«Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo». [Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947]
La figura del muratore fossanese Lorenzo Perrone, che si rivelò decisivo per la salvezza di Levi ad Auschwitz, occupa una quindicina di pagine a stampa nelle Opere complete, percorrendo in maniera sostanzialmente uniforme – dalla prima edizione di Se questo è un uomo a I sommersi e i salvati, alle ultime interviste – l’intero corpus leviano.
Sul piano fattuale, la sopravvivenza, pur nell’insistenza sul «trittico» di prevaricazione, abilità e fortuna, è per Levi possibile perché per sei mesi Perrone, «come un salvatore venuto dal cielo» – lo scriverà ne Il ritorno di Lorenzo (1981) –, aiuta il giovane chimico torinese portandogli incessantemente da mangiare in una menaschka, al punto che Levi e Alberto Dalla Volta arrivano a tentare di escogitare un piano per procurarsene una seconda. Ma non è tanto il suo sostegno materiale a imprimersi nella memoria del giovane sopravvissuto immediatamente a ridosso degli eventi, quanto l’avergli costantemente ricordato, «con il suo modo così piano e facile di essere buono», che «ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia metteva conto di conservarsi». È ciò che Levi scrive, appena tornato, in conclusione del capitolo I fatti dell’estate, probabilmente riducendo in termini quantitativi la presenza di Lorenzo nella sua testimonianza del 1947 perché si trattava anche di un testo di denuncia, oltre che di un’indagine embrionale dell’«esperimento Auschwitz» (per riprendere la straordinaria intuizione di Massimo Bucciantini), di quello che avrebbe definito, nella lunga elaborazione del concetto di «zona grigia», il «contagio del male».
Per quanto contenuto a livello testuale – circa cinque pagine a stampa e duecentocinquanta righe nell’edizione De Silva –, Lorenzo è però fin da subito l’antidoto, il controcanto che si leva in quel mondo capovolto e che permette a chi scrive di sopravvivere – di ritenerne che ne valga la pena, stando alla sua testimonianza – e di continuare a credere nell’essere umano, come ammette Levi stesso in termini commoventi e inconsueti, in quanto a trasporto emotivo e retorico, nei quattro decenni di scritti di suo pugno. E senza ripensamenti, tant’è che nell’approntare l’edizione definitiva del 1958 per Einaudi non cambia nulla della doppia apparizione di Lorenzo, con la sola eccezione di un aggettivo, pur essendo Perrone nel frattempo morto.
Pare innegabile che l’idea che Levi inizia immediatamente a costruirsi del male sia intrecciata all’esistenza del bene che lo combatte e che però, nella sua opera di testimonianza, scelga di concentrarsi sul funzionamento del «contagio» (la riflessione che culminerà nel secondo capitolo de I sommersi e i salvati, uscito nel maggio del 1986). Parallelamente, non smetterà mai di ricordare il muratore piemontese senza tuttavia arrivare a definire le sue azioni in termini esplicitamente resistenziali. Fino agli anni Ottanta, Levi narrerà del suo salvatore all’interno del perimetro di Auschwitz; da Il ritorno di Lorenzo in avanti tenderà a concentrarsi su ciò che è successo dopo il ritorno di entrambi. Ma il messaggio sarà sempre lo stesso: Lorenzo era un «santo», era il bene assoluto, radicale, inscalfibile. La sua figura incarna un gesto di insperata compassione apparso là, nel guado dell’umanità, dal momento che Lorenzo agì come una boccata d’ossigeno quando ormai si perde la speranza di poter riaffiorare.
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Quella che va in scena tra il giugno del 1944 e il dicembre dello stesso anno alla «Buna» è una storia di sei mesi, in cui l’aiuto materiale è solo una parte del sostegno dato a Levi (e a Dalla Volta), come è emerso con forza ancora maggiore in questi mesi: se le tre cartoline scritte dal muratore fossanese a Bianca Guidetti Serra erano da tempo note, è stata infatti di recente pubblicata un’ulteriore lettera, oltre a quella da Katowice del 6 giugno 1945 in cui il chimico torinese parla del «meraviglioso Lorenzo» (pubblicata da Roberta Mori e Domenico Scarpa nell’Album Primo Levi [2017]). È redatta oltre un mese prima, il 27 aprile, e parla di Perrone negli stessi termini; è la testimonianza più a caldo a nostra disposizione:
Io ho potuto mantener[mi] in salute e (relativamente!) in forze, grazie alla generosità senza pari di Lorenzo Perrone, un muratore di Fossano che oltre a permettermi di comunicare coi miei, mi ha portato quasi quotidianamente, per 6 mesi, il cibo che detraeva dalla sua misera razione. Non è vero che io abbia lavorato con soddisfazione. Per 9 mesi il lavoro è stato una tortura quotidiana, e comunicare con Perrone era, per me e per lui, un grave rischio.
