Appena tornava la luce, nell’aula magna, centinaia di ragazzini si guardavano elettrizzati. Dietro c’erano settimane di congetture, speranze, tentativi di corruzione per intervenire sulle candidature. I cosiddetti Oscar del liceo Ennio Quirino Visconti di Roma, a maggio, sostituivano l’ultima assemblea d’Istituto dell’anno e iniziavano con quelle luci spente e poi accese, in una cerimonia che era un po’ show televisivo e un po’ festa di fine anno dell’high school. Musica, presentatori con microfono, clip proiettate su teli per annunciare ogni concorrente. Si votava una serie di categorie, ciascuna con la sua rosa di nomination, e in massima parte per la carica di reucci e reginette di bellezza: si proclamavano la più bella e il più bello del ginnasio, la più bella delle coppie, e niente era paragonabile all’elezione dei più belli della scuola – Mister Visconti e Miss Visconti. A decretare i vincitori erano, a seconda delle edizioni, una giuria o il calore del pubblico col cosiddetto «applausometro». L’unico titolo che usciva da criteri estetici riguardava il freak, il diverso perché autistico o perché eccentrico. Grandi risate, dalla platea, accompagnavano i goffi e gli strambi che salivano a ritirare il premio.
Ho frequentato uno dei grandi licei pubblici italiani, e ho l’impressione che equivalga ad averli frequentati tutti. A quanto sentivo allora e a quant’ho ricostruito poi, lo stesso succedeva a Roma come a Milano, a Bologna come a Napoli. E nei licei-bene di provincia: a Catania, mi hanno raccontato dieci anni fa, esisteva una premiazione identica a quella degli Oscar del Visconti.
Sono le scuole dove i professori ammoniscono studenti e studentesse di prepararsi a diventare la futura classe dirigente. Dove si invitano ospiti famosi a parlare in aula magna. Dove accorrono i giornalisti per le interviste prima dell’esame di maturità («Emozionato?»). Le scuole che si contendono i posti di vertice nelle classifiche nazionali. Istituti pubblici che sembrano privati, per aura esclusiva e caratteristiche escludenti.
Lo scorso autunno, il Manzoni di Milano ha annunciato che la scrematura delle iscrizioni si sarebbe basata, tra gli altri, sul criterio della residenza in centro. Una scelta giustificata con la situazione d’emergenza, effetto della pandemia, che comportava per l’istituto la decisione «di sospendere la sua tradizionale apertura a tutti gli studenti». Di tradizionale c’è il concetto che frequentare queste scuole sia un privilegio. Quand’ero uno studente del Visconti, l’iscrizione era strettamente legata alla residenza nell’allora prima circoscrizione. Nel 2014 il Visconti ancora deliberava che i criteri per le formazioni delle classi fossero: «residenza nel I Municipio; presenza nella scuola di fratelli frequentanti i corsi; possibilità di ammissione con sorteggio pubblico per coloro che provengono da altri distretti scolastici secondo i posti a disposizione». In quel I Municipio ormai la nuova suddivisione amministrativa della città comprendeva, oltre al centro storico, anche una zona (Prati) spazialmente distante, storicamente estranea ma socialmente omogenea. E per chi veniva da fuori non restava che il sorteggio – la lotteria come per la green card in America.
I miei compagni di scuola che venivano da contesti sociali diversi si contavano. Si riconoscevano tra loro ma non si univano. Venivano riconosciuti da chi apparteneva alla maggioranza: una persona che oggi studia in un grande liceo pubblico mi ha spiegato che a una sua compagna, appena arrivata dalla Sicilia, per mesi è stato cantato: «Sei venuta col gommone». La differenziazione si generava e continua a generarsi pure all’interno di quella maggioranza. Un fattore al Visconti dei miei anni era stare in una determinata sezione delle sei esistenti, percepita come l’eccellenza dell’eccellenza, dove si diceva servisse la raccomandazione per entrare.
