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Una crisi ingiusta, una sobrietà necessaria

10 Giugno 2026

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Di fronte a guerre e crisi occorre riorganizzare i consumi per garantire accesso ai servizi essenziali riducendo la pressione ambientale

Nel febbraio 2026 il sistema energetico globale è entrato nuovamente in crisi. Gli attacchi di Stati uniti e Israele contro l’Iran hanno portato alla chiusura dello stretto di Hormuz, arteria fondamentale del commercio di petrolio e Gnl mondiale, provocando un’impennata dei prezzi energetici di quasi il 70%. 

«Siamo nella stessa tempesta, ma non sulla stessa barca»: lo slogan reso popolare da Extinction Rebellion descrive con precisione anche questa crisi. Di fronte allo shock energetico, i paesi del Nord Globale hanno sostenuto consumi e imprese attraverso sussidi e politiche di stabilizzazione, ma al contempo accelerando l’elettrificazione. Nel Sud Globale, invece, l’aumento dei costi di energia si è tradotto in razionamenti, blackout e contrazione dei consumi, producendo forme di decrescita forzata. Ancora una volta, il peso della crisi si è distribuito in modo profondamente diseguale, riflettendo e rafforzando gerarchie già esistenti nell’economia mondiale.

Questa asimmetria riflette i rapporti di potere che organizzano l’economia globale: il controllo delle valute forti, l’accesso diseguale al credito, la capacità fiscale necessaria a sostenere sussidi pubblici e l’influenza geopolitica. Mentre il Nord Globale continua a preservare un accesso privilegiato alle risorse energetiche, molti paesi del Sud sono costretti a ridurre la spesa pubblica per non aggravare un debito estero già elevato, subendo interruzioni diffuse nelle attività economiche e nei servizi essenziali.

In questo scenario torna urgente la questione delle politiche di sobrietà energetica, richiamata dal terzo rapporto dell’Ipcc, la commissione intergovernativa dell’Onu sul cambiamento climatico. L’obiettivo è ridurre domanda di energia e materiali garantendo il benessere collettivo entro i limiti planetari. A differenza dell’efficienza, che punta a mantenere gli stessi consumi utilizzando meno risorse, la sobrietà implica una ridefinizione dei bisogni socialmente desiderabili. Non va inoltre confusa con la povertà energetica, che rappresenta invece una riduzione involontaria dei consumi.

La sobrietà si pone anche come risposta ai limiti delle strategie fondate sulla sostituzione tecnologica. L’elettrificazione richiede un enorme fabbisogno di materie prime, spesso estratte in condizioni sociali ed ecologiche devastanti, riproducendo nuovamente disuguaglianze tra Nord e Sud Globale.

Per questo la sobrietà non è austerità: significa riorganizzare i consumi per garantire accesso ai servizi essenziali riducendo la pressione ambientale. Per l’Europa, ciò implica politiche strutturali e rifinanziamenti stabili, anche tramite strumenti quali la tassazione degli extraprofitti e dei grandi patrimoni. Senza una trasformazione globale, il rischio rimane quello di rafforzare le ineguaglianze nel Sud globale. 

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La lezione della crisi energetica del 2022

L’invasione dell’Ucraina nel 2022 aveva già messo alla prova l’Europa, allora dipendente dalla Russia per il 44% delle importazioni di gas, secondo i dati della Commissione europea. Tra il 2020 e il 2023 i prezzi dell’energia sono aumentati del 92%, spingendo i governi europei a stanziare oltre 646 miliardi di euro in misure emergenziali di protezione.

Le risposte adottate hanno assunto diverse forme: in Italia, l’Operazione Termostato ha introdotto limiti di temperatura negli edifici pubblici; in Germania, l’ordinanza EnSikuMaV ha vietato i riscaldamenti delle piscine e limitato l’illuminazione decorativa. La Francia è stata l’unico paese a utilizzare esplicitamente il termine «sobrietà» nel proprio piano, fissando l’obiettivo di ridurre i consumi del 10% rispetto al 2019. Nel complesso, però, si trattava soprattutto di interventi emergenziali pensati per il contenimento dei consumi nel breve periodo, più che di una trasformazione strutturale dei sistemi energetici.

I dati mostrano infatti un effetto ambiguo. In Europa, i consumi energetici si sono ridotti, ma la povertà energetica è aumentata: la quota di persone incapaci di riscaldare adeguatamente la propria abitazione è quasi raddoppiata, passando dal 6,9% nel 2019 all’11% nel 2023. In Francia, tra le famiglie identificate come relativamente povere, la quota è salita dal 19% al 25%. Anche in Italia, le diseguaglianze territoriali hanno avuto un ruolo centrale: il divario tra Nord e Sud, nelle condizioni abitative, nei redditi e nell’efficienza energetica degli edifici, ha contribuito alla diffusione della povertà energetica, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle Isole, come osservato dall’Osservatorio Italiano Povertà Energetica.

