La paura è finita, è arrivata Trump Gaza». Ha fatto il giro del mondo, il 26 febbraio 2025, il video creato dall’Intelligenza artificiale e diffuso dal presidente degli Stati uniti sui suoi profili social ufficiali, che mostra la striscia di terra palestinese come una riviera mediorientale riedificata secondo i canoni del turismo esotico, in cui le odalische danzano, Trump e Netanyahu si rilassano a bordo piscina, Elon Musk lancia una pioggia di banconote americane, e i nativi servono cocktail ai padroni bianchi. Grazie alle nuove tecnologie di visualizzazione, la realtà delle centinaia di persone che ogni giorno muoiono a Gaza per le bombe israeliane, le malattie e la fame è sostituita dalla rappresentazione di un «futuro dorato». Un futuro che nasce dal progetto colonialista, razzista e classista di annientamento di una popolazione intera.
Lo svuotamento del mito dell’Occidente
Trump Gaza racconta, nel linguaggio della virtualità, la violenza senza limiti né legge che la nuova amministrazione Usa ha eletto a mezzo privilegiato per la soluzione dei conflitti, mentre la leggerezza scanzonata con cui il presidente l’ha rilanciato segnala un cambiamento radicale nei dispositivi di giustificazione e nell’immagine di sé che la prima potenza mondiale intende proiettare internazionalmente. Dal giorno del suo insediamento, Donald Trump ha mostrato di non voler vincolare il proprio agire né al diritto internazionale, né alle risoluzioni delle Nazioni unite, né al rispetto delle convenzioni sui diritti umani, sulla salute o il clima, né al principio dell’autodeterminazione dei popoli o ai valori della democrazia e della libertà. In breve, di avere in spregio l’insieme di principi, norme e regole che hanno costituito l’ossatura di un ordine mondiale a guida occidentale di cui negli ultimi ottant’anni proprio gli Stati uniti si sono proposti come fautori e difensori.
Se l’arroganza da superpotenza, le furbizie, le ipocrisie e le contraddizioni (come la mancata adesione alla Corte penale internazionale) precedono il mandato dell’attuale presidente, ciò che oggi sembra annunciare un mondo nuovo è l’apparente svuotamento di contenuto di quella costruzione, invenzione o mito dell’«Occidente», scomparso persino dai discorsi delle élite di governo di Washington. L’Occidente atlantico-centrico sta collassando? È già finito? O stiamo assistendo a una mutazione più aggressiva, all’inasprimento nella proiezione di potenza di questo costrutto sempre sfuggente? Esiste ancora l’Occidente in quanto referente geopolitico? E in quanto mito?
Quelli di Occidente, Oriente, Medio Oriente, Estremo Oriente sono evidentemente, in sé, delle invenzioni storico-politiche e strategiche. Come scrive Renata Pepicelli in questo numero e nel suo libro Né Oriente né Occidente. Vivere in un mondo nuovo (il Mulino, 2025), si tratta di «termini profondamente eurocentrici nati per descrivere il mondo attraverso gli occhi dei colonizzatori europei».
