Jacobin Italia

Una vita sulle barricate

27 Ottobre 2022

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Se il militante che lavora con le parole e i concetti ha un obiettivo, questo sta nel riconoscere le forze liberatrici, disegnare le possibilità e individuare i nemici. In memoria di Mike Davis

«Ho un rimpianto: non morire sulle barricate o in battaglia come ho sempre immaginato romanticamente», aveva detto al Los Angeles Times Mike Davis tre mesi fa, quando il cancro che lo stava consumando lo aveva ridotto ormai allo stadio terminale. È morto a 76 anni, il 25 ottobre. Nel corso della sua esistenza ha inventato un linguaggio e uno stile per raccontare le mutazioni della società statunitense e per ricostruire le vicende storiche del capitalismo e del colonialismo.

In Italia lo abbiamo conosciuto sulle pagine di Decoder, la rivista cyberpunk che dai primi anni Novanta aveva colto prima di tutti l’importanza dei suoi saggi su controllo sociale, trasformazioni urbanistiche e forme della valorizzazione. E lo avevamo letto per merito del manifesto e di Marco D’Eramo, che aveva tradotto per il quotidiano comunista alcuni suoi saggi e che in seguito, per i tipi di manifestolibri, aveva portato in Italia il suo inatteso bestseller: Città di Quarzo

Il libro sorprende i lettori statunitensi e nel giro di poco diventa un classico del genere. Racconta il futuro apocalittico delle nostre metropoli disegnando con le parole le mappe di Los Angeles. Mike Davis incrocia fonti e linguaggi diversissimi tra loro ed eterogenei. Evidenzia le trincee scavate dai piani regolatori e analizza le barriere alzate dalle cronache dei giornali, ripercorre le storie della letteratura di genere e del cinema e svela le scelte strategiche della gestione poliziesca per far vedere come la città-regione californiana stia scivolando verso l’apocalisse dell’apartheid sociale. Zone riservate ai ricchi e i poveri abbandonati e criminalizzati. Quelle quattrocento pagine vengono pubblicate più di un anno prima della rivolta del 1992 in seguito al pestaggio di Rodney King ma la anticipano, ne spiegano ex ante le cause e ne indagano le ragioni più profonde. «Se in City of Quartz c’erano premonizioni del 1992 erano semplicemente ansie riflesse visibili su ogni muro coperto di graffiti o, se è per questo, su ogni prato dal quale spuntava il cartello ‘Armed Response’» scrive Davis nella prefazione alla ristampa statunitense del 2006 facendo riferimento alle forme di sicurezza privata che spuntarono dai giardini delle case dei benestanti negli anni Ottanta.

Il suo lavoro sulla California come chiave di lettura del collasso capitalista sarebbe proseguito con Geografie della paura, che ancora in tempi non sospetti indaga la relazione tra catastrofi naturali (incendi, uragani, terremoti) e pianificazione territoriale. È un’analisi talmente inquietante e potente che un operatore del real estate si mette in testa di passarlo al setaccio del fact-checking per provare a sminuirlo: nonostante la fatica estenuante di rimettere in fila la miriade di elementi che interagiscono nel libro non riesce a smontare la tesi di fondo. La sintesi narrativa efficace evoca un’alleanza oscura tra meteorologi, media e speculatori per ridisegnare Los Angeles e coglie il nesso tra disastri climatici e ingiustizie sociali che negli anni successivi sarebbe diventato tema di dibattito in tutto il pianeta.

Circa dieci anni dopo, Mike Davis si materializza a Roma in occasione di un dibattito in piazza nel quartiere di San Lorenzo. Proprio in un quartiere incontrollabile che sarebbe arrivato al collasso nel giro di qualche anno a causa della morsa gelida di media, politica e mercato ascoltiamo il racconto di questo californiano vestito con camicia di flanella da boscaiolo. Rivela che la sua conoscenza palmo a palmo del territorio losangelino e della sua storia sociale deriva dal fatto che prima di dedicarsi alla ricerca e alla scrittura aveva fatto anche il camionista. Ci spiega che le trasformazioni urbanistiche e la gestione del territorio sono parte decisiva dello sfruttamento, che il modo in cui si vincola la libertà di circolazione e l’attraversamento di un territorio con una cancellata, togliendo una panchina o piazzando telecamere è parte decisiva della costruzione delle forme di vita e di asservimento. 

