Jacobin Italia

Vi faremo la pelle

14 Giugno 2023

Gli economisti le chiamano «esternalità negative»: sono i danni della produzione, che nel caso dei distretti toscani della concia consistono in scorie tossiche. Per smaltirle intervengono, con le spicce, ‘ndranghetisti senza scrupoli

Erano gli anni Ottanta del secolo scorso e un camorrista di nome Gaetano Vassallo ebbe l’idea di sotterrare i rifiuti tossici di mezza Italia nei terreni attorno a casa sua, in Campania. Come racconta nel libro Così vi ho avvelenato (Sperling & Kupfer, 2016), scritto dopo aver deciso di collaborare con la giustizia, tra i rifiuti c’erano anche quelli provenienti da Santa Croce sull’Arno, un piccolo paese in provincia di Pisa: scarti di conceria contenenti cromo – una sostanza chimica che nella sua forma esavalente è sicuramente cancerogena – spruzzati sulle piante di ciliegio come se fossero diserbanti. 

Il colpo da maestro era stato quello di dichiarare questi veleni «utili per le coltivazioni»: senza troppe difficoltà, i camorristi si erano comprati i tecnici che avevano rilasciato quella certificazione, con il beneplacito degli imprenditori locali ai quali stavano risolvendo un grosso impiccio, ovvero disfarsi di sostanze inquinanti senza pagare i costi di smaltimento previsti per legge. Vassallo ricorda con un certo rimpianto i bei tempi in cui veniva a Santa Croce sull’Arno all’inizio di ogni mese e, come lui scrive, «era meglio di un bancomat»: centinaia di milioni di vecchie lire consegnati dai conciatori ai camorristi, purché quelle sostanze tossiche sparissero subito dalla vista. 

Anche Roberto Saviano ha fatto cenno alla vicenda, nel suo celebre Gomorra, ma nonostante quel libro sia diventato un best-seller, non è bastato per alzare il velo su una realtà che fatica a diventare parte della coscienza nazionale. L’idea che la Toscana, la bella regione di filari di cipressi al tramonto, di vigneti e oliveti, di bellezze artistiche invidiate in tutto il mondo, sia purtroppo terra di mafia. Su questa presa di coscienza prevale la convinzione che siano forti gli anticorpi, che la società civile sia in grado di contrastare le infiltrazioni mafiose. Non ci siamo accorti  che la mafia invece si è già largamente impiantata in Toscana, mettendo solide radici. 

Non aiuta il fatto che anche nelle pubblicazioni dedicate all’argomento, come ad esempio quella recente (2021) di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, Complici e colpevoli. Come il Nord ha aperto le porte alla ‘ndrangheta (Mondadori), tra tutte le regioni del centro-nord manchi, oltre al Friuli-Venezia Giulia, proprio la Toscana, cui si fa un rapido accenno solo, per l’appunto, in relazione alla problematica dei rifiuti conciari. Eh già, perché l’imprenditoria locale non ha cambiato mentalità rispetto agli anni Ottanta: se il problema era e resta «come non accollarsi i costi di smaltimento delle sostanze tossiche utilizzate per conciare la pelle, scaricandoli tutti sulla società intera, infischiandosene delle conseguenze sulla salute pubblica», la soluzione era e resta quella di affidarli alla mafia, non più la camorra ma, a partire all’incirca dall’inizio di questo secolo, la ‘ndrangheta. 

Lo smaltimento mafioso del Keu in Toscana

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