Jacobin Italia

Spettacolo per pochi eletti

10 Giugno 2021

Al tempo della diffusione digitale si potrebbe pensare che la musica è ormai una forma d’arte democratica. Non è così. Tutti accediamo ai rumori di fondo. Ma la musica come esperienza è sempre più per le élites

Sempre più spesso ci immergiamo nella musica dove e come possiamo. La mattina, con gli auricolari mentre andiamo al lavoro; di sottofondo, mentre puliamo o prepariamo la cena; alla scrivania, con melodie dolci, per permettere alla nostra mente di staccare dal solito tran tran. Una tendenza in netto contrasto con la musica intesa come evento, celebrazione o catarsi, tutte modalità con cui abbiamo partecipato alle performance dal vivo per gran parte della storia umana. Una privatizzazione solitaria di un medium per sua natura sociale.

Come per molte altre cose, anche la musica per i ricchi è un’esperienza in qualche modo diversa. Pensate, ad esempio, all’esibizione di Elton John al matrimonio di Rush Limbaugh dal costo di un milione di dollari. O al concerto privato di Beyoncé per il figlio di Muammar Gaddafi. O al prezzo di due milioni di dollari pagato da Martin Shkreli «Pharma Bro» per l’album prodotto in un’unica copia Once Upon a Time in Shaolin del Wu-Tang Clan. Persino quell’ammasso di vergognosa incompetenza del Fyre Festival era inteso, preme ricordarlo, come un raduno di glamour e privilegio, dove un biglietto medio costava 1.200 dollari.

È questo l’aspetto profondamente antidemocratico che assume la cultura quando è lasciata al mercato. Ma c’è di più. Prima del capitalismo e dell’ascesa della forma merce, l’arte poteva essere esperita soprattutto all’interno dei circoli dei ricchi. Appesi nei palazzi dei monarchi o nei grandi luoghi di culto, i capolavori trasmettevano un senso di aura, riverenza, diritto divino. L’avvento della fotografia ha cambiato tutto. Con la carta stampata, la riproduzione meccanica dell’immagine le ha permesso di raggiungere lo spettatore ovunque si trovasse. Potremmo dire la stessa cosa della musica nell’epoca digitale. Oggi chiunque ha accesso a tutta la musica mai registrata in qualsiasi luogo del mondo si trovi. Il suono arriva a te, ed è limitato solo dalla tua capacità di pagare per un servizio di streaming e per l’accesso al Wi-Fi.

Ma c’è un problema, le cui radici affondano non nella tecnologia di riproduzione in sé stessa, ma in chi la controlla.

Nel suo Modi di vedere, John Berger prende le mosse dalla teoria di Walter Benjamin, lodando il potenziale democratico dell’arte riprodotta meccanicamente e sottolineando come, agli albori del capitalismo (e prima dell’avvento della fotografia), la classe mercantile in ascesa utilizzasse proprio i dipinti a olio come strumento per fare mostra della propria ricchezza di terre e beni. Oggi, nell’epoca della riproducibilità digitale dell’immagine, il nostro corollario a questa pratica è rappresentato dai «ragazzini ricchi di Instagram», che si vantano dei loro elicotteri e delle casse di Dom Perignon in quello che Adam Stoneman ha descritto diversi anni fa su Jacobin come «lo sfoggio di una spacconeria che trasuda sprezzo dei soldi e gratificazione nel negare agli altri l’esperienza della ricchezza anziché condividerla».

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