È difficile che tra amici, conviventi e colleghi ci troviamo a parlare delle ingiustizie che riempiono le nostre vite come di disuguaglianze. Tuttavia, anche se non sempre ce ne accorgiamo, le disuguaglianze – economiche e non – sono ovunque: ne sono piene le strade delle nostre città, e anche le nostre case. Certo, la crescita in tutto il mondo di movimenti reazionari, così come i montanti venti di guerra – alla quale vanno destinate le risorse precedentemente utilizzate per la coesione sociale o la sanità – potrebbero presto richiedere di abbandonare ogni argomento che non sia quello di armarci e partire. È possibile addirittura che anche le disuguaglianze economiche vengano incluse nella lista dei temi «scomodi» da non discutere nelle università per non mettere a rischio l’unità della nazione, come ha fatto l’amministrazione Trump con i termini afferenti all’ambito semantico delle disuguaglianze di genere.
Va ricordato però che pochi anni fa – dopo decenni in cui, come ha raccontato tra gli altri il compianto economista britannico Anthony Atkinson, di disuguaglianze non si parlava più – il tema ha improvvisamente goduto di una circolazione senza precedenti, prima nel mondo accademico e poi nel dibattito pubblico mondiale. Nel mondo genericamente liberale e progressista – che si facesse ricerca, si organizzassero eventi sulle questioni di attualità o si partecipasse all’arena politica – era diventata una vera e propria moda cui era difficile sottrarsi: dirsi «contro le disuguaglianze» era un mantra, un hashtag imprescindibile in ogni esibizione pubblica, la motivazione sottostante, ancora oggi, a interventi pubblici e legislativi di diverso tipo.
In Italia come altrove, catalizzatore di questa attenzione è stato il volume dell’economista francese Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, pubblicato sia in Italia che negli Stati uniti nel 2014, presentato con grande successo di pubblico anche a Montecitorio. Il volume costruiva una narrativa forte – una nuova «legge ferrea del capitalismo» – che offriva una interpretazione semplice ed efficace a una messe di dati storici, frutto di ricerche decennali condotte, tra i primi, dal citato Atkinson, e poi da un sempre più vasto numero di economiste ed economisti, che hanno trovato sostegno e coordinazione in centri come il lussemburghese LIS Data Center e il parigino World Inequality Lab.
Sia pur limitate a un numero ristretto di paesi ricchi dell’Europa occidentale e del Nord America, i grafici e le serie storiche che Piketty utilizzava nel suo volume portavano una ventata di freschezza in un dibattito pubblico sedato da anni di esposizione alla fredda modellistica. In particolare, l’attenzione alle disuguaglianze arrivava dopo anni di teorizzazione dell’«austerità espansiva», che aveva giustificato come inevitabile la gestione della crisi europea del 2008-2010, con le conseguenze sociali imposte in primis alla Grecia. Piuttosto che basarsi su più o meno raffinate teorizzazioni, l’economista francese avanzava interpretazioni fondate su evidenze storiche, organizzate per provare a identificare alcuni fatti stilizzati – la crescita del peso della ricchezza e della componente ereditaria, e la tendenza intrinseca del capitalismo a produrre disuguaglianze. Anche per questo, se non sono mancati tentativi teorici di mettere sotto scacco l’interpretazione dell’economista francese, da allora gran parte del dibattito sulle disuguaglianze si è giocato sul terreno dei dati, e del loro corretto impiego per fornire indicatori precisi e affidabili. Nuove serie – per nuovi paesi, per periodi più lunghi, con più dettaglio, su sempre nuove dimensioni della disuguaglianza – hanno affollato ancor di più le pagine delle riviste accademiche e della stampa.
Non si sono sottratte a questo sforzo le studiose e gli studiosi del nostro paese, che del resto vanta, sin dalla fine dell’Ottocento, un’attenzione quasi inusuale alla misurazione delle disuguaglianze. Sono stati economisti e statistici italiani ad aver dato il proprio nome a diversi dei fondamentali strumenti metodologici per quantificare precisamente le disuguaglianze – in primis, l’indice di Gini. Accanto alle pubblicazioni accademiche, queste studiose e studiosi hanno cercato di rendere accessibili le loro ricerche al grande pubblico, in libri, interventi pubblici, e anche partecipando a organizzazioni come il Forum Disuguaglianze e Diversità, nato per tradurre in proposte politiche concrete il messaggio di economisti come Atkinson.
Se negli ultimi anni il tema ha dunque trovato ampio spazio tra le pagine dei giornali, tra gli scaffali delle librerie, tra gli indici delle riviste accademiche non solo nelle scienze sociali, che bisogno c’è di parlare e scrivere ancora di disuguaglianze in Italia? Una prima risposta potrebbe venire dal fatto che, nonostante l’inchiostro versato, le disuguaglianze sono ancora elevate. Nel decennio successivo al 2014 non si sono invertite le tendenze discusse nel libro di Piketty, anzi. E le proposte suggerite per invertirle – come quelle di imposte globali o nazionali sulla ricchezza – trovano limitato consenso nell’arena politica. Si pensi alla cronaca recente, e a come – pur rifiutando l’accusa di dumping fiscale avanzata al nostro paese dall’ormai ex primo ministro francese François Bayrou – il governo «sovranista» non abbia minimamente pensato di mettere in discussione l’impianto della cosiddetta «norma CR7», introdotta dal Governo Renzi e rimasta in vigore dal 2017. Che peraltro l’accusa di Bayrou fosse assolutamente vera, l’ha chiarito l’ottima puntata di Presa Diretta, «La grande ricchezza», purtroppo andata in onda in concomitanza con l’eclisse lunare e la finale degli US Open.
Una risposta più articolata potrebbe essere che, nonostante la grande attenzione alle disuguaglianze, non siamo solo lontani dal risolverle, ma anche dal capirle.
Su Jacobin, il sociologo belga Daniel Zamora si chiedeva se l’emersione della disuguaglianza al centro dell’agenda politica sia stata in fondo una buona cosa. Certo, ridurre le disuguaglianze di reddito e ricchezza dev’essere parte di qualsiasi agenda progressista: ma – si chiedeva Zamora – siamo sicuri che sia questo il modo giusto di affrontare la questione? Di cosa stiamo discutendo, se parliamo di quanto aumenta l’indice di Gini? Cosa ci perdiamo? Pensando al testo di Marx a cui allude il titolo di Piketty, Zamora osservava come i moderni studi sulle disuguaglianze lascino fuori tanto i fattori di produzione – il capitale, il lavoro – quanto le classi sociali. Anche per questo, forse, di disuguaglianze si parla ovunque, tranne che dove si materializzano, finendo per farne un tema da salotto: come molti mantra e hashtag, qualcosa da condividere sì, ma senza pensarci troppo, né con molta convinzione.
È in fondo un problema connaturato all’origine della moderna discussione accademica sulle disuguaglianze: indicatori sintetici come quello di Gini, riducendo le disuguaglianze a un singolo parametro, ne neutralizzano il contenuto politico. Contenuto che invece è insito nella rappresentazione della distribuzione del reddito tra capitale e lavoro e, più in generale, nello studio dell’economia politica, per come lo portavano avanti le impostazioni classiche e oggi solo alcune scuole e pochi dipartimenti «eterodossi». Pur in modo grezzo, la natura politica della distribuzione di reddito e ricchezza si intravede facilmente anche nella rappresentazione, riportata in auge da Atkinson e Piketty tra gli altri, della quota detenuta dall’1% più ricco: misura che ha infatti avuto una ricaduta nell’icastico We are the 99% del movimento Occupy Wall Street. Uno slogan, questo, che ha saputo certo catalizzare un’ondata di indignazione; nulla di comparabile, però, all’identificazione e aggregazione collettiva prodotte dai partiti, sindacati e movimenti che, sulla scia delle analisi marxiane, hanno organizzato nell’Otto e Novecento la lotta non contro la disuguaglianza, ma per lavoro e salari degni, servizi pubblici, giustizia sociale, e una più generale redistribuzione del potere all’interno della società.
