Jacobin Italia

Dissidenza e guerra

15 Giugno 2022

Ilya Budraitskis, esponente della sinistra radicale russa, ricostruisce la natura imperialista dell’aggressione all’Ucraina e racconta un paese nel quale sono tornate egemoni le vecchie idee della destra più reazionaria

Fin dai primi giorni dell’aggressione all’Ucraina ci sono state prese di posizione nette e iniziative contro la guerra da parte di gruppi dell’opposizione russa. L’importanza di queste iniziative va oltre l’attuale momento di guerra e ci offre la possibilità di guardare cosa accade in Russia «in basso a sinistra». Ilya Budraitskis, attivista della sinistra radicale russa e autore del libro Dissidents among Dissidents uscito all’inizio del 2022 per la casa editrice Verso, è un testimone importante e interessante di questa prospettiva.

In Italia, ma anche in Europa occidentale, siamo abituati a guardare la Russia da una prospettiva geopolitica, cioè attraverso il suo rapporto con le altre potenze (Stati uniti, Europa, Cina). Di conseguenza leggiamo le politiche dei governi russi solo in funzione di queste relazioni. Come vivono i dissidenti e gli oppositori politici di Putin questa lettura?

Penso che dovremmo parlare dell’attuale guerra, delle ragioni dell’invasione russa dell’Ucraina non solo in termini di geopolitica globale ma anche tenendo conto delle sue radici nei trent’anni di Russia post-sovietica, dell’evoluzione della coscienza dell’elité russa e della complicata relazione tra Russia e Ucraina. Se guardiamo al risultato immediato dell’invasione russa salta all’occhio come la crescente militarizzazione dell’Europa orientale o la possibile adesione alla Nato di paesi come la Finlandia o la Svezia siano risultati immediati della decisione delle autorità russe e non sembra una buona strategia per impedire la crescita della Nato. Come si vede è problematico leggere questa invasione in termini geopolitici, anche perché non si può dire che ci fosse una chiara strategia geopolitica, cioè rivolta alle relazioni internazionali nel loro insieme.

Quali sono le caratteristiche fondamentali della Federazione Russa dal punto di vista economico, politico e internazionale?

La Russia è sicuramente una potenza imperialista. L’imperialismo non è solo una logica puramente economica del capitalismo. C’è un’altra dimensione dell’imperialismo, che David Harvey chiama «logica territoriale». La Russia è soggetta a entrambe le logiche e sono profondamente intrecciate. Le imprese statali russe come Gazprom sono legate a questa logica territoriale. Hanno bisogno di assicurarsi il territorio per l’estrazione e gli accordi politici con gli stati per la spedizione del loro petrolio e gas attraverso gli oleodotti. Il capitale statale e fossile russo, e le loro logiche di imperialismo territoriale ed economico, sono così profondamente integrati che non è chiaro quale sia lo strumento dell’altro. Putin li ha fusi nel suo regime. Ma è un errore vedere il suo regime semplicemente come «capitalismo di stato»: ha concentrato il capitale fossile nelle mani dello stato perché era sia redditizio che strategicamente significativo, ma ha privatizzato quasi tutto il resto, specialmente la fornitura di assistenza sociale come la sanità.

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