Jacobin Italia

Uno sguardo decoloniale su Conflans

28 Ottobre 2020

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Il terribile episodio della decapitazione di un insegnante nei sobborghi di Parigi, pone questioni difficili da maneggiare per il movimento antirazzista di fronte all'imbarbarimento delle società

Com’è noto, nei giorni scorsi abbiamo assistito al terribile episodio della decapitazione di un insegnante, Samuel Paty, a Conflans Saint-Honorine nei sobborghi di Parigi. L’omicida, poi ucciso dalla polizia, è stato un rifugiato ceceno diciottenne. L’episodio rientra nell’onda lunga aperta da tutta la vicenda riguardante Charlie Hebdo. Tre settimane fa un giovane pachistano aveva aggredito con una mannaia due persone davanti all’ex sede di Charlie Hebdo, proprio nei giorni in cui cominciavano le udienze del processo per la strage avvenuta nel 2015 nella sede del giornale. Il processo vede imputate quattordici persone con diverse accuse: associazione terrorista, appoggio logistico e complicità in omicidio terroristico. 

Abbiamo intervistato Houria Bouteldja, nota militante antirazzista decoloniale, già fondatrice del Pir (Parti des indigènes de la republique) e autrice de I bianchi, gli ebrei e noi. Verso una politica dell’amore rivoluzionario (Sensibile alle foglie, 2016), cercando di andare oltre le narrazioni (e le parole) dominanti sull’accaduto. Si tratta di una vicenda che pone questioni piuttosto difficili al movimento antirazzista non solo francese, ma anche europeo, poiché affonda le radici nella stessa costituzione materiale dell’Europa post-coloniale e trascende quindi i singoli confini nazionali. Essa irrompe e disgrega non solo la trama simbolica istituzionale, costruita intorno alla finzione bianca dell’universalismo, ma anche quella di un discorso sul soggetto subalterno che, indifferente ad aporie e contraddizioni, finisce per ridurlo a una proiezione della buona coscienza. Conflans ci richiama, dunque, a uno sforzo di pensiero (e di posizionamento) non indifferenti, di cui abbiamo forse perso l’abitudine, sempre più sollecitati da identificazioni e enunciazioni di principio tanto facili e vicine alle proprie «community» di riferimento quanto spesso lontane dalla reale immanenza dei conflitti. 

Hai scritto di recente delle riflessioni interessanti sui terribili fatti di Conflans, facendo riferimento a Aimé Césaire e alla nozione di «imbarbarimento» razziale, al fine di fornire una chiave di lettura diversa a quelle più ricorrenti. Ci puoi riassumere la tua lettura dell’episodio? E, soprattutto, a quale tendenza della società dobbiamo stare attenti?

Aimé Césaire ha spiegato che la colonizzazione imbarbariva gli europei, che li rendeva dei barbari e che la loro salvezza dipendeva dalla loro capacità di disfarsi del sistema coloniale. Da parte mia, ho ripreso questa riflessione dicendo che il soggetto postcoloniale che vive in Europa e che trae vantaggio dal rapporto coloniale, anche se al gradino più basso, s’imbarbarisce allo stesso modo, innanzitutto oggettivamente attraverso la sua integrazione a un sistema economico e politico fondato sullo sfruttamento imperialistico del sud, ma anche a causa della sua condizione subalterna in Europa. Subendo delle discriminazioni razziste strutturali, degli ostacoli a organizzarsi politicamente, ed essendo umiliato senza possibilità alcuna di trovare delle soluzioni emancipatrici, tale soggetto può progressivamente nutrire dei sentimenti d’odio verso la società che lo umilia. È quello che è successo con gli attentati del 2015 a Parigi, ma anche con la decapitazione dell’insegnante di storia e geografia. È questo fenomeno che chiamo imbarbarimento. Peraltro questo imbarbarimento è generale. Non riguarda i soli soggetti postcoloniali. Il mio presupposto è che siamo tutti imbarbariti dalla violenza generalizzata di questa forma di dominio, ma che l’imbarbarimento più esplicito è quello che consiste ad andare a bombardare la Libia o a sfruttare il lavoro dei bambini del Congo con il pretesto di imperativi economici e militari. È un fenomeno prodotto dal potere e che incancrenisce la società.

Una parte della sinistra in Italia pensa spesso alle persone provenienti da un contesto postcoloniale quasi come se fossero «destinate» a assumere posizioni progressiste. Tu hai parlato a più riprese degli effetti perversi prodotti dalla dominazione coloniale che subiscono. Qual è la situazione politica dell’«indigenato» di Francia? Che genere di riflessione politica è oggi necessaria?

Io non credo che l’«indigenato» sia spontaneamente progressista. È vero che i lavoratori immigrati dagli anni Sessanta fino agli anni Ottanta erano piuttosto a sinistra perché legati più o meno al mondo operaio, ma questo li ha abbandonati per chiudersi nella difesa dei lavoratori bianchi. Il divorzio con la sinistra è da allora sempre più consapevole. Tanto più che la sinistra in Francia si è mostrata islamofoba in nome dei valori progressisti. Visto che il progressismo è stato spesso usato contro l’«indigenato» (considerato come più patriarcale, più arretrato religiosamente, più omofobo), il progressismo è diventato sospetto agli occhi degli indigeni di Francia che sono effettivamente diventati sempre più conservatori. Bisogna comprendere però che questo conservatorismo sociale può essere interpretato anche come una resistenza al liberalismo economico, perché le solidarietà sociali ed economiche, dal momento che lo Stato si disimpegna dalla solidarietà sociale, si possono ricercare solo in seno alla famiglia e alla comunità, dove si trovano protezione e solidarietà.