In generale, l’analisi regionale mostra come le disuguaglianze energetiche seguano linee di frattura territoriali già esistenti. La riduzione dei consumi non si è quindi tradotta automaticamente in una trasformazione più equa o sostenibile. Ciò che si è osservato non era sobrietà, ma povertà energetica: i consumi diminuivano non per scelta volontaria o riorganizzazione dei bisogni, ma perché le famiglie non potevano permettersi l’energia necessaria. Le asimmetrie osservate in Europa diventano ancora più profonde se si guarda alla distribuzione globale della crisi.

Chi paga il prezzo della crisi 2026? 

L’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea) ha proposto un pacchetto di misure per ridurre la domanda di energia: dal lavoro da remoto alla riduzione dei limiti di velocità, dal car sharing all’incentivo ai trasporti pubblici. Ma l’appello è rimasto in gran parte inascoltato. Come riportato dall’Ansa, il 13 aprile 2026, Ursula von der Leyen ha invitato ad accelerare l’elettrificazione per rafforzare l’indipendenza energetica europea. Ancora una volta, la sobrietà resta sostanzialmente assente dall’agenda politica dell’Unione.

Qui emerge una contraddizione evidente: mentre nel Nord globale la sobrietà rimane una discussione politica e accademica, nel Sud globale molte delle misure proposte vengono già imposte dalla crisi energetica. Filippine, Pakistan e Sri Lanka hanno introdotto settimane lavorative ridotte o ampliato i giorni festivi per ridurre gli spostamenti. In Pakistan sono stati incentivati il lavoro ibrido e introdotto il trasporto pubblico gratuito; il Bangladesh ha chiuso temporaneamente le università; il Myanmar ha razionato il carburante e limitato l’uso dei veicoli privati; l’Etiopia ha destinato carburante disponibile principalmente a ospedali, approvvigionamento idrico e difesa; infine, la Tanzania ha ridotto i convogli ufficiali e promosso il lavoro a distanza.

Questa divergenza riflette le strutture di potere che organizzano l’economia mondiale. I paesi del Nord controllano le principali istituzioni finanziarie internazionali, beneficiano della supremazia delle proprie valute e dispongono dello spazio fiscale necessario ad assorbire gli shock. I paesi del Sud, pur contribuendo in misura molto minore al riscaldamento globale, rappresentano un serbatoio di manodopera a sostegno del tenore di vita del Nord. Come mostra Jason Hickel, il Nord globale beneficia di un vasto trasferimento di lavoro incorporato nelle catene globali del valore, mentre i lavoratori del Sud ricevono una quota minima del reddito mondiale. Nonostante questo, molti paesi del Sud sono costretti a comprimere la spesa pubblica per evitare crisi del debito e mantenere l’accesso al credito internazionale. 

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Una questione di classe, oltre che di geografia

La disuguaglianza tra Nord e Sud del mondo si riflette anche all’interno dei singoli paesi, mostrando come la crisi climatica sia non solo una questione geografica, ma anche di classe. All’interno dell’Unione europea, lo 0,1% più ricco della popolazione emette in una sola settimana quanto il 50% più povero in un anno. Per non superare il limite dei 2°C fissato dagli Accordi di Parigi, il 50% più povero degli europei dovrebbe ridurre le proprie emissioni solo marginalmente, mentre l’1% più ricco dovrebbe tagliarle di circa il 97%. 

Con questi dati alla mano, appare paradossale che le strategie di decarbonizzazione europee non tengano conto né delle enormi disuguaglianze nelle emissioni né dei bisogni fondamentali della popolazione.

Il caso dei trasporti è emblematico. In Europa e in Italia, la decarbonizzazione si fonda soprattutto sulla sostituzione tecnologica, dal motore termico a quello elettrico, e inoltre sulla tassazione delle emissioni, rendendo i combustibili fossili più costosi. Eppure, sono proprio le famiglie a basso reddito a dipendere maggiormente dall’automobile: per chi guadagna meno di 15.000 euro annui, il 72% degli spostamenti avviene in auto, contro il 56,4% di chi supera i 25.000 euro. Come mostrano i dati del Rapporto sulla mobilità degli Italiani, la dipendenza dell’auto è significativamene più alta nelle fasce di reddito più basse e nei territori meno serviti dal trasporto pubblico.

Una strategia orientata alla sobrietà dovrebbe partire da questa realtà e affrontare le cause strutturali della dipendenza dall’automobile. In un paese come l’Italia, dove il 90% del traffico passeggeri avviene su strada e almeno 7,3 milioni di persone vivono in aree con un’offerta insufficiente di trasporto pubblico, il margine di miglioramento è enorme. Serve quindi un approccio sistemico, capace di avvicinare i servizi essenziali ai luoghi di vita e rendere possibile spostarsi comodamente con il trasporto pubblico o la bicicletta.

