Jacobin Italia

Il grande furto legalizzato

10 Giugno 2021

Ogni anno le multinazionali evitano di pagare tra i 250 e i 600 miliardi di dollari di tasse, grazie ai sistemi chiamati di accomodamento fiscale. È anche per questo motivo che il reddito globale si è spostato dal lavoro al capitale

In principio fu Silvio Berlusconi. Era il 17 febbraio 2004, dodicesimo anniversario dell’inizio di Tangentopoli: se lo stato chiede troppo, diceva in conferenza stampa, «mi sento moralmente autorizzato a evadere, per quanto posso, le tasse». L’imprenditore diventato politico confessava il senso di giusto sollievo che provoca – in certa classe imprenditoriale – fregare il fisco, che sia con l’elusione o con l’evasione fiscale. Donald Trump, altro uomo d’affari che condivide con Berlusconi l’amore per il nero, durante la campagna elettorale del 2016 ha risposto alle accuse di «non aver pagato neanche un centesimo di imposte federali sul reddito» con: «Già, perché sono furbo». Nemmeno Ronald Reagan, il presidente secondo cui «lo stato (o, parafrasando, l’esattore delle tasse) non è la soluzione, ma parte del problema» era mai arrivato a tanto. 

Imprenditori della stessa pasta di Trump o Berlusconi, gli oligarchi russi, i principi sauditi, i cleptocrati africani, i colossi industriali con fatturati che doppiano il Pil di molti paesi sono coloro che godono di quello che gli economisti Gabriel Zucman ed Emmanuel Saez chiamano in un loro libro Il trionfo dell’ingiustizia (Einaudi 2020). È il sistema che consolida la distribuzione della ricchezza mondiale. A partire dagli anni Ottanta, intorno a esso si è costituita l’industria «dell’ottimizzazione fiscale», ovvero l’accomodamento della dichiarazione dei redditi propria e delle proprie aziende nelle più disparate giurisdizioni allo scopo di ridurre al minimo o addirittura a zero l’imponibile fiscale. 

Il sistema è illegale solo se gli inquirenti del paese che subisce il furto del gettito riescono a dimostrare che lo schema fiscale ha prodotto un guadagno illecito. Però a quel punto ci si deve accordare non solo con l’impresa da sanzionare, ma anche con il paese che l’ha protetta, che non sempre è disposto a rinunciare a quanto incassa, anche se è meno di quanto dovrebbe. È così che negli ultimi cinquant’anni stati più o meno piccoli – da Panama a Malta, dalle isole caraibiche ai Paesi Bassi o al Lussemburgo – sono diventati patrie delle società «bucalettere», ovvero aziende che esistono solo per nome e indirizzo, oltre le quali, però, non esistono dipendenti, ma solo flussi di cassa. La geopolitica delle tasse ha creato una concorrenza al ribasso tra i paesi di tutto il mondo. Con il risultato che gruppi imprenditoriali abbastanza grossi sono in grado di condizionare con il loro gettito fiscale, seppur «scontato», i bilanci di alcuni stati che fanno dell’attrattività verso le imprese la loro principale risorsa, visto che scarseggiano di altro. 

Un sistema rotto

Il Fondo monetario internazionale e l’Ong Tax Justice Network stimano che ogni anno le multinazionali non pagano tra i 250 e i 600 miliardi di dollari grazie agli schemi di accomodamento fiscale. Dal 2013 l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), organizzazione internazionale nata nel 1960 allo scopo di promuovere politiche più inclusive a livello internazionale, ha lanciato il progetto Beps (Base erosion and profit shifting). In pratica, è una strategia mondiale per recuperare almeno 100 miliardi di questo tesoretto. Dopo anni di traccheggiamenti, la crisi economica indotta dall’emergenza sanitaria ha spinto il presidente degli Stati uniti Joe Biden a proporre un’aliquota minima mondiale per le imprese al 21% e ad alzare quella degli Usa dal 21 al 28%. Paradossale che a proporre questi cambiamenti sia un presidente che è stato per anni senatore del Delaware, il paradiso fiscale per eccellenza negli Usa, dove i beni immateriali – come brevetti, strumenti finanziari o brand – non sono minimamente tassati. È il segno di quanto sia necessaria una riforma fiscale globale. La segretaria del Tesoro Janet Yellen in un editoriale sul Wall Street Journal del 7 aprile ha definito «un sistema rotto» la concorrenza tra stati per gli sconti fiscali. Ha poi preso di mira il Tax Cut and Jobs Act voluto da Trump nel 2017, una riforma che ha ridotto l’aliquota fiscale alle imprese dal 35 al 21% e ha permesso di far rientrare i soldi offshore negli Stati uniti pagando il 10,5% di tasse. L’attenzione ai gettiti fiscali per l’amministrazione Biden è legata al piano di investimenti pubblici da duemila miliardi per finanziare la ripresa post-pandemia. Queste esigenze combaciano con una fase storica in cui in Europa alcuni paesi tassano i giganti del web come Google, Amazon e Microsoft, i più difficili tra i contribuenti dai quali battere cassa. Ecco perché oggi accade l’impensabile e si parla anche in ambienti fortemente liberisti di limitare il grande furto del gettito fiscale.

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