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Violenza sulle donne

Marie Moïse 15 Novembre 2018

Il capitalismo resterebbe in piedi se le donne non fossero costrette con la violenza a riprodurlo, ovvero a mettere al mondo, nutrire, vestire, soddisfare sessualmente le vite che il capitalismo stesso sfrutta?

La questione è capire se si tratti di un’emergenza o di un’urgenza.

Affrontare la violenza sulle donne come un’emergenza significa parlare di un fenomeno imprevisto, su cui non resta che intervenire per punire, quasi sempre a fatto compiuto. Nello stato di emergenza emergono solo le forme più evidenti del problema. Quelle che non lasciano i segni sul corpo, o che si compiono lontano dagli occhi dei più, continuano, ignorate o normalizzate, a pervadere la vita delle donne. Chi grida all’emergenza parla di stupri e femminicidi preferibilmente quando a compierli è uno straniero per strada a danno di una donna italiana. Non conta che 4 donne italiane su 5 abbiano subito violenza da un italiano, e che 2 femminicidi su 3 avvengano per mano di un familiare. Tanto la destra populista quanto le forze liberali puntano il dito sull’immigrazione – l’“emergenza immigrazione” – costruendo il mito che la violenza sulle donne sia propensione degli uomini stranieri, in particolare di cultura islamica. Con la complicità dei mass media e dei generatori di fake news, invocano la castrazione chimica, i militari per le strade, l’inasprimento delle pene, le espulsioni e i corsi di educazione ai valori occidentali per richiedenti asilo.

È questo il modo in cui si alimenta allo stesso tempo lo stereotipo della donna vittima indifesa da salvare. E così, la politica dell’emergenza prova a occupare lo spazio delle dirette interessate, togliendole la voce o peggio intervenendo solo quando, insieme alla voce, hanno ormai perso la loro stessa vita. Ma questo accade 150 volte all’anno, una volta ogni 2,5 giorni. Altro che fenomeno imprevisto.

Parlare di urgenza, allora, significa riconoscere la necessità impellente di affrontare il problema, ma nella sua interezza. L’urgenza è quella di chi, negli ultimi due anni, ha riempito le piazze e i social network con la parola d’ordine “Non una di meno”: non lasceremo che un’altra vita soltanto venga portata via dalla violenza, senza aver lottato per lei, per tutte noi. Quel noi si è coagulato nel momento in cui l’esperienza diretta di chi ha subito violenza è tornata a uscire allo scoperto, nel guardarsi l’un l’altra e dirsi #metoo, è successo anche me. L’insieme delle voci che si sono prese autonomamente lo spazio politico ha fatto emergere il problema sin dalle sue radici, ovvero sin dalla sua dimensione strutturale. È quella di un fenomeno che, dalle relazioni personali alle istituzioni, attraversa il sistema intero, o meglio, ne garantisce il funzionamento. Il capitalismo resterebbe in piedi se le donne non fossero costrette con la violenza a riprodurlo, ovvero a mettere al mondo, nutrire, vestire, soddisfare sessualmente le vite che il capitalismo stesso sfrutta?

La violenza sulle donne non è un’emergenza, ma il sistema di oppressione in cui viviamo. L’urgenza è quella di sradicarlo.

La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua.

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