Jacobin Italia

Il potere di veto delle classi dominanti

10 Giugno 2021

Per raggiungere i loro scopi i capitalisti non hanno bisogno di governare direttamente o di essere organizzati come se dovessero farlo. Ecco perché nessun governo di sinistra è mai riuscito a praticare «la via elettorale al socialismo»

Negli anni Settanta, con la stagnazione economica e il conflitto di classe crescente, la sinistra tornò a riflettere su un problema che l’aveva tormentata a lungo: il ruolo dello stato nella società capitalista. L’articolo di Fred Block del 1977, The Ruling Class Does Not Rule, pubblicato inizialmente su Socialist Revolution, è forse la disamina più chiara di un approccio strutturalista al problema.

Il saggio è stato scritto in un periodo in cui la socialdemocrazia era ancora all’apice della forza e si radicalizzava a ogni crisi del capitalismo. Il successo elettorale dei partiti di sinistra rianimava i vecchi dibattiti sui governi riformisti, se fosse possibile cioè utilizzare il potere statale per emanare leggi radicali e sfidare l’influenza delle grandi imprese.

Per molti marxisti, l’idea che lo «stato borghese» potesse essere usato per portare avanti un’agenda simile era inconcepibile. Sin dal diciannovesimo secolo, la gran parte della sinistra socialista aveva interpretato lo stato sotto il capitalismo non come un corpo neutro, ma come una delle facce del dominio capitalista. È un’idea che si basava sulla convinzione che, per dirla con le parole dell’economista Paul Sweezy, lo stato è «uno strumento nelle mani della classe dominante per conservare e garantire la stabilità della struttura di classe».

Durante il ventesimo secolo, tuttavia, questa convinzione fu complicata dalla crescita della democrazia politica. Man mano che i lavoratori, una nazione dopo l’altra, ottenevano il diritto di voto, molti si chiesero se i partiti socialisti non potessero utilizzare le elezioni per prendere il controllo dello stato attraverso il parlamento. Per la verità, dopo la Seconda guerra mondiale i partiti riformisti, in alleanza con i sindacati, fecero proprio questo – in Svezia, il partito dei lavoratori governò per quasi mezzo secolo, dal 1932 al 1976.

Agli inizi degli anni Sessanta, l’esperienza di questi governi spronò una serie di socialisti a sfidare l’approccio «strumentale» nei confronti dello stato offerto da Sweezy e da altri. Guidati da teorici influenti come Ralph Miliband, Claus Offe e Nicos Poulantzas, questi pensatori iniziarono a immaginare la possibilità di instaurare rapporti differenti con lo stato, considerato «relativamente autonomo» rispetto al mondo degli affari. Sottolineavano come le persone alla guida dello stato moderno spesso non provenissero dai ranghi dell’élite economica; un fatto particolarmente evidente nelle nazioni dove i partiti socialdemocratici forti, strettamente legati a sindacati potenti, erano riusciti a vincere le elezioni. Come notò Poulantzas, «la partecipazione diretta dei membri della classe capitalista negli apparati statali e nel governo, anche dove esiste, non è l’aspetto più rilevante del problema».

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