Il fatto che le sue azioni, la sua generosità e il pericolo costantemente corso non siano esplicitamente inquadrati nel tema della Resistenza civile ha ragioni essenzialmente cronologiche, legate alla storia della storiografia. È infatti a partire dal libro cardine di Jacques Semelin – Sans armes face à Hitler. La résistance civile en Europe, 1939-1943 –, tradotto in italiano quattro anni dopo l’edizione originale, che questa categoria si impone negli studi (dando vita a un fiorente filone pluridecennale) e poi, soprattutto a partire dal decennio successivo, anche nel senso comune, per definire la mobilitazione spontanea, non in armi, della società, anche a soccorso dei perseguitati. Se oggi è consolidata l’appartenenza dei Giusti tra le Nazioni alla categoria, tra il 1945 e il 1987 era naturalmente qualcosa di ancora indefinito, all’orizzonte.
«Quando una cosa è da fare, si fa»
PIETRO (guardandosi attorno con circospezione e parlando guardingo) Sì, lo so. Ma questi sono senza cognizione: ho visto cosa vi fanno… (Pausa, quindi continuando a lavorare)… e il camino di Birkenau… (Altra pausa). Io non ho studiato, ma per me un ebreo è un cristiano come un altro. (Pausa. Continua a lavorare) È meglio che ci mettiamo d’accordo subito perché qui siamo come gli uccelli di passo. Oggi si lavora qua e domani non si sa dove. Trovati tutte le mattine, alla seconda sirena, vicino alla catasta grande. Lo sai dov’è, no? Di fronte al Bau 930, all’angolo della H-Strasse. Porta una gamella vuota: ne troverai una piena. Cerca di non farti vedere. Ma tanto non occorre dirvelo… Questo sì, è un mestiere che lo sapete fare tutti.
ALDO E tu, non ci sarai?
PIETRO Anch’io non devo farmi vedere. Lo sai cosa ci fanno se ci pescano insieme fuori del lavoro: tu in gas, io in Lager, come voi [Primo Levi, Se questo è un uomo, versione drammatica, 1966]
Nelle pagine leviane il campo è piuttosto circoscritto, almeno su un piano implicito, tant’è che alla fine del 1960, scrivendo a Hermann Langbein che aveva l’intenzione di pubblicare un capitolo di Se questo è un uomo nell’antologia Auschwitz. Zeugnisse und Berichte, nel definire L’ultimo – l’altro capitolo del libro d’esordio in cui compare Lorenzo – «l’unico [capitolo] dove non si parla solo di sofferenza, ma anche di resistenza», Levi regala questa chiave interpretativa anche alla vicenda del muratore piemontese, che per quanto ne sappiamo possiamo senza dubbio definire, sul piano delle motivazioni, prepolitica.
