Mentre si preparava a salire sul palco per un panel della Settimana del Clima 2022 alla Cooper Union, Zohran Mamdani stava seduto nella sala d’attesa a esaminare la borsa di tela che era stata regalata a tutti i relatori: un gadget molto interessante, su cui erano riportati i nomi dei personaggi di spicco che in passato avevano tenuto discorsi nella Great Hall, tra cui Frederick Douglass, Emma Goldman, Norman Cousins e Jacob Riis, per non parlare di personaggi storici mondiali del calibro di Henry Kissinger.
Io ero lì con lui. A un certo punto Mamdani ha preso la shopper tra le mani con aria rammaricata ma sicura, si è rivolto ai colleghi che dovevano salire sul palco insieme a lui e indicandola ha esclamato: «Nessuno di noi sarà mai importante quanto queste persone». All’epoca l’attuale sindaco di New York era stato eletto all’Assemblea dello Stato di New York da soli due anni e non era molto conosciuto al di fuori del suo distretto di Astoria, o al di là dei membri della sezione newyorkese dei Democratic Socialists of America (Dsa). A guardarlo oggi, al contrario, tutto il mondo è d’accordo a pensare che sia sulla buona strada per guadagnarsi un posto nella prossima edizione di quella borsa di tela.
A ottobre 2024, due anni dopo quell’umile incontro nella sala d’attesa della Cooper Union, Mamdani era ancora un volto poco conosciuto. Mi sono seduta con lui al Sami’s Kabab House ad Astoria, nel Queens, non lontano dal suo appartamento. Dovevamo fare un’intervista esclusiva per Jacobin, per annunciare la sua candidatura a sindaco di New York. Quel giorno abbiamo parlato della sua visione della città come un luogo «dove le persone che l’hanno costruita possano permettersi di vivere… possano permettersi tutti i beni di prima necessità e anche di più. Questa è una città dove dovremmo poter permetterci di sognare».
In quell’incontro abbiamo mangiato abbondantemente: gnocchi mantu, borani banjan (melanzane alla afgana) e kebab di salmone. O meglio, io ho mangiato con gusto, lui aveva troppe cose da dire. Ha raccontato di essere stato ispirato, come molti della sua generazione, dalle due candidature presidenziali del senatore Bernie Sanders nel 2016 e nel 2020. Abbiamo parlato anche di un’altra campagna elettorale persa, che considerava determinante nella sua evoluzione politica: quella di Khader El-Yateem, ministro luterano palestinese che, con l’appoggio dei Dsa di New York, si era candidato al consiglio comunale nel 2017. Mamdani aveva lavorato per quella campagna elettorale come organizzatore retribuito, e secondo lui quell’esperienza gli aveva trasformato la vita. Era riconoscente a El-Yateem perché «mi ha dato un senso di appartenenza a una città che ho sempre amato, ma in cui non sapevo se le mie idee politiche avessero un posto chiaro». Mamdani diceva allora che sperava che la sua candidatura a sindaco potesse «fare cose simili per molti più newyorkesi». Io sorridevo e annuivo, ero certamente d’accordo con il suo spirito. Ma, a essere sincera, ero convinta che non avesse speranze, e da analista politica poco astuta quale sono lo scrissi pure nero su bianco nel mio articolo.
Ero anche sicura, però, che la candidatura di Mamdani a sindaco di New York avrebbe ispirato più americani a unirsi ai Dsa, spingendo magari qualcuno di loro a candidarsi alle elezioni. La speranza era che questo avrebbe innescato una reazione a catena in tutta la città, portando la politica e lo spirito combattivo nei sindacati e nei luoghi di lavoro. A quel tempo, diversi candidati di centro-sinistra si stavano affacciando alle primarie per il Comune di New York. Mamdani la vedeva come una cosa positiva, riconoscendo che sconfiggere il sindaco corrotto Eric Adams e l’ex governatore caduto in disgrazia Andrew Cuomo era un obiettivo più importante della sua vittoria personale. E la modalità di voto basata su una lista di preferenze («ranked-choice», adottato per le Comunali di New York) evitava travasi di voti su singoli candidati. Tutti gli sfidanti di centrosinistra potevano lavorare insieme come una lista unica, e vedere alla fine chi sarebbe uscito vincitore.
