Quando nel 1958 Michael Young, con il romanzo L’avvento della meritocrazia (Edizioni di comunità, 1962), la consacra nel lessico politico occidentale, la parola «meritocrazia» nomina un mondo futuro dai tratti distopici. Nel suo romanzo sociologico i test di intelligenza selezionano i soggetti determinando una divisione sociale fra un’élite direttiva e una massa di subordinati. Dietro la satira, Young denunciava la scuola tripartita inglese uscita dall’education act del 1944, che classificava i ragazzi con un test a undici anni, consegnandoli a un destino di successo o fallimento senza far conto delle loro condizioni sociali di partenza. Sui banchi di accusa anche un sistema produttivo, pubblico e privato, in cui mancava la partecipazione dei lavoratori. L’eguaglianza delle opportunità, intesa come opportunità di competere e sopraffare gli altri e non come possibilità di sviluppare la propria personalità, diventava eguaglianza dell’opportunità di poter diventare diseguali. Nel finale del racconto, una rivolta definita «populista» (con specifico riferimento al populismo russo), organizzata da una coalizione di lavoratori manuali e dalle donne dell’élite, mirava a combattere il sistema classista affermando l’esistenza di una pluralità di valori irriducibili a quelli imposti dal potere e basati sul produttivismo e l’efficienza.
Un lemma dal significato negativo
La meritocrazia nasce dunque come lemma dal significato negativo, per affermare il carattere autoritario del criterio del merito rispetto a cui viene rivendicato il valore della differenza. Sarà proprio Young, in un altro testo, a far notare come il contrario di eguaglianza sia diseguaglianza e non differenza, che si può dispiegare soltanto quando vi sia un’eguaglianza non meramente formale. Non è un caso che la contestazione antiautoritaria del ’68 fu anche contro la meritocrazia: per impedire che, come sostenevano il sociologo Pierre Bourdieu e Don Lorenzo Milani, nella scuola e nell’università venissero confermati i privilegi esistenti nella società; e per impedire che in fabbrica le premialità determinassero disparità arbitrarie all’interno delle stesse categorie.
Il termine inizia ad assumere un significato positivo negli Stati uniti all’interno di un discorso critico verso l’espansione dello stato sociale. Il sociologo Daniel Bell, nel saggio Meritocracy and equality (1972), critica A theory of justice (1971) di John Rawls in quanto espressione della torsione eccessivamente redistributiva che a suo avviso stava subendo la democrazia americana, tradendo il dna liberale dei padri fondatori, per i quali il problema era garantire a tutti l’uguaglianza di opportunità e non di risultati. Per Rawls invece una società incentrata soltanto sull’apertura della carriera ai talenti diventava «insensibile». Era necessario, infatti, che la collettività si occupasse di chi era indietro più che dei beneficiati dalla sorte, capaci anche di far da sé. Il possesso delle doti non avrebbe dovuto determinare la formazione di privilegi, bensì essere valorizzato come servizio alla comunità.
In Europa il termine meritocrazia mantiene fino a tutti gli anni Novanta uno statuto normativo quanto meno controverso. A questo proposito è eloquente la voce curata da Lorenzo Fischer nelle diverse edizioni del Dizionario di politica Bobbio-Matteucci (e poi Pasquino), in cui fra l’altro si ricorda come Karl Marx criticasse la soluzione capacitaria sottolineando l’esistenza della dimensione dei bisogni («da ognuno secondo le proprie capacità ad ognuno secondo i propri bisogni»). Ma anche il sociologo Anthony Giddens, nella Terza via (1998), sosteneva che la riforma dello stato sociale non avrebbe mai dovuto portare a una meritocrazia, la cui logica considerava allora «neoliberista».

