Jacobin Italia

Una parola in movimento

20 Settembre 2023

La categoria del «resistere» ci impone di ripensare l’altrove, ci porta a lavorare su una via di fuga: viaggio filologico alla ricerca di un concetto che non è mai fisso, momentaneo. Si muove per modificare la realtà

Non sono molti i libri non saggistici che hanno la parola «resistenza» nel titolo. Uno, il più famoso, e forse anche il libro dell’educazione sentimentale dell’Italia (e dell’Europa) post-fascista, è quello che riunisce le Lettere dei condannati a morte della Resistenza: libro-monumento, come ebbe a definirlo Thomas Mann, impasto di memoria del passato e tentativo di non vanificare il sacrificio di un’intera generazione. 

Nulla di statico

«Resistenza» (e «resistere») è un caso interessante di parola in movimento, in cui non è la realtà che plasma la parola ma è quest’ultima che si impiastriccia del reale, si modifica e forse contribuisce essa stessa a modificare ciò che la circonda. La resistenza come virtù, azione e caratteristica finanche fisica e materiale, con la r minuscola, e la Resistenza con la r maiuscola, quell’ampio fenomeno storico europeo di lotta al nazifascismo, che pur nella sua irripetibilità si pone a modello di ogni lotta di liberazione, si parlano, si trasformano a vicenda.

Spigolando su internet, si trovano etimologie fantasiose e scarsamente fondate, che tendono ad amplificare l’aspetto «statico» della parola. Ma la storia è più complessa. Per essere tecnici: resistere si compone di due parti, un prefisso (più precisamente un preverbio) re- e un tema -sist-, che è presente nel verbo: sisto. Quest’ultimo è in relazione con sto, che significa «stare», e però i parlanti, nel raddoppiarlo (da sto a sisto) hanno voluto sottolineare che l’azione espressa non era momentanea ma «processuale», continuativa. «Stare fermo» (espresso da sto) è diverso da «fermarsi». Ha poco a che fare con «stare» e quindi con la staticità. 

È facile dimostrarlo con un esempio. Il VI libro dell’Eneide di Virgilio è forse il più famoso dei dodici che compongono quest’opera epica miracolosa. Il libro racconta dell’incontro di Enea con la Sibilla a Cuma e del suo viaggio negli Inferi, attraverso mostri, immagini di malattie, incontri con personaggi di fantasia e con amici del passato di Enea, il protagonista, un esule troiano approdato in Italia. Affisso il ramo d’oro sulla porta della Città di Dite, Enea entra nei Campi Elisi, dove incontra il padre Anchise, scappato come lui da Troia ma morto poi durante il viaggio. Il vecchio padre mostra a Enea il futuro di Roma, elencando ed elogiando tutti i discendenti romani dell’eroe troiano. Anche in questo frangente, Virgilio riesce nel miracolo di una poesia epica – il genere letterario della celebrazione – quasi priva di crudeltà e di guerra: l’imperialismo romano è positivo solo se è capace di «risparmiare i sottomessi». Poco dopo, si elogia l’eroe Marcello, generale dell’epoca delle guerre puniche: egli «rem Romanam sistet», e cioè «aveva rafforzato, reso stabile lo stato». Il brano fece commuovere Ottavia minore, che aveva perduto giovanissimo il figlio Marcello, discendente di quella stessa famiglia. «Sisto» dunque indica chiaramente un movimento, lo sviluppo di una stabilizzazione. Il prefisso re- ribadisce, e semmai insiste, su questa processualità, dando infine alla parola il suo significato di «fermarsi opponendosi a qualcosa». Re-sistere, dunque, come movimento di contrasto in vista di un obiettivo fermo, presente, stabile.

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