Se il disastro è la cifra più evidente del capitalismo, esso è al contempo la sua grande opportunità di riproduzione. Saltando di emergenza in emergenza, in questi anni abbiamo visto venire al pettine tutti i nodi di questo sistema predatorio. Ci siamo organizzati per sopravvivere, durante pandemie, terremoti, frane e alluvioni. Davanti alle telecamere, amministratori, politici e influencer, mimano scene di solidarietà e si richiamano alla stucchevole retorica degli angeli del fango che mira a rendere l’autorganizzazione innocua e compatibile con lo status quo.
Persino le più sincere, umane e spontanee forme di solidarietà dal basso che proliferano nel momento di difficoltà – e che consentono alle persone di autorganizzarsi per soddisfare i propri bisogni primari e sopravvivere collettivamente ponendo le premesse per quello che Marco Armiero e Ashley Dawson tra gli altri hanno chiamato «disaster communism» – vengono catturate, utilizzate, iper-mediatizzate fino a consumarle.
Nel frattempo, nelle retrovie e lontano dalle telecamere, quando si esaurisce l’attenzione mediatica iniziale e comincia l’inesorabile e asfissiante «ritorno alla normalità», si compiono accordi sottobanco per sfruttare l’emergenza a favore dei più rapaci attori politici ed economici.
Il disastro del profitto, il profitto del disastro
Si tratta di una dinamica che abbiamo potuto annusare sin troppe volte, ad esempio con le alluvioni in Toscana ed Emilia-Romagna. Annusare è qui verbo non metaforico, poiché chiunque abbia partecipato a un qualche movimento di solidarietà post-alluvione sa bene che, sin dai primissimi giorni dopo «l’evento», uno dei più grandi problemi con cui ci si confronta è l’odore acre, insopportabile. Di marcio. Quell’odore ben rappresenta il passaggio delle passerelle elettorali di turno, ma anche un sistema economico in putrefazione, che non riesce a condurre altrove se non alla guerra generalizzata.
Quando la normalità viene ristabilita, vanno sbiadendosi anche le passioni, le emozioni, le attese tradite di chi dal basso aveva messo cuore e braccia per la propria comunità. Qualcuno prova a salvarsi da solo. Talvolta, ci riesce pure: nelle emergenze le differenze di classe, razza e genere si acuiscono e palesano. Si diffonde ancora di più l’invidia, e torna la bieca e «normale» guerra tra poveri, più poveri di prima.
Certo, dalla catastrofe, piccola o grande che sia, qualche esempio positivo, isolato, di esperienze di mutualismo nate nell’emergenza resiste, si solidifica, si espande pure. Ma sono spesso situazioni periferiche, sempre fuori dai riflettori. Si reggono su equilibri precari e (ancora) non riescono a costruire la forza per incidere nei tavoli dove i colletti bianchi si sfregano le mani per la «ricostruzione» che arriva dall’alto, insieme a ingenti fondi e mezzi militari. Inoltre, nel caso psicologicamente e materialmente drammatico della Romagna, prima di qualsiasi intervento dall’alto di ricostruzione, tornano nuove allerte o persino nuove alluvioni.
Così ci ritroviamo in un tempo e spazio segnati dalla crisi climatica e dalle crisi sociali conseguenti e sospesi nel disastro che lascia segni e ricostruzioni fittizie. Anche quando abbiamo gettato il cuore oltre l’ostacolo, quel cuore è stato catturato, mangiato e digerito da qualche parassita milionario o è rimasto imbrigliato nelle maglie della burocrazia. E ci rendiamo conto che non basta puntare alto, bisogna avere un piano chiaro e una forza all’altezza della sfida. Non basta il mutualismo come non basta il conflitto fine a sé stesso: serve – urge – un mutualismo conflittuale. In questo, l’esperienza di Valencia ci offre degli spunti di riflessione e azione.
Valencia: lotta e alternativa per la ricostruzione dal basso
A sette mesi dalla Dana che ha messo in ginocchio il territorio valenciano, specialmente i quartieri periferici a ovest della città, e causato 230 vittime e decine di migliaia di sfollati, il tema della ricostruzione è più caldo che mai.