La sua analisi della Città di Quarzo comincia in una forma spiazzante: prende le mosse da Llano del rio, pianura alle porte di Los Angeles che aveva ospitato una comune socialista prima di venire lottizzata ed essere data in pasto alla speculazione. Questa attenzione alla storia del movimento operaio statunitense era stata al centro della sua prima pubblicazione, nel corso degli anni Ottanta, quando aveva pubblicato sul tema alcuni articoli sulla New Letf Review. Aveva ripercorso l’epopea dei prigionieri del sogno americano ma in fondo si trattava sempre di ricostruire quello che era accaduto e quello che sarebbe potuto succedere. Mike Davis cercava di capire i motivi della proliferazione e della debolezza strutturale della Rivoluzione che venne prima della presa della Bastiglia. Aveva analizzato la composizione dei latifondisti e della grande borghesia che si ribellò al dominio coloniale inglese, sottolineandone le differenze con i ceti medi urbani e colti che fecero la Rivoluzione francese e che seminarono gli ideali di uguaglianza, libertà e fraternità in forme più radicali di quanto non avvenne nel Nuovo Mondo.

A proposito di colonie, in Olocausti tardovittoriani ricostruisce le vicende dei disastri naturali e delle carestie che segnarono le dominazioni europee in Asia, Africa e America latina. Prendendo in esame una mole di materiale impressionante, si mette in testa di individuare la nascita del concetto di Terzo mondo, di spiegare come l’arretratezza sia un concetto storicamente determinato. Si era mosso dalle periferie di Los Angeles a quelle del mondo anche ne Il Pianeta degli Slums nel quale descrive le vicende del popolo globale delle baraccopoli, oltre un miliardo di persone che in ogni angolo del pianeta vive in condizioni di povertà estrema e ai margini della metropoli, e descrive alcune delle forme (religiose, politiche e culturali) che ne caratterizzano l’azione collettiva.

Nel 2005, in un libro uscito nel mercato anglosassone con il titolo The Monster at our Door e pubblicato in Italia come Influenza aviaria, Mike Davis esce ancora una volta dalla sua zona di comfort e si spinge a sostenere che il mondo è minacciato da una terribile epidemia di influenza che proviene dal continente asiatico e che è stata causata dagli allevamenti intensivi e dai guasti della globalizzazione neoliberista. L’operazione sembra ardita, perché nel giro di pochi mesi la previsione sembra essere scongiurata e la pandemia sventata. Invece ci ha visto lungo: si tratta solo di attendere l’ulteriore mutazione dell’infezione, quindici anni più tardi.

Negli ultimi anni della sua vita Mike Davis si dedica all’insegnamento, scrive articoli (molti su Jacobin) e mette all’opera la sua grande capacità affabulatoria scrivendo romanzi per ragazzi che parlano di pirati e avventure in mare. Prima di lasciarci, torna sul luogo del delitto e scrive insieme allo storico Jon Wiener Set the night on fire, una storia di Los Angeles negli anni Sessanta che prende il titolo dal verso della nota canzone incendiaria dei Doors. Sono pagine che dipingono una città per molti versi fuori controllo, in preda a un’incredibile e vertiginosa commistione di mobilitazioni per i diritti civili, militanza politica, controculture giovanili, gang di strada. Ha ancora una volta la capacità di mettere in reazione, all’interno di un quadro concettuale e analitico rigoroso, mondi e linguaggi completamente diversi. Partiti comunisti e corse clandestine di auto, gioventù bruciata e pantere nere, party selvaggi in spiaggia e chiese che si battono contro il razzismo. Di fronte a tutto questo, la corruzione e i metodi spregiudicati del Los Angeles Police Department rappresentano la forza oscura che frena il cambiamento. Che, ancora una volta, impedisce che da questa moltitudine fatta di vitalità e forze liberatrici possa prendere corpo un’alternativa. 

Mike Davis, al contrario di quanto dicesse, è morto sulle barricate, in mezzo al combattimento dei tanti mondi che ha saputo leggere, interpretare, mettere in relazione. Se il militante che lavora con le parole e i concetti ha uno scopo, si trova esattamente in questa potenza nel disegnare le possibilità e individuare i nemici. Continueremo a leggerlo e a riconoscere le sue storie nelle strade che attraverseremo, a riprendere in mano le centinaia di pagine che ha scritto e a vivere le avventure di ieri, di oggi e di domani. Le storie di chi ha scelto di stare dalla parte dei rivoluzionari. 

*Giuliano Santoro, giornalista, lavora al Manifesto. È autore, tra le altre cose, di Un Grillo qualunque e Cervelli Sconnessi (entrambi editi da Castelvecchi), Guida alla Roma ribelle (Voland), Al palo della morte (Alegre Quinto Tipo).