Jacobin Italia

Una scelta di campo

30 Gennaio 2025

Rami Shaweesh al Jabareen, promessa del calcio palestinese, ha passaporto israeliano. Ed è rimasto senza squadra da quando ha scelto di giocare con la selezione della Palestina

Il calcio è, probabilmente, ancora oggi, lo sport più diffuso e seguito al mondo. Un vero e proprio fenomeno sociale di massa in grado di parlare a centinaia di milioni di persone. Per la sua natura sociale e popolare, sin dalla sua nascita, è stato utilizzato dal potere politico per influenzare e indirizzare il corso storico degli eventi. Strumento di pace e solidarietà come di guerra e ingiustizia a seconda degli usi e degli interessi del momento. 

In Israele, ad esempio, nella perenne guerra di conquista della Palestina, viene utilizzato da un lato come strumento di assimilazione dell’elemento arabo dall’altro di ricatto. «I palestinesi in Israele sono, di fatto, una ‘minoranza intrappolata’ – scrive Dan Rabinowitz –: una minoranza che vive come cittadini formali (sebbene alienati dal potere politico) di uno stato-nazione egemonizzato da altri, mentre la maggior parte della propria nazione madre esiste al di fuori del paese». Il calcio, in un contesto del genere, diviene il campo di contesa nella lotta per l’affermazione di un’identità, sia essa israeliana o palestinese. Come ha scritto lo storico Eric Hobsbawm in Nations and nationalism since 1780. Programme, myth, reality, «ciò che ha reso lo sport un mezzo così straordinariamente efficace per inculcare sentimenti nazionali, soprattutto tra gli uomini, è la facilità con cui anche gli individui meno politicizzati e meno partecipi della vita pubblica possono identificarsi con la nazione, simboleggiata da giovani che eccellono in ciò che praticamente ogni uomo desidera, o ha desiderato in qualche momento della vita, saper fare bene. La comunità immaginata di milioni di persone sembra più reale quando si identifica con una squadra di undici persone dai nomi conosciuti». Così i calciatori palestinesi che accettano di giocare per la nazionale di calcio israeliana vengono portati come esempio di integrazione a dimostrazione della multiculturalità e della democraticità della società israeliana; senza che ci sia mai alcun riferimento al loro essere palestinesi. Arabo-musulmano è, infatti, il termine coniato ad hoc dal potere mediatico israeliano per assimilare l’elemento palestinese. Così i vari Abu Fani, centrocampista di 26 anni originario di Kafr Qara, villaggio a maggioranza araba, Mamoud Jaber, 25 anni, proveniente da Tayibe, altra città a maggioranza araba o ancora Anan Khalaili, nato a Haifa ma da una famiglia originaria di Sakhnin, altro luogo a maggioranza araba, si sono guadagnati il rispetto sia dei tifosi ebrei che arabi, grazie alle loro prestazioni in nazionale. La loro presenza rappresenta – o, per meglio dire, viene presentata dal potere politico e mediatico israeliano come – la dimostrazione dell’inclusione nella società dell’elemento arabo che svolge un ruolo importante nella definizione della stessa identità del paese.

Al contrario, quelli che si rifiutano o – peggio ancora – scelgono di rappresentare la nazionale della Palestina diventano veri e propri nemici di Stato. Persone, prima ancora che calciatori, il cui sostentamento – e persino la propria sicurezza – dipende dalla scelta di campo che fanno. 

È quanto successo ad Ataa Jaber, centrocampista oggi trentenne, originario di Majd al-Krum, nella Galilea occidentale, che, nel 2015, giocava regolarmente con la nazionale under 21 israeliana, arrivando anche a indossare la fascia da capitano in ben quattro occasioni, diventato il nemico pubblico numero uno a seguito della sua decisione di non voler più rappresentare la nazionale israeliana, preferendo quella del suo paese d’origine: la Palestina. Decisione nata dalla presa di coscienza che ai giocatori arabi si trasmette una narrazione distorta secondo cui lo sport non dovrebbe mescolarsi con la politica, che rappresenti la tua comunità, che avrai voce e che non è necessario cantare l’inno nazionale israeliano, ma non è così. È impossibile separare la politica dallo sport. Così dopo una violenta campagna mediatica e politica, alimentata da diversi esponenti della politica nazionale israeliana e da diversi suoi compagni di nazionale, con cui si chiedeva addirittura il ritiro della cittadinanza israeliana , il calciatore ha preferito lasciare il paese e proseguire la sua carriera – ma anche la sua vita – prima in Azerbaijan al Neftchi Baku e poi in Qatar al Qatar SC. 