«Quando una cosa è da fare, si fa», dichiara Pietro, la trasfigurazione letteraria di Lorenzo, nella versione drammatica del 1966 dopo aver risposto «Che discorsi. Non ho chiesto niente» ad Aldo (pseudonimo di Primo) che proponeva un possibile riconoscimento economico per il suo aiuto, «forse in Italia, dopo», se se la fosse cavata. E così via. In tutte le fonti primarie a nostra disposizione, così come in quelle de relato leviane, non c’è spazio per astrazioni, come non c’è alcun cenno a un’appartenenza a qualche cultura politica, e tanto meno a un’affiliazione specifica a un partito, a un sindacato o ad altro tipo di organizzazioni sociali o religiose che diano un quadro di riferimento alle azioni di Lorenzo. L’unico passaggio che in qualche modo eleva il suo sguardo dalla concretezza dell’esistenza a un piano più generale è quello alla paura dell’atomica, e si riferisce al tempo del ritorno. È nell’intervista che Levi rilascia a Gabriel Motola nel 1985:
[Lorenzo] mi chiese una volta, molto laconicamente: «Perché siamo in questo mondo se non per aiutarci fra noi?» Fine. Punto. Ma aveva paura del mondo. L’aver visto persone morire come mosche ad Auschwitz l’aveva reso un uomo infelice. Non era un ebreo, né era stato prigioniero. Ma era molto sensibile. Dopo il suo ritorno a casa, iniziò a bere. Andai da lui – viveva non lontano da Torino – per tentare di convincerlo a smettere di bere. Aveva abbandonato il suo mestiere di muratore e si era messo a comprare e rivendere pezzi di ferro per procurarsi l’alcol. Si beveva fino all’ultima lira che guadagnava. Gli chiesi perché e lui mi rispose, francamente: «Non ho più voglia di vivere. Ne ho avuto abbastanza… Dopo aver visto questa minaccia della bomba atomica… Penso di aver visto tutto…». Aveva capito molte cose, ma non aveva mai neanche saputo dove era stato: anziché «Auschwitz», diceva «Au-Schwiss», come «Svizzera». La sua geografia era confusa. Non riusciva ad avere degli orari. Si ubriacava e si addormentava nella neve, completamente ubriaco di vino. [Primo Levi. L’arte del romanzo, di Gabriel Motola, 1985]
Siamo dunque di fronte a un dilemma quasi strutturale, legato alle «poche parole» di quest’uomo, come recita l’esordio della testimonianza leviana – «Quest’uomo era un uomo di poche parole» – nel montato del controverso documentario di Nicola Caracciolo Il coraggio e la pietà. Gli ebrei e l’Italia durante la guerra 1940-45 (la prima puntata andò in onda il 2 novembre del 1986). Ne Il ritorno di Lorenzo il muratore di Fossano è definito «un salvatore aggrondato, con cui era difficile comunicare»: stando alla documentazione giunta fino a noi, Lorenzo non è quindi riconducibile a nessuna esperienza politica strictu sensu, ma solo le sue poche espressioni lapidarie che riecheggiano nei resoconti verbali e scritti di Levi ci permettono di dare una cornice interpretativa al suo operato, dal momento che le sue lettere del dopoguerra non vogliono soffermarsi sui «bei momenti» trascorsi «la» [sic]: «quanto lei parla di Auschwiss il pelo si riattrissa per me e meglio dimenticare delle volte sogno ancora di notte a que bei momenti che abbiamo passato la».
Nella persona/personaggio di Lorenzo Perrone, tuttavia, ostile al potere e che ne combatteva ogni abuso, si può intravedere una venatura anarchica, che lo induce a una battaglia personale in cui, come una monade, per usare un’immagine leviana, agisce donchisciottescamente (la metafora è ancora leviana, a proposito dello strano «duo» composto da Lorenzo e da un suo collega muratore descritto ancora ne Il ritorno di Lorenzo: «Peruch era friulano, e stava a Lorenzo come Sancio a Don Chisciotte. Lorenzo si muoveva con la naturale dignità di chi non si cura del rischio; Peruch, piccolo e tarchiato, era invece inquieto e nervoso, e volgeva di continuo il capo intorno intorno, a piccoli scatti»). Lorenzo agisce senza particolari astrazioni, contro i fascismi europei, contro l’incarnazione più feroce e assoluta che di essi si trovava davanti ad Auschwitz. La sua fu quindi sicuramente, nei fatti, una scelta politica, in senso ampio; la dimensione etica e quella politica sono intrecciate indissolubilmente in quell’uomo illetterato che veniva dal fango del Borgo Vecchio di Fossano, da una vita dura di alcol e fatica.