Il governo regionale del Partido Popular (Pp) guidato da Carlos Mazòn, dopo aver cancellato l’unità di crisi istituita al fine di coordinare gli interventi in casi di emergenza e aver diramato l’allarme con estremo ritardo, con conseguenze nefaste, si è accaparrato circa 241 milioni di euro per la ricostruzione post-disastro. Di questi, una buona parte sono stati destinati a contratti con aziende molto vicine al Pp e implicate in casi di corruzione.
Come sempre accade in queste situazioni di emergenza, la ricostruzione è un’occasione ghiotta: molti fondi e pochi lacci e lacciuoli, poiché l’eccezionalità della situazione consente spesso di agire in deroga alle procedure ordinarie. I disastri che ordinariamente attraversano e scompaginano il nostro presente, dal terremoto dell’Aquila al crollo del Ponte Morandi, passando per la pandemia, diventano un’occasione di rilancio del capitale poggiandosi sulle spalle della collettività che – attraverso forme di massiccio indebitamento pubblico garantite dagli Stati (il Pnrr è l’esempio più emblematico) – protegge il capitale privato da qualsiasi mitologico «rischio d’impresa» assicurando molti profitti e poche responsabilità. Questo capitalismo del disastro – ribattezzato da Naomi Klein come shock economy – rappresenta un terreno di accumulazione per i grandi capitali che intorno al disastro, di cui sono i primi responsabili, stanno persino costruendo le basi per i loro guadagni futuri. Basta pensare che nei giorni successivi all’alluvione le agenzie immobiliari erano già nei quartieri sommersi dal fango per fare indagini di mercato, come denuncia il Sindicat d’Habitage de Valencia. Ciò implica non solo nuovi spazi di investimento per il settore immobiliare che già ha provocato enormi danni sociali e ambientali, ma anche una trasformazione profonda dei territori che in nome della ricostruzione vengono smembrati e sottratti alle comunità.
La chiamano ritorno alla normalità, ma è un ulteriore passo indietro anche rispetto a quella normalità.
In questo contesto, la ricostruzione a Valencia sta diventando un terreno di battaglia nevralgico. Da un lato, è una prova di forza per il Pp che, pur essendo stato per lo più assente – se non di ostacolo – nelle settimane successive all’alluvione, ha cercato di assicurarsi una posizione di privilegio nella ricostruzione. È questo il motivo per cui il partito ha continuato a proteggere Mazòn dalle richieste di dimissioni, pervenute «dall’alto» dal governo a guida socialista e, soprattutto, «dal basso», da mobilitazioni ampie, popolari, incessanti che ritengono Mazòn incompatibile con qualsiasi ricostruzione. Dall’altro lato, c’è un territorio che continua ad autorganizzarsi per una ricostruzione dal basso. In particolare l’esperienza quarantennale del Parke Alcosa (quartiere popolare nel comune di Alfafar, limitrofo alla capitale della Comunidad Valenciana), è capace di far pesare i rapporti di forza nell’emergenza e oltre l’emergenza. Per questo, alla ricostruzione dall’alto, che salda gli interessi delle destre al potere e dei capitali, il territorio ha opposto l’urgenza di una ricostruzione dal basso.
Proprio da Parke Alcosa è nata nei mesi scorsi la proposta di dare vita ai Comitès Locals d’Emergència i Reconstrucciò (Cler), che si sono formati in quasi tutti i 78 comuni alluvionati riunendo abitanti, insegnanti, operatori sociali e sanitari, piccole imprese, associazioni, centri sociali, cooperative, sindacati e organizzazioni politiche.
L’obiettivo dei Cler, che lavorano in modo coordinato tra loro, è quello di sviluppare delle proposte su vari ambiti – l’abitare, l’educazione, la salute, ecc. – sulla base delle necessità collettive e nel rispetto delle peculiarità di ogni quartiere.
Insieme alle associazioni di parenti delle vittime e quelle delle afectadas (ovvero colpite dall’alluvione), ai sindacati, ai gruppi ecologisti e femministi, alle associazioni di migranti, e alle reti di economia sociale e solidale, i Cler hanno firmato ad aprile l’Acuerdo Social Valenciano e costruito il 29 di maggio uno sciopero generale che ha avuto grande successo in termini di partecipazione.
L’obiettivo dell’Acuerdo è mettere in moto un processo costituente di un soggetto politico nuovo, non inteso in termini elettorali, che possa partire da Valencia per «aprire una breccia e far entrare aria pulita», come dice un attivista del Cler di Alfafar.
