L’11 dicembre 1944 Nina Leen inventò le adolescenti. Il concetto circolava già da più di dieci anni nei manualetti di beauty routine o nelle pubblicità delle scarpe da ginnastica, ma fu solo con il reportage fotografico Teen-age girls: they live in a wonderful world of their own (Le adolescenti vivono in un mondo meraviglioso tutto loro), pubblicato sulla rivista Life, che questa nuova figura assunse la sua forma definitiva.
Le foto di Leen ritraevano un gruppo di ragazze tra i quindici e i diciassette anni del tutto ordinarie in un sobborgo di Saint Louis, nel Missouri. Quel lavoro iconico è stato in grado di trasformare quelle giovani donne nell’incarnazione di un nuovo gruppo demografico, un archetipo culturale americano. Le adolescenti a scuola si potevano riconoscere per il maglione Shetland, la gonna di lana, i calzini corti dentro i mocassini, gli occhiali dipinti di rosso con lo smalto delle unghie. E, perché no, un anello maschile appeso a una catenina al collo. Dopo la scuola, mettevano pantaloni da uomo e jeans, sotto una camicia presa dall’armadio del padre o del fratello. Le loro settimane erano scandite dalla routine della scuola e dei compiti, intervallati da lavoretti da babysitter a 25 centesimi l’ora, pigiama party il venerdì sera e appuntamenti a quattro il sabato, fino alla messa della domenica. Alcune trovavano persino il tempo per le confraternite femminili con le loro cerimonie segrete. «C’è un momento nella vita di ogni ragazza americana in cui la cosa più importante al mondo è far parte di un gruppo di altre ragazze e comportarsi, parlare e vestirsi esattamente come loro», scriveva Leen tra una foto di pigiama party e una di rituali artigianali a lume di candela. «Questa è l’adolescenza».
Sei mesi dopo, Leen realizzò un ritratto di un gruppo di ragazzi a Des Moines, in Iowa, per un articolo di approfondimento intitolato Gli adolescenti di fronte alla guerra sono gli stessi di sempre. Nonostante la minaccia che incombeva di venire arruolati per andare a combattere nel Pacifico, Leen descriveva questi ragazzi «che si comportano esattamente come hanno sempre fatto, si dedicano a tutti i loro dettagli importantissimi, al pieno godimento del gioco, del cibo e del sonno». Descrive il menu di una giornata tipo di un tale Richie Burns: succo d’arancia, cereali, latte, uova, toast, marmellata, un panino, torta, gelato, una bibita gassata, panini, zuppa, costolette di maiale, patate, fagiolini, ancora gelato, mele e, per finire, una barretta di cioccolato.
«Quando finisce e va a dormire, alle 22:00, Richards ha consumato più di 3.000 calorie», riferisce Leen. «Dorme senza sogni fino alle 7 del mattino seguente e si sveglia affamato». Questi ragazzi e ragazze sono ritratti attraverso l’obiettivo di Leen come eredi di un’economia del dopoguerra che stava appena prendendo forma. Quel loro prematuro disinteresse anticipava forse la fine della guerra: Leen descrive le sue ragazze del Missouri come parte di una «società incantevole, allegra, entusiasta, divertente e beata, quasi del tutto risparmiata dalla guerra», e i ragazzi dell’Iowa come del tutto ambivalenti riguardo alla possibilità di essere inviati in Giappone. La loro vita quotidiana era caratterizzata da un consumismo avido, di cui i pasti di Richie Burns sono una metafora calzante. Ragazzi e ragazze bianche, di classe media e indifferenti alla lotta epocale che si svolgeva oltreoceano, i vari Phil, Bill, Pat, Kartha e Dorothy erano rappresentativi di un «mercato vasto e particolare», che gli imprenditori statunitensi stavano appena scoprendo. Improvvisamente, racconta Leen, «cominciarono a comparire cose come la moda per adolescenti, programmi radiofonici per adolescenti e i film teen, che rivolgevano uno sguardo a volte superficiale e altre volte socialmente impegnato verso gli adolescenti». Tutti prodotti ampiamente accessibili con una paghetta settimanale.
Gli adolescenti come li conosciamo oggi sono nati come consumatori durante il boom economico del dopoguerra, ma non sono usciti già completamente formati dalla mente di un dirigente pubblicitario. L’adolescente moderno era in tutto e per tutto un prodotto del New Deal: in grado di consumare, sperimentare e godersi il tempo libero che la sua età consente grazie non solo alla prosperità del dopoguerra, ma anche alle tutele garantite dalle riforme dell’era Roosevelt. Ma le omissioni della National Youth Administration del New Deal negavano anche sistematicamente ai giovani il controllo sul proprio lavoro; e i salari postbellici degli adolescenti costituivano una mera frazione del capitale che controllavano durante gli anni in cui erano stati la spina dorsale dell’economia degli Stati uniti in guerra. In realtà, gli adolescenti degli anni Cinquanta emersero come mercato di riferimento degli inserzionisti e divennero il barometro della cultura del consumo proprio nel momento in cui la loro capacità produttiva toccò il suo minimo storico. Già alla fine degli anni Cinquanta non gli restava più altro che il loro potere di consumo.