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Le nostre proposte 

1. Sobrietà prima di elettrificazione: Le politiche di sobrietà devono precedere i processi di elettrificazione. Occorre ridurre la domanda di energia garantendo accesso ai bisogni essenziali e riducendo le distanze tra servizi e luoghi di vita, invece che solo una trasformazione tecnologica. In questa prospettiva, avvicinare i servizi pubblici ed essenziali implica anche rivedere e ripensare città e territori in cui sia possibile vivere bene senza dipendere dal veicolo individuale.  Inoltre, bisogna sempre considerare come le politiche di sobrietà non siano neutre, quindi non può esistere un’applicazione uniforme: non possono mancare differenziazioni in base alle condizioni sociali ed economiche, ma anche in base alla responsabilità di emissioni di carbonio. Non tutti i gruppi sociali possono essere chiamati a ridurre i propri consumi nella stessa misura: sono le fasce più ricche che dovrebbero contribuire in modo significativamente maggiore, per evitare effetti regressivi e redistributivi contrari agli obiettivi di giustizia climatica. In questo senso, la sobrietà non è soltanto una politica climatica ma una politica di giustizia spaziale e sociale che richiede investimenti di lungo periodo.

2. Tassare le rendite, finanziare la sobrietà: Le crisi energetiche non impoveriscono tutti allo stesso modo: mentre famiglie e imprese vulnerabili subiscono l’aumento dei prezzi, le grandi imprese riescono a trasformare lo shock in rendita. L’impennata dei prezzi non riflette solo la scarsità, ma anche la capacità degli attori dominanti di preservare i propri margini: nel 2022, TotalEnergies ed ExxonMobil hanno registrato utili eccezionali, rispettivamente 36,2 e 55,7 miliardi di dollari. Strumenti come il «contributo di solidarietà» introdotto dall’Ue nel 2022 sui profitti fossili eccedenti, vanno nella direzione giusta ma restano insufficienti a riequilibrare le rendite generate dalla crisi. Il tema della tassazione degli extra-profitti si intreccia infatti con quello della tassazione patrimoniale: proposte come la Pied-à-Terre introdotta a New York, indicano la possibilità di colpire in modo più stabile le ricchezze immobiliari, meno mobili dei capitali finanziari. La stessa logica può essere applicata alle politiche sanzionatorie ambientali. In Italia, ad esempio, sono state proposte multe in base alla cilindrata dei veicoli, come riportato da Repubblica. Mentre in Finlandia il sistema dei «giorni-multa» rende le sanzioni più progressive e legate al reddito (L’indipendente). In entrambi i casi emerge un principio comune: la capacità contributiva come criterio di giustizia economica e climatica. Tuttavia, queste risorse non andrebbero lasciate alla negoziazione annuale di bilancio. Secondo l’Agenzia Europea Ambientale, una quota crescente della spesa pubblica viene assorbita dal riarmo, mentre il deficit di investimenti verdi resta stimato tra 408 e 528 miliardi di euro l’anno. Per questo le entrate da extra-profitti e grandi patrimoni dovrebbero essere vincolate a una pianificazione ecologica pluriennale, con soglie minime di investimento per casa, trasporto pubblico, rinnovabili e servizi essenziali.

3. Sobrietà necessaria, ma non sufficiente: Se a livello europeo la sobrietà è necessaria, i suoi impatti sul Sud globale non sono neutri. Come sostenuto su Ecological Economics da José Bruno R.T. Fevereiro e Benjamin H. Lowe, nell’attuale struttura dell’economia mondiale, caratterizzata da forti gerarchie ma anche da profonde interdipendenze produttive, commerciali e finanziarie, una riduzione dei consumi nei paesi del Nord globale può generare effetti negativi nei paesi del Sud. Questo è vero, argomentano sulla stessa rivista Claudius Gräbner-Radkowitsch e Birte Strunk, soprattutto nelle economie fortemente dipendenti dall’export e integrate in modo subordinato nelle catene globali del valore.

Quest’ambivalenza riflette una forma di doppia dipendenza strutturale. Da un lato, i paesi del Nord Globale continuano a esternalizzare costi ecologici e sociali verso il Sud, rafforzando forme di scambio ecologicamente ineguale. Dall’altro lato, proprio queste relazioni di dipendenza rendono una riduzione improvvisa della domanda del Nord potenzialmente destabilizzante per molte economie periferiche, che dipendono dall’accesso a valuta estera, credito internazionale e mercati di esportazione.

Per questo motivo, le politiche di sobrietà non possono essere concepite come una semplice riduzione quantitativa dei consumi nei paesi ricchi. Se non accompagnate da politiche fiscali, industriali e di riconversione produttiva, rischiano di aggravare le vulnerabilità che intendono superare. Il problema non è quindi se la sobrietà sia necessaria, ma a quali condizioni possa essere attuata senza riprodurre nuove forme di dipendenza e disuguaglianza.

*Gaia Liberata è un gruppo di economiste ed economisti aderenti ad Ecohesion Collective, centro di ricerca dell’Università di Pisa che indaga le relazioni tra transizione ecologica, economia e disuguaglianze sociali. Hanno collaborato alla redazione di questo articolo: Matthieu Bordenave, Maddalena Calabretta, Cristina Colapietra, Simone D’Alessandro, Gabriele Gervasi, Elma Hadzic, Liam McCourt, Lorenzo Pinna, Giuseppe Procopio

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