Un momento di silenzio, poi il rumore delle chiavi. Le ondate di protesta hanno spesso una dimensione sensoriale: rimangono nella memoria per un colore specifico, uno slogan, oppure per un suono. Senza dubbio le proteste che hanno seguito il ritrovamento di Giulia Cecchettin il 18 novembre 2023, morta per femminicidio, risuonano al ritmo delle chiavi tenute in mano dalla folla e fatte tintinnare per minuti interminabili.
Il gesto delle chiavi nasce anni prima nei cortei del 25 novembre contro la violenza maschile e di genere organizzati dal movimento Non Una di Meno e simboleggia almeno due cose. L’abitudine di tenere le chiavi tra le dita della mano, nell’illusione di avere un’arma di difesa quando si rientra da sole la sera e si ha paura di un’aggressione; la dimensione prevalentemente domestica della violenza, che avviene all’interno delle mura di casa (come confermato anche dai recenti dati Istat del 2025).
In che modo un gesto fortemente radicato nei repertori dei movimenti femministi e transfemministi, spesso marginali rispetto alle rappresentazioni mainstream, da un giorno all’altro è diventato patrimonio di una generazione e del suo rifiuto verso la violenza di genere?
L’immaginario femminista
Giulia Cecchettin è una studente di ingegneria biomedica dell’Università di Padova che aveva avuto una relazione con un coetaneo, Filippo Turetta, poi conclusa. Dal giorno della sua scomparsa, l’11 novembre, per una settimana l’attenzione mediatica è enorme. Stampa, Tv e popolazione attendono col fiato sospeso. In quella settimana il padre, Gino, e la sorella, Elena, si espongono pubblicamente non solo per invocare il suo ritrovamento, ma anche per problematizzare i rapporti tossici e l’eventualità della violenza. Dal momento del suo ritrovamento, la reazione pubblica è immediata: da Padova al resto d’Italia le piazze si riempiono in maniera solo parzialmente organizzata, spesso sull’onda di un’urgenza quasi viscerale. Uno dietro l’altro i licei e le università iniziano autogestioni e occupazioni in risposta alla richiesta di Elena, la sorella, di «fare rumore», ignorando la velina istituzionale del minuto di silenzio. Sono soprattutto le e i giovanissimi a trainare l’ondata di rabbia contro l’ennesimo femminicidio, adottando fin da subito le parole e i gesti di un movimento femminista che dal 2015, anno del brutale femminicidio della giovanissima Chiara Paez in Argentina, aveva provato a denunciare la natura sistemica della violenza contro le donne. Esiste un meccanismo di forte riconoscimento nei confronti di Giulia Cecchettin, giovane anch’essa e studente: molte dicono «sarei potuta essere io». Esiste il ruolo chiave giocato dalla famiglia, che ha scelto di fare del proprio lutto una questione politica. Esiste però anche l’influenza di otto anni di mobilitazioni che ovunque, dall’Argentina, all’Italia, alla Polonia, all’Iran, hanno riaperto un discorso femminista sulla violenza.

