Negli ultimi due anni le politiche economiche degli stati occidentali sono cambiate profondamente. La crisi innescata dalla pandemia ha spinto le autorità ad agire con decisione e pragmatismo, mettendo da parte i vecchi dogmi neoliberali, forse una volta per tutte.
Anche se non sempre in modo omogeneo fra i vari paesi, governi e banche centrali hanno avviato una massiccia mobilitazione di risorse pubbliche, come non se ne vedevano da decenni. In alcuni casi essa ha preso la forma di ambiziosi piani di investimento, in altri di finanziamenti a fondo perduto o a condizioni molto vantaggiose, in altri ancora di salvataggi veri e propri.
Il ritorno dello stato
La similitudine fra pandemia e guerra, spesso abusata e inopportuna, risulta calzante se riferita a questo enorme dispiegamento di risorse pubbliche: monetarie, istituzionali e politiche. Secondo alcuni, saremmo di fronte al «ritorno dello stato». In realtà, lo stato non se n’è mai «andato via» davvero. Il neoliberalismo ne ha ridotto l’intervento sociale, ma non si è certo sbarazzato del potere pubblico. Anzi, lo ha messo al servizio dei suoi fini: riduzione dei vincoli ai movimenti di capitale, mercatizzazione dei rapporti sociali e via dicendo.
Ma con la crisi del 2020 qualcosa si è rotto in questo meccanismo. Di fronte al rischio di una devastazione economica su vasta scala, lo stato non si è potuto limitare a erogare liquidità, per quanto in proporzioni immense, al fine di salvare il tessuto produttivo. Gli apparati pubblici hanno dovuto scegliere quali settori privilegiare e a quali scopi, riappropriandosi di un ruolo da attori protagonisti nei processi economici, molto di più rispetto alla grande crisi finanziaria del 2008.