Non è da sottovalutare, indagando le concause che devono aver spinto Perrone ad agire, un sottofondo di disperazione che lo rese libero di rischiare (non aveva figli, né legami personali forti e stabili, a parte quello con fratelli e sorelle). Gli studi sull’Europa nazifascista ce lo mostrano: anche le rivolte dei perseguitati, solitamente avevano come protagonisti individui che avevano già perso tutto, mentre la famiglia e la speranza furono paradossalmente degli involontari alleati dello sterminio: nella storia della Shoah – ha osservato il direttore del Museo di Auschwitz-Birkenau, Piotr M.A. Cywiński – ogni qualvolta divampò la rivolta, «fu sempre in situazioni nelle quali la famiglia non c’era più, quando le persone rischiavano solo la propria vita». Di norma, leggiamo nel suo Non c’è una fine (Bollati Boringhieri 2017), i deportati volevano stare con i propri cari fino all’ultimo, «sorreggendo i loro genitori anziani e infermi», aiutando i bambini a svestirsi, appaiando le loro scarpe, calmandoli. In pochi avevano il tempo e le energie «per opporre resistenza, cospirare, scappare o combattere. Intere famiglie venivano assassinate insieme». Lorenzo non visse questo terribile genere di perdita; semmai, non aveva mai avuto niente, era completamente libero di agire radicalmente e in solitaria, polverizzando in parte quello che crediamo di sapere sulle dinamiche di aiuto, che sono spesso di rete, di comunità.
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Fare a pugni con il mondo
Quando fui ritornato anch’io, cinque mesi più tardi, dopo il mio lungo giro per la Russia, andai a Fossano per rivederlo e per portargli un maglione per l’inverno. Trovai un uomo stanco; non stanco del cammino, stanco mortalmente, di una stanchezza senza ritorno. Andammo a bere insieme all’osteria, e dalle poche parole che riuscii a strappargli compresi che il suo margine di amore per la vita si era assottigliato, era quasi scomparso. [Primo Levi, Il ritorno di Lorenzo, 1981]
La nota mitezza che rende particolarmente complessa e sofferta, pur nella sua brevità, l’esperienza partigiana di Levi, potrebbe aver contribuito a delineare una tipologia di resistente del tutto peculiare, il donchisciottesco Perrone, che data la nitidezza con cui si staglia sull’opera omnia leviana pare affiancarsi ad altre figure nel pantheon amicale dello scrittore che invece la scelta delle armi la fecero, come Sandro Delmastro, con cui mi pare condivida un profondo istinto morale (meravigliosamente raccontato nel recente Svegliarsi adulti di Roberta Mori [Einaudi 2025]), oltre alla tragica – seppur differente – fine.
Nel capitolo de I sommersi e i salvati dedicato a Jean Améry, una tra le tante persone a lui vicine che si tolsero la vita, Levi scrive che tutti i suicidi ammettono «una nebulosa di spiegazioni», sembra che parli anche di Lorenzo: «chi ‘fa a pugni’ col mondo intero ritrova la sua dignità ma la paga ad un prezzo altissimo, perché è sicuro di venire sconfitto». Perrone colpisce la ferocia del potere e del sopruso, incarnata nella macchina dello sterminio, non con le armi, ma a mani nude, con una menashka per nutrire e una penna per comunicare (e «una maglia piena di toppe»), per pura umanità. E si rivela nitidamente decisivo in un mondo pieno di grigi. Non è un caso che a oltre quarant’anni dai fatti – e a quarant’anni da oggi – sia ricordato, seppur rapidamente ma come un dato assodato, anche nell’ultimo libro di Levi come «il muratore di Fossano che mi ha salvato la vita».
Il lungo percorso di emersione della sua figura a livello internazionale al di fuori delle pagine di Levi, cominciato a metà degli anni Novanta con le ricerche di Ian Thomson e di Carole Angier, entrambe edite in inglese nel 2002, e il parallelo lavoro di quest’ultima perché Lorenzo fosse riconosciuto «Giusto tra le nazioni», cosa che in effetti avverrà il 29 luglio del 1998, avrà un suo ulteriore culmine nella pubblicazione della sua biografia Un uomo di poche parole, volume del 2023 a firma mia tradotto poi in diverse lingue, in cui sottolineo un aspetto che rischia di passare in secondo piano.
Tolte le sue apparizioni in Se questo è un uomo e nella sua versione drammatica, e il cenno con tanto di cognome nella prima «biografia» di Levi (Invito alla lettura di Primo Levi di Fiora Vincenti [Mursia 1973]), bisognerà aspettare infatti gli anni Ottanta, a partire dall’uscita di Lilìt e altri racconti (1981) perché appaia la svolta.
