Che rapporto c’è fra il populismo americano della fine del diciannovesimo secolo e i partiti socialdemocratici europei emersi nello stesso periodo? Come mai negli Stati uniti il populismo ha assunto un carattere così rurale?
I populisti hanno rappresentato la prima ondata di radicalismo economico della politica statunitense, e come hai anticipato tu il loro carattere rurale è stato preponderante. Non gli dispiaceva definirsi anche «partito del lavoro». Le prime organizzazioni risalgono all’inizio degli anni Novanta dell’Ottocento, grazie alla convergenza dei Knights of Labor e dei movimenti delle grandi cooperative contadine nate un decennio prima, grossomodo lo stesso periodo in cui sono nati i partiti laburisti nel Regno Unito e in Australia.
Nonostante invocassero la nazionalizzazione delle ferrovie e la giornata lavorativa di otto ore, la matrice del partito non era però marxista. Si vedevano piuttosto come una rinascita della tradizione democratica americana, con tanto di programmi per purificare il sistema grazie a una maggiore chiamata alle urne e a votazioni migliori: referendum, votazioni segrete, elezione diretta dei senatori. Oggi, ovviamente, il radicalismo contadino è un ceppo pressoché estinto nella vita politica americana. All’epoca era molto forte però, e in una forma o nell’altra ha continuato a esistere fino agli anni Settanta del secolo scorso.
Intravedi qualche somiglianza fra l’odio per i populisti espresso dalle élite di allora e il disgusto liberal per l’America «di mezzo» che è tipico dell’odierna classe dei professionisti?
Parallelamente al significato originario di «populismo» – inteso come movimento del lavoro agricolo del decennio 1890 – c’era anche un’altra definizione, inventata dai conservatori di allora per screditare il movimento. Ecco, se i populisti dell’epoca sono stati ampiamente dimenticati, la loro versione caricaturale inventata dai detrattori è invece viva e vegeta.
