Come ha ampiamente dimostrato Marcello Musto in questo numero della rivista, per Marx il comunismo era profondamente legato alla libertà. A condizione di considerarla non solo mera libertà competitiva degli individui contrapposti gli uni agli altri, società in cui «l’eguale diritto» vive solo in funzione della più totale disuguaglianza. Quest’idea più avanzata di libertà, legata alla piena riappropriazione dei processi e dei mezzi di produzione, ma anche della vita stessa degli operai (al maschile quando ci si riferisce a Marx), ha una diversa sostanza e, alla luce anche delle suggestioni offerte dall’intervista di Nancy Fraser su questo numero, andrebbe estesa all’intero processo della riproduzione sociale. Per coglierne pienamente il senso si dovrebbe indagare quel fenomeno che si afferma in Francia tra gli anni Trenta e Cinquanta dell’Ottocento e che vede l’esplosione dell’associazionismo operaio. Un fenomeno decisivo per affermare la «presa di parola operaia», come la definisce Jacques Rancière, e che forgia, nel suo farsi, un ideale nuovo di protagonismo proletario e sancisce la formazione di una libertà cooperativa o come verrà definita più tardi, «sociale».
Libertà sociale
Dalla Rivoluzione francese un’idea di libertà si è dipanata nell’arco delle tante rivoluzioni che hanno attraversato l’intera Europa, eppure questa libertà è stata sempre incompleta, in divenire. Ma c’è una linea diagonale che lega l’apparizione della nuova classe operaia a un’idea che connette strettamente la libertà politica e quella sociale.
Lo scrive in modo inequivocabile il Manifesto dei delegati delle corporazioni, che avevano fatto parte della commissione Luxembourg – l’inedito organismo assembleare formato dagli operai stessi che affianca le istituzioni della Seconda Repubblica francese sia pure per pochi mesi, dal febbraio all’aprile 1848 –: «Il nostro compito, fratelli, è l’emancipazione del proletariato, la conquista dei nostri diritti sociali. Questa questione è legata intimamente alla questione politica. Per risolverla, ci occorre la piena e intera libertà di propaganda, libertà di riunione, libertà di associazione. La garanzia della libertà non sta nella Costituzione, né nelle promesse verbali o scritte: risiede invece interamente nell’unione dei suoi difensori». Libertà collettiva, quindi, libertà sostanziale che va oltre la semplice possibilità di godere di diritti: la libertà degli operai del ‘48 è sociale, nel senso di una piena possibilità di partecipare a una Repubblica che si faccia carico delle richieste sociali e che consenta a chiunque di agire e vivere nel pieno della propria dignità.
Nelle parole pronunciate da questi operai emerge un’idea di libertà che diventa «potere di agire» e che si integra agli altri due termini della triade del 1789, uguaglianza e fraternità (o sorellanza). Ad approfondire il concetto di libertà sociale è uno dei principali esponenti della Scuola di Francoforte, Axel Honneth, che rintraccia quel concetto proprio nel primo socialismo ottocentesco, nel pensiero di Louis Blanc, di Proudhon, dello stesso Marx. In realtà si potrebbe risalire indietro allo stesso abate Sieyès, nel corso della Rivoluzione francese, quando nel comitato ristretto in preparazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, il 20 e 21 luglio 1789, difende un’idea di libertà non solo come «un mezzo di felicità» ma come idea di società «fondata sull’utilità reciproca». Per Honneth, il problema di un’integrazione tra individuo e società costituisce un terreno di ricerca privilegiato fin dai lavori sul tema del «riconoscimento».