Nella «nebulosa di spiegazioni»
Rifiutava i miei ringraziamenti. Quasi non rispondeva alle mie parole. Scrollava solo le spalle: prendi il pane, prendi lo zucchero. Resta in silenzio, non c’è bisogno di parlare. [Primo Levi. L’arte del romanzo, di Gabriel Motola, 1985]
Viene da chiedersi: il titolo Il ritorno di Lorenzo, pur essendo un titolo descrittivo, vuole significare anche l’intenzione di far «tornare» il suo amico muratore – del quale entrambi i figli, Lisa Lorenza e Renzo, portavano ormai da decenni i nomi – all’interno della propria opera? Vuole forse suggerire che era infine giunta l’ora di svelare quello che era stato a lungo celato? Rimane un’ipotesi, pur suggestiva. È un dato di fatto che in questo contesto assistiamo a un vero e proprio colpo di scena all’interno del corpus composto dai racconti pubblici leviani, quando si narra del momento in cui Lorenzo raccontò al suo giovane amico, scrive Levi, «una cosa che ad Auschwitz non avevo sospettato»: «Laggiù non aveva aiutato soltanto me. Aveva altri protetti, italiani e non, ma gli era sembrato giusto non dirmelo: si è al mondo per fare del bene, non per vantarsene. A “Suiss” lui era stato un ricco, almeno rispetto a noi, e aveva potuto aiutarci, ma adesso era finito, non aveva più occasioni».
Levi, verosimilmente a novembre del 1945, scopre così che Perrone non si era occupato di lui perché connazionale, perché piemontese, perché quasi compaesano – Bene Vagienna (paese originario di una parte della famiglia di Levi) e Fossano sono a pochi chilometri di distanza –, ma perché era un essere umano come lui. Lo rivela pubblicamente, però, solo trentacinque anni più tardi. Grazie all’intervista rilasciata ad Alvin Rosenfeld negli Stati uniti – all’Indiana University – un anno prima di morire, conosciamo persino la nazionalità di altri schiavi soccorsi da Perrone: Levi in quell’occasione disse che Lorenzo aveva aiutato «altri due o tre prigionieri, non italiani: un francese, un polacco e via discorrendo». Ma non sapremo mai di più, di lui come di centinaia di migliaia di altri europei ed europee che tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta hanno imbastito una prodigiosa rete di salvataggio.
Tanto basta, però, a rendere il suo operato dirompente: questo svelamento dimostra che la pulsione perroniana verso il bene non ha motivazioni di solidarietà geografica o linguistica, ma travalica costruzioni culturali e confini. Ed è questo il messaggio di resistenza civile – un messaggio radicale, e universale – che la figura di Lorenzo ha lanciato tra il giugno e il dicembre del 1944 a «Suiss», e che risuona ancora nell’opera leviana e nella memoria pubblica, insieme alle sue poche parole che sono giunte fino a noi, come queste del Natale 1948:
Egregio Signor Dottor Primo
vengo in contracambiare la sua lettera che mi a fatto molto piacere a sentirlo che lei si ricorda ancora verso di me e soltanto io che non posso ricordarmi di lei perche quando uno e povero sara sempre povero ma questanno sono stato ricco di salute ma lei lo sa come e la mia malattia quando tocco linverno e sempre un po di bronchite e me la tengo finche moriro. mia fatto molto piacere a sentire che due mesi fa la sua Signora a avuto una bambina il piacere piu grande del regalo che lei possa farmi per me e stato quello di averli messo il nome di Lisa Lorenza cosi portera anche il mio nome ma spero ringraziando il Signore che non abbia da portare le mie sofferenze che ho portato nella mia vita. intanto mi fa il piacere di salutare tanto la sua Signora e sua Mamma e tutti di famiglia che mi saluta tanto da parte mia il suo amico De Benedetti. e gli auguro buone feste natalizie e buon principio danno a tutta la famiglia e che riceva una scintilla dal proprio quore di chi sempre la ricordera suo amico Perrone Lorenzo addio
Le invio che avrei bisogno di molte cose ma lei a gia fatto troppo per me e mi vergonio persino a domandare basta.
*Carlo Greppi, storico e scrittore, è autore di numerosi saggi sulla storia del Novecento – tradotti in diverse lingue –, di libri per ragazzi e di manuali scolastici. È curatore della serie Laterza Fact Checking: la Storia alla prova dei fatti. Il suo ultimo saggio è Figlia mia. Vita di Franca Jarach, desaparecida (Laterza 2025, tradotto in spagnolo), e il suo prossimo libro racconterà la vera storia del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo.
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