In seguito a questo omicidio sembra inevitabile una nuova offensiva di Stato basata sul concetto di «laicità», che è stato spesso strumento di islamofobia. Perché dovremmo diffidare di una tale nozione nell’uso politico che ne viene fatto in Francia? Qual è la sua matrice coloniale e islamofoba?

La laicità è un significante fluttuante che è stato riempito ogni volta secondo i bisogni ideologici della contro-rivoluzione coloniale. In pratica, si tratta del tentativo di sostituire il principio di «giustizia», rivendicazione principale di ogni movimento sociale, con quello di «laicità» che è tutto tranne che innocente. È uno dei più grandi inganni ideologici delle classi dirigenti per ritessere delle solidarietà oggettive tra i segmenti bianchi della popolazione e i grandi interessi di Stato, a detrimento di un blocco sociale e politico opposto al blocco al potere. È importante interrogarsi sulla facilità con cui il campo progressista s’è lasciato spossessare della parola «giustizia». Credo che se i rappresentanti delle classi popolari bianche, mi riferisco qui alla sinistra, hanno permesso questo, è anche perché essi ne sono complici, nel senso che tengono al patto razziale della repubblica francese. Privilegiano il legame che li unisce alla loro borghesia piuttosto che una prospettiva rivoluzionaria che consisterebbe a unirsi con il mondo operaio non bianco.

Sul piano delle lotte antirazziste e dell’antirazzismo politico, in che modo stanno influendo la pandemia di Covid, le misure di restrizione e la crisi economica? E in che modo è stato ricevuto il coprifuoco nei quartieri, visto anche il suo passato utilizzo per la repressione degli algerini durante le lotte di liberazione?

Gli abitanti dei quartieri popolari sono stati i più esposti alla crisi perché sono loro che hanno dovuto svolgere i lavori indispensabili durante il lockdown. Sono loro che hanno approfittato di meno del lockdown, contrariamente alle classi medie che hanno potuto smettere di lavorare o che hanno svolto il telelavoro. D’altronde, la tolleranza di fronte all’indisciplina imposta dal governo è stata più ampia nei quartieri ricchi, mentre i poveri hanno subito repressioni più dure. Non è un caso che siano stati i movimenti antirazzisti e dei sans papiers i primi a manifestare dopo il lockdown. Invece, per quel che sono a conoscenza, il legame tra coprifuoco e storia coloniale, anche se è stato evocato, non è stato poi oggetto di grandi riflessioni.

Dopo l’omicidio di George Floyd, si è assistito a un’ondata di mobilitazioni internazionali contro il razzismo, in cui ognuna di queste ha contestato la struttura specifica che il razzismo assume nel proprio contesto nazionale. Si è molto parlato di quello che può apportare alle altre lotte la storia del razzismo e dell’antirazzismo negli Usa; invece, non si è molto parlato delle differenti specificità. Che cosa possiamo imparare dalla particolarità dell’esperienza francese?

Prima di parlare delle specificità, è importante osservare innanzitutto le similitudini. La constatazione che il sistema razzista ha le stesse origini e gli stessi effetti nella maggior parte delle grandi democrazie liberali rimane l’elemento più eclatante. Le polizie dei grandi centri capitalisti hanno tutte le stesse funzioni: sono i guardiani di un ordinamento sociale e razziale. Dalla stampa francese si è sentito molto parlare di importazione del modello americano, ma è falso. Nulla è importato. La specificità della Francia è d’esser stata implicata sin dall’inizio nel commercio triangolare, d’aver teorizzato e istituito il sistema della razza su scala mondiale e d’essersi fondata su un sistema discriminatorio di classe, razza e genere. La differenza francese è che la Francia crede di poter sfuggire a questa realtà attraverso il suo discorso universalista che sarebbe contrario al sistema americano. È un mito. La realtà storica e materiale smentisce questa narrazione autopromozionale.

Infine, è difficile tralasciare le vostre recenti dimissioni dal Pir (Parti des Indigènes de la République). Per quali ragioni pensi che il percorso politico del partito sia esaurito? Quali cambiamenti sono avvenuti nel contesto politico per spiegare la tua decisione?

Penso che l’organizzazione autonoma dei non bianchi sia imperativa e resti d’attualità. Il problema è che il Pir, che è stata l’organizzazione decoloniale più combattiva e innovatrice degli ultimi quindici anni, è stata fortemente attaccata dalle forze del campo politico bianco, inclusa la sinistra e l’estrema sinistra, il che l’ha resa totalmente radioattiva. Le organizzazioni e le personalità militanti o intellettuali non vogliono più essere associate a noi per paura di diventare radioattive a loro volta. Siamo stati quindi completamente marginalizzati. Quando il veicolo che dovrebbe permetterci d’avanzare è paralizzato, bisogna cambiarlo.

*Houria Bouteldja viene da una famiglia di immigrati algerini in Francia ed è autrice di I bianchi, gli ebrei e noi (Sensibili alle foglie). Miguel Mellino insegna studi postcoloniali all’Università di Napoli L’Orientale. Tra i suoi libri, Post-Orientalismo. Said e gli studi postcoloniali (Meltemi) e la cura di Marx nei margini (Alegre). Andrea Caroselli, antropologo, si occupa principalmente di conflitto giovanile e dei processi di segregazione scolastica tra le diverse filiere dell’istruzione secondaria. È attualmente dottorando presso l’Università di Padova.