Non è facile intercettare gli umori dell’opinione pubblica in Russia. I sondaggi, lo strumento più usato per questo proposito, non sono affidabili. In un contesto in cui le libertà d’opinione e di espressione sono fortemente limitate, e in cui accedere a informazioni imparziali e verificate sulla drammatica situazione in Ucraina è estremamente difficile, ancora più complicato è valutare il supporto della popolazione nei confronti di una guerra la cui stessa esistenza viene negata. Il controllo dell’opinione pubblica da parte del governo russo è capillare e impegnato su più fronti. Innanzitutto, il dibattito e la narrazione della guerra sono regolati da un apparato legislativo che si è notevolmente irrigidito negli ultimi mesi. Il 2 marzo scorso, il Codice penale è stato modificato con sanzioni più pesanti nei confronti di chi scredita le Forze armate russe, mentre risale al 15 marzo l’approvazione della legge «contro le fake news», per cui chi diffonde notizie discordanti dalla versione del Cremlino in merito all’«operazione militare speciale» in Ucraina rischia fino a quindici anni di carcere.
Questo assetto normativo è accompagnato da pratiche informali intimidatorie sempre più frequenti. Organizzazioni indipendenti come Ovd-Info, una Ong impegnata nella tutela delle voci dissidenti e dei perseguitati politici in tutta la Russia, ha osservato e documentato la prassi ormai consolidata da parte delle forze dell’ordine di fermare i passanti per strada per costringerli a mostrare il cellulare, e controllare la presenza di canali appartenenti a gruppi di opposizione sulle app di messaggistica come Telegram. Bisogna poi considerare una propaganda mediatica capillare, anch’essa rinforzata dalla legge contro le fake news: le maggiori testate indipendenti sono state costrette a sospendere la copertura delle notizie relative alla guerra, o a sospendere in toto il proprio lavoro. Infine, la formulazione delle domande nei sondaggi è rilevante: non si parla mai di guerra. Alcuni sondaggi parlano di «situazione in politica estera», e l’efficacia del «chi vuole intendere intenda», nell’ambito di un campione rappresentativo della popolazione generale, è discutibile. Poiché la metodologia del sondaggio non riesce a registrare l’impatto di queste variabili sulla risposta delle persone intervistate, ne consegue che l’efficacia stessa dei sondaggi nel registrare le tendenze dell’opinione pubblica in merito alla guerra di Putin in Ucraina è piuttosto scarsa.
Le contraddizioni nella società russa
Dai sondaggi, però, emerge un dato interessante: la contraddizione nelle risposte registrate. Il 28 aprile il Levada Centre, centro di ricerca indipendente moscovita recentemente classificato come «agente straniero», ha pubblicato i risultati di un sondaggio condotto fra il 21 e il 27 aprile, su un campione di più di 1.600 persone, in aree rurali e urbane di 50 soggetti della Federazione Russa. I risultati mostrano opinioni contraddittorie. Se la percentuale di chi si è detto più o meno convinto del successo dell’«operazione militare» in Ucraina si aggira intorno al 70%, e quella di chi si dichiara a favore intorno all’80% (coerentemente con i sondaggi effettuati in precedenza da altri centri di ricerca filogovernativi e non), l’80% del campione esprime anche forte preoccupazione davanti alla stessa «operazione», perlopiù legata alla morte di civili e militari, alla distruzione del territorio ucraino e alle sofferenze causate in generale. Preoccupazioni che, intuitivamente, dovrebbero influire sulla valutazione dell’«operazione» e sui sentimenti in merito.
Il 3 maggio scorso, la testata indipendente Meduza ha pubblicato la versione tradotta di un reportage di qualche giorno prima. La giornalista Shura Burtin ha intervistato diverse persone in giro per la città di Mosca, insieme a una sociologa. Il reportage, naturalmente, non ha la pretesa né lo scopo di restituire un quadro rappresentativo, ma le dichiarazioni raccolte sono interessanti. Molte persone intervistate hanno rilasciato dichiarazioni apertamente contraddittorie nell’ambito della stessa breve intervista: dal popolo ucraino, popolo fratello e covo di nazisti al tempo stesso, allo sterminio di civili mai avvenuto e inevitabile nel giro di una frase sola, le opinioni sfidano il principio di non contraddizione in molti modi diversi. Nel 2017, Masha Gessen pubblicò The Future Is History, un corposo volume di non-fiction diventato subito best-seller in molti paesi (in Italia è stato tradotto da Sellerio). Attraversando le vite di personaggi emblematici della Russia contemporanea, Gessen offre, fra le altre cose, un resoconto dettagliato del bipensiero orwelliano che ha dominato l’opinione pubblica sin dalla tarda epoca sovietica. I risultati raccolti dal Levada a fine aprile sono in linea con le indagini sociali che il centro ha fatto nel suo lavoro decennale: evidenziano una continua tensione fra la propaganda e l’esperienza, il cui risultato è la mistificazione della verità entro un mondo di antinomie orientato alla continua perpetrazione di sé stesso. La «realtà dei fatti», dice Gessen, è nemica del regime, perché può essere contestata.