Quello che ci siamo posti nel realizzare Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze (Laterza) è stato dunque un obiettivo multiplo. In primo luogo, fornire un quadro rigoroso e aggiornato dello stato delle disuguaglianze economiche nel nostro paese, basato sulla ricerca accademica più recente. Allo stesso tempo, lo sforzo è stato quello di rendere i risultati di queste disuguaglianze più immediatamente comprensibili. Cercando di usare un linguaggio semplice e accessibile, il libro vuole portare a riflettere sugli strumenti necessari a comprendere le disuguaglianze. Racconta infatti non solo i risultati, ma i metodi e gli approcci – da quelli più classici, come l’analisi della ricchezza e delle classi sociali, a quelli più innovativi, come le prospettive globali e il legame con il cambiamento climatico. A chi legge non sono risparmiate le informazioni necessarie a capire la natura dei dati utilizzati e le metodologie di misurazione, affinché sia chiaro da dove originano le difficoltà di stima, e talvolta le differenze di opinioni rispetto a questi fenomeni.
In tutti i capitoli abbiamo però cercato di concentrarci su pochi indicatori, chiari e di semplice interpretazione, che ci aiutino a vedere le disuguaglianze nella concretezza delle nostre vite, così come nei processi di creazione della ricchezza. Quanto pesa l’eredità nelle nostre possibilità di successo? Quanto guadagna un manager rispetto a un’operaia? Quanto si mette in tasca l’1% più ricco? E quanto la metà più povera? Non basta però dire «quante sono» le disuguaglianze: vogliamo capire se sono troppo alte o no. Per farlo, i diversi capitoli le inquadrano in una prospettiva storica e comparata (cosa succede in paesi a noi vicini e simili? Quanto eccezionale è la situazione italiana?). Il taglio è focalizzato sugli aspetti più classicamente economici del benessere: tralascia aspetti chiaramente fondamentali, dall’istruzione alla salute, su cui non manca la ricerca anche nel nostro paese, di cui cerchiamo di dare conto anche su questa rivista. Nondimeno, si tratta di un approccio multidimensionale alle disuguaglianze economiche. Quando si parla di disuguaglianze, non possiamo affidarci a un solo indicatore: è necessario abbracciare l’inevitabile complessità che richiede la comprensione di un fenomeno plurale – disuguaglianze, appunto, anche quando parliamo «solo» degli aspetti economici e monetari.
Nonostante la complessità, il messaggio che esce fuori da queste analisi – e più in generale, dalla ricerca economica più recente – è piuttosto netto. L’Italia, checché ne dicano commentatori più o meno illustri, è un paese profondamente diseguale. È diseguale più di quanto lo siano molti paesi a noi simili, con i quali ci piace confrontarci. È più diseguale oggi di quanto lo fosse dieci, venti o quarant’anni fa. Tanto i paragoni con paesi per altri versi simili, che la prospettiva storica, ci rendono chiaro come la disuguaglianza non è un destino ineluttabile: siamo stati, e potremmo stare, molto meglio di così. Come le famiglie infelici, ogni paese diseguale lo è a modo suo: la via italiana alle disuguaglianze mette assieme una crescita spropositata del peso di ricchezza ed eredità con una forte vulnerabilità alla crisi climatica; una stagnazione decennale di redditi e salari, che si traduce in una perdita spaventosa di posizioni nella distribuzione globale del reddito; anche dentro questi salari stagnanti, osserviamo però forti disuguaglianze prodotte dall’iniqua distribuzione del potere e dalle differenze di genere; dopo la breve eccezione prodotta dal miracolo economico, la mobilità sociale è in picchiata, una delle più basse tra i paesi economicamente avanzati. Una realtà ingiusta, e dunque da provare a cambiare: non solo con i libri, certo, ma anche nel modo in cui la raccontiamo, anche quando lo facciamo con i numeri.
*Giacomo Gabbuti fa parte del consiglio redazionale di Jacobin Italia, ed è Ricercatore tenure-track di storia economica alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Questo articolo è il riadattamento dell’introduzione di Non è Giusta. L’Italia delle disuguaglianze (Laterza), in libreria dal 5 settembre.

