La classe dominante non è composta solamente da chi detiene i mezzi di produzione. Sta anche dentro le istituzioni. Un passaggio del Manifesto comunista di Marx e Engels ricorda che la borghesia si è «conquistata il dominio politico esclusivo dello stato rappresentativo moderno, [che ha reso] il potere statale moderno un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese». Se nell’epoca della rivoluzione industriale, agli albori del capitalismo, i mezzi di produzione coincidevano con chi deteneva la forma più alta di potere oggi non è più soltanto così. I mezzi di produzione, il capitale, rimangono la forma più visibile del potere. Ma c’è un luogo in cui il potere sguscia via, inafferrabile e sfumato tra volti quasi sconosciuti al grande pubblico, eppure conosciutissimi tra i corridoi romani. Oggi chi governa davvero sfugge al controllo popolare, chi scrive le leggi, inserisce gli emendamenti, decide le strade che percorriamo, quante tasse paghiamo e quanti asili abbiamo nella nostra città, chi decide quali banche far saltare e quali tenere, non dipende più tanto dal voto, dalla democrazia.
Esiste un substrato di istituzioni e uffici, corridoi e cariche che sfuggono all’opinione pubblica, attraversando i cicli politici con le proprie posizioni di potere rigorosamente intatte. Sono uomini e donne, anzi quasi tutti uomini, che permeano le istituzioni italiane, che le hanno plasmate e trasformate. La tecnocrazia ideologizzata e potentissima che tiene le fila del nostro paese non attira i riflettori – se non raramente – non vuole brillare di luce propria né riflessa. Esiste e comanda, e questo basta. Basta per continuare a perpetuare gli stessi principi, la stessa ideologia neoliberista che da decenni ripete la necessità di avere meno stato e più mercato, che la finanziarizzazione e la globalizzazione sono una conseguenza inevitabile, there is no alternative! Non c’è alternativa all’austerità legittimata da trattati che non hanno nulla di democratico, come non c’è alle collettività che si frammentano, individui persi e dispersi senza più nessuno che li rappresenta. Quest’ideologia vince in Italia come altrove – ma in Italia in modo preponderante – e diventa l’assetto naturale di coloro che decidono.
Dal Ministero dell’economia e delle finanze (Mef) alla Ragioneria dello stato, ai capi di gabinetto, ai direttori generali, alle società di consulenza. Tutto è retto da un equilibrio sottile ma consolidato per perpetuare gli interessi protettissimi di pochi (non) eletti. Quando questo equilibrio sembra rompersi arriva qualche salvatore, sempre dallo stesso posto – la Banca d’Italia – che si sacrifica per salvare la patria. È successo con Carlo Azeglio Ciampi (1993), poi con Lamberto Dini (1995), ora con Mario Draghi. Garanti dell’ordine esistente, di una distribuzione di potere nella società che continua a vedere loro, gli affidabili, ai vertici. Sono i competenti, figura di primo piano nel dibattito nazionale, quelli che in Radical Choc (Einaudi 2020) lo scrittore Raffaele Alberto Ventura chiama la «classe professionale-manageriale»; una classe che sopravvive nel vortice della burocrazia perché, come ha scritto recensendo il libro Alessandro Aresu, «alla legge ferrea dell’oligarchia si sostituisce la legge ancora più rigida della burocratizzazione». I pochi che ci mettono la faccia contano meno di chi non ce la mette. Ad esempio, i ministri spesso hanno meno peso dei loro direttori generali. Una volta questi ultimi «cadevano» assieme al loro ministro, e venivano unilateralmente sostituiti dal nuovo incaricato. Poi la nota sentenza 233/2006 della Corte costituzionale rese questo cosiddetto spoil system illegittimo, per ragioni legate all’imparzialità della funzione amministrativa (ex art. 97 della Costituzione) – dicono alcuni – per salvaguardare equilibri di potere – dicono altri. I direttori generali sono dei potenti e quasi intoccabili, conoscono la macchina dello stato più del ministro – perché c’erano prima del suo arrivo e ci saranno dopo. Sono i depositari esclusivi di un sapere inaccessibile, raccolto in cassetti pieni di dossier da tirare fuori al momento giusto. Ma non sono tutti uguali, alcuni sono più potenti di altri. Ad esempio, il direttore generale del Tesoro che resta in carica svariati anni diventa una fonte preziosissima di sapere e segreti su qualsiasi cosa che conta: banche, società partecipate, assicurazioni, società quotate, titoli di stato. Tutto passa per questo Dipartimento, tutto.
Un potere straordinario, quello della Direzione generale del Tesoro, garante di interessi precostituiti e in grado di mantenerli intatti. È uno dei quattro pilastri del Mef, luogo di arrivo e partenza, vetrina prestigiosa, spesso trampolino di lancio verso l’alta finanza, altro ingrediente fondamentale della nostra tecnocrazia. Ad esempio, Vincenzo La Via, dopo aver guidato il Tesoro per sei anni (confermato dai ministri Siniscalco, Padoa-Schioppa e Tremonti) si è dato alla finanza internazionale con la consulenza al Promontory Financial Group – società del gruppo Ibm. Ancora, Vittorio Grilli, al Mef dal 2002 al 2011 – ragioniere e direttore del Tesoro, poi addirittura ministro del governo Monti – nel 2014 viene chiamato da J.P. Morgan. Traiettoria simile quella di Domenico Siniscalco, direttore generale, ministro e – per finire in bellezza – finito nella banca d’affari Morgan Stanley. Un continuo intreccio tra finanza, consulenza, politica, e… Banca d’Italia, il tassello che tutto – o meglio tutti – congiunge.
Per ben quattro volte l’Italia – unico paese in Europa dal dopoguerra ad averne avuto necessità – ha chiamato i tecnici a «salvarla». Due volte per voce di Oscar Luigi Scalfaro (Ciampi – che di fatto mise fine alla prima Repubblica – e poi Dini), una volta di Giorgio Napolitano con Mario Monti all’indomani della crisi finanziaria, e adesso di Sergio Mattarella con Draghi. Tutti – eccetto Monti – provenienti dalle fila della Banca d’Italia (Ciampi e Draghi ex governatori, Dini ex direttore generale). Anche al Quirinale ben due presidenti provengono dagli uffici di via Nazionale, sempre Ciampi – potere tentacolare per almeno tre decadi – e prima di lui Luigi Einaudi. Ciampi è una figura avvolta da un alone di rispetto bipartisan, un santino slegato da conflitti politici che, in una decade cruciale della storia del paese cui sono seguiti anni di crisi economica, sociale e politica, ha girato tutti i ruoli di potere (governatore, ministro, presidente del Consiglio e della Repubblica) e ha giocato un ruolo in passaggi chiave come il divorzio tra Banca centrale e Tesoro, il decreto di San Valentino (che mise mano alla scala mobile, ossia all’adeguamento dei salari all’inflazione) e, naturalmente, il trattato di Maastricht.