La duplice finalità di questo processo è, da un lato, rompere l’egemonia della destra a partire dal territorio, dall’altro conquistare spazi di autonomia e decisionalità nella ricostruzione.
Il punto della ricostruzione dal basso non riguarda (solo) il cosa costruire, ma anche il come: non si tratta della mera distribuzione dei fondi, ma di autonomia, di capacità di decidere, di possibilità della società non solo di poter scegliere tra le opzioni in gioco, ma di poter costruire collettivamente il proprio futuro.
Questo metodo della ricostruzione e della convergenza, dalle comunità e per le comunità, richiede due processi paralleli: decostruire il vecchio mondo incentrato sull’individuo e il profitto, e ricostruire e organizzare la società in modo democratico ed ecologico. In sintesi: cambiare i rapporti di forza per costruire un’alternativa culturale, sociale e politica.
Su questo metodo, e sulla determinazione a ganar (vincere) partendo dal terreno della ricostruzione per far germogliare nuove relazioni sociali, le connessioni con altre esperienze emergono più limpidamente.
Dalla Spagna all’Italia: «Abbiamo un piano!»
Dalle strade ancora sporche di fango di Parke Alcosa risuonano le battaglie e le parole d’ordine di Non Una di Meno, del Collettivo di Fabbrica Gkn, del Quarticciolo Ribelle: «Abbiamo un Piano». Contro la violenza di genere, contro deindustrializzazione selvaggia e industrializzazione bellica, contro abbandono e militarizzazione dei quartieri popolari, abbiamo un piano che non è quello securitario del governo o speculativo del capitale, ma quello che nasce dalle persone oppresse offrendo un orizzonte concreto a tutte e tutti noi.
Al deserto che chiamano pace – proprio mentre assistiamo alla guerra in Ucraina e al genocidio palestinese in diretta social – l’unica alternativa è nella solidarietà conflittuale. Perché di fronte all’emergenza di turno – i femminicidi, la crisi climatica, l’impoverimento strutturale, i disastri naturali, la fascistizzazione –, che poi sono gli apici di un processo lento che ora si impone con urgenza, le istituzioni si voltano dall’altra parte (come ai Campi Flegrei quando il capo nazionale della Protezione Civile ha annunciato che si sarebbero solo potuti contare i morti in caso di una scossa di terremoto più forte, o come il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quando ha detto alle donne vittime di stalking di proteggersi nascondendosi in chiesa o in farmacia). Mentre le istituzioni scaricano sui soggetti più vulnerabili le responsabilità e conseguenze dei problemi strutturali, a noi non resta che organizzarci per autodifenderci: occupando una sede abbandonata della Nato, come hanno fatto gli abitanti di Bagnoli per proteggersi dal rischio terremoto; costruendo reti transfemministe e occupando nuovi spazi per svincolarci dalla violenza economica, dal ricatto, dalla paura di denunciare e restare ancora una volta inascoltate, come fanno da anni i movimenti transfemministi.
Bisogna essere alternativa materiale, sottraendo a chi ci ha messo in questa situazione la prerogativa di presentarsi come unica soluzione realisticamente perseguibile.
L’unica alternativa in campo quando si parla di fuoriuscita sistemica dalla violenza strutturale che genera povertà, devastazione ambientale, criminalità, sfruttamento e guerra, siamo noi. Sono le comunità che dal basso lottano e si aiutano a costruire una reale transizione ecologica popolare, a far germinare nuovi mondi nei quartieri periferici, a dare forma a una società ecologica, incentrata sulla cura.
Le lotte di Parke Alcosa, Campi Bisenzio e Quarticciolo, ci indicano il terreno su cui si gioca questa sfida. Un terreno in cui le vittorie parziali, e persino le sconfitte degne, ci rivelano come aprire uno spiraglio di luce, da cui far entrare aria buona per allargare lo spazio di mobilitazione nell’era Trump-Meloni-VonDerLayen.
*Paola Imperatore è assegnista di ricerca all’Università di Pisa, si occupa di ecologia e conflitti sociali. Alberto Manconi è dottorando presso l’Università di Losanna, si occupa di attivismo climatico e partecipa al movimento Insorgiamo, di solidarietà al Collettivo di Fabbrica ex-Gkn, e al percorso degli Stati Generali della Giustizia Climatica e Sociale.

