisi franca. Ma, ahinoi, uno strumento non è mai solo un fatto tecnico. Una lettura più critica ha ben presto fatto emergere due nodi fondamentali: la relazione fra digitalizzazione del welfare e disuguaglianze e le questioni etiche legate ai nuovi mercati che le infrastrutture digitali a servizio del welfare hanno creato. 

Welfare, digitale e disuguaglianze sociali

Innanzitutto, vale la pena ricordare che gli studi sociologici e politologici su welfare e digitale possono essere raggruppati in tre macro-aree: gli studi sul welfare digitalizzato, sull’E-Welfare e sui rischi sociali digitali. 

Con welfare digitalizzato ci si riferisce a un insieme di soluzioni digitali che mirano a potenziare i servizi di welfare tradizionali. Strumenti come il fascicolo sanitario elettronico o l’identità digitale sono stati introdotti come strumenti per accedere a prestazioni sociali e sanitarie che restano però di stampo tradizionale (l’accesso alle proprie analisi del sangue o l’iscrizione dei figli a scuola, per esempio). L’E-Welfare invece si riferisce a un insieme di soluzioni che erogano in autonomia un servizio di welfare. Le riflessioni sulla telemedicina o sull’impiego dell’Intelligenza artificiale ricadono in questa seconda area macro-tematica. Una terza area di riflessione invece riguarda i rischi sociali che sono e saranno legati all’impiego strutturale del digitale nei sistemi di welfare. Sebbene il welfare stesso nasca con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze sociali, sappiamo per certo che questo obiettivo è stato raggiunto solo parzialmente e che è da rinegoziare ogni volta: a ogni taglio di budget per esempio. Questo non solo perché l’accesso al welfare – analogico o tradizionale che sia – anche nelle sue forme più universalistiche, non è mai uguale per tutti, ma anche perché di fronte al digitale non tutti possono avere lo stesso approccio. Se è vero che per alcune categorie rappresenta una facilitazione (persone smart e normodotate per lo più), per altre rappresenta un ostacolo. 

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