Stessa sorte capitata a un’altra stella del calcio israeliano e presunto simbolo del multiculturalismo di Tel Aviv, Dia Saba, anch’egli originario di Majd al-Krum, costretto a lasciare – temporaneamente – il paese e il suo club, il Maccabi Haifa, dopo che la moglie aveva scritto sui propri social che anche a Gaza ci sono bambini, come puro gesto di umanità in risposta all’offensiva dell’esercito di Israele che, nella settimana successiva al 7 ottobre, aveva già provocato la morte di migliaia di persone tra cui tantissimi bambini e bambine. Un gesto non gradito alla tifoseria del Maccabi come all’opinione pubblica con il calciatore (e la compagna) che hanno subito insulti e minacce di ogni tipo dalla stessa gente che fino a qualche giorno prima lo celebrava come simbolo della coesistenza tra arabi e israeliani . Ed è quanto accaduto anche al giovanissimo Rami Shaweesh al Jabareen, portiere diciannovenne che il 26 giugno scorso ha fatto il suo esordio con la nazionale under 19 della Palestina in occasione della Waff, la Coppa d’Asia Occidentale. Il calciatore nato a Umm al-Fahm, città a maggioranza araba situata nel distretto di Haifa, ma di passaporto israeliano, è rimasto addirittura senza squadra, a seguito della sua decisione di rispondere alla convocazione della nazionale della Palestina.

In questi mesi, come animatori del progetto che portiamo avanti di Calcio&Rivoluzione, abbiamo avuto la possibilità di sentirlo più volte per farci raccontare la sua storia. « Ho giocato per l’Hapoel Umm al-Fahm per dieci anni – ci ha detto Rami – e devo essere sincero non ho mai subito discriminazioni o alcun tipo di razzismo nella mia vita tanto meno dai miei compagni di squadra, almeno fino a quando non ho deciso di rappresentare la nazionale palestinese. A giugno scorso ho ricevuto la prima convocazione della mia vita per giocare con la nazionale under 19 della Palestina. Ero molto felice per questa convocazione, ma ho dovuto subito fare i conti con la dura opposizione della dirigenza della mia squadra. Era preoccupata che un suo tesserato potesse rappresentare la nazionale palestinese perché la squadra gioca nei campionati dell’Ifa, la Federazione Calcistica Israeliana. Francamente, non ho dato molta importanza a questo rifiuto perché scegliere di rappresentare la squadra nazionale del mio paese è un mio diritto. Così ho raggiunto i miei compagni di nazionale e ho giocato il mio primo torneo con loro: la Coppa dell’Asia Occidentale under 19. Nessuno dei miei compagni ha detto nulla circa la mia decisione di giocare per la Palestina. Poi a settembre, quando è iniziato il nuovo campionato, ho avuto una nuova convocazione in nazionale, questa volta dall’under 20 per giocare le qualificazioni alla Coppa d’Asia di categoria. Una volta partito sono rimasto sorpreso perché ho ricevuto un messaggio con cui la società mi comunicava di avermi escluso dalla squadra. Nonostante ciò, rifarei tutto perché anche se questa scelta rappresenta una minaccia per me stesso e per la mia carriera, nulla mi fermerà e rimarrò fedele alla nazionale del mio paese, alla mia famiglia e al mio popolo. Sono molto orgoglioso di rappresentare la nazionale della Palestina e nulla mi farà cambiare idea. Dopo che l’Hapoel mi ha ‘licenziato’, ho provato a cercare una nuova squadra ma in Israele nessuno mi ha voluto proprio per la mia scelta di indossare la maglia della Palestina. Ma non mi sono perso d’animo e sto cercando una squadra disposta a darmi un’opportunità anche all’estero. Spero di trovarla molto presto…».

Quella di Rami è in realtà la storia di tantissimi e tantissime palestinesi che legittimamente decidono di voler rappresentare in qualche modo il proprio paese, le proprie origini e la propria gente anziché cedere ai tentativi di assimilazione (che sa tanto di privazione della propria identità) di Israele.

*Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione.