Jacobin Italia

Fuga dalla città neoliberista

11 Marzo 2021

-

La pandemia ha messo in crisi i paradigmi urbani egemoni negli ultimi decenni. Le metropoli divengono luoghi vissuti da poveri o da miliardari. Eppure rinascono reti solidali. Che futuro ha il vivere in comune?

Nel buio della pandemia il Covid-19 ha reso visibile, come se la terra fosse stata immersa in una camera oscura, l’immagine della geografia economica globale. La fotografia dev’essere fissata, ma il contrasto già emerge. Il virus è corso lungo le filiere globali della produzione e del consumo, è circolato nei suoi nodi, arrestando le catene del valore, è esploso nei centri di maggiore agglomerazione produttiva, dove i lavoratori non si sono fermati, e nelle città globali, penetrando ovunque lungo faglie di classe, di genere, di razza. Ne ha rivelato la materialità, e la fragilità. La città-laboratorio della nuova economia globale e interconnessa guidata dalla rivoluzione tecnologica, spolpata e resa inabitabile, adesso viene abbandonata. L’esodo da San Francisco, iniziato prima della pandemia, accelera grazie alla tecnologia, con la decisione delle piattaforme digitali della Silicon Valley di mettere in smartworking gli impiegati, almeno fino al prossimo settembre, se non per sempre. «San Francisco è diventata una città per barboni e miliardari. Tutti gli altri se ne sono andati» racconta Omar Caruso dalla sua casa di Mission nel cuore di San Francisco, dove importa e vende vino. Nell’ultimo decennio l’afflusso di lavoratori ben pagati dalle principali piattaforme digitali con sede nella Bay Area ha fatto lievitare le quotazioni immobiliari, gli affitti, e il costo della vita. «Oggi questo ciclo sembra concluso. Con la possibilità di lavorare da remoto, c’è un esodo di lavoratori verso stati come il Texas e il Montana, dove si pagano meno tasse e dove la vita, e le case, costano meno». Tra marzo e novembre 2020 San Francisco ha perso 90 mila residenti. La città con gli affitti tra i più alti al mondo oggi traina il crollo con un meno 27% rispetto al 2019. «Abbiamo perso il 15% della popolazione – conferma Omar – e credo che molti continueranno ad andare via». Secondo gli analisti il crollo dei prezzi è dovuto all’aumento di case vuote. «Ma molti proprietari hanno pagato cifre stratosferiche per queste case, e anziché svalutarle le tengono vuote» puntualizza Omar. La terra promessa si è spostata altrove. Nella Bay Area il ciclo dell’innovazione creativa iniziato dopo la crisi finanziaria del 2008, finanziato con fondi pubblici e capitali di ventura, si è chiuso senza democratizzare la rete ma creando enormi monopoli di potere economico e politico. Le piattaforme digitali controllano lo spazio virtuale e sempre di più anche quello fisico, sociale. Controllano i canali di distribuzione delle merci, le reti e le rotte della logistica, i flussi, i nodi. Erogano prestiti, costruiscono case, e si ergono a controllori dell’ordine pubblico dando e togliendo la parola sui social network. E soprattutto, assicurano con i prezzi bassi che si continui a consumare. 

A giugno 2020 si stimava che lo smartworking riguardasse tra un terzo e metà della forza lavoro statunitense – rispetto a un 12% di occupati che lavorava a casa una volta a settimana prima della pandemia. Ma questa possibilità non è equamente distribuita. Dati di qualche anno fa indicano che il 62% dei lavoratori americani nel quartile più ricco può lavorare da casa, a fronte del 9% dei più poveri. Così, nel marzo 2020, il 45% dei lavoratori nel quintile più povero era costretto a casa senza poter lavorare, una condizione che ha toccato solo il 19% dei più benestanti. Perché il lavoro da remoto riguarda perlopiù lavoratori qualificati, con un più alto grado di istruzione e buone retribuzioni. Se lo smartworking sembra destinato a durare oltre la pandemia, quali sono i settori che lo adotteranno maggiormente, e quale sarà l’impatto sulle città? Secondo un rapporto dell’Ocse il 39% dei dipendenti privati, con punte del 60-70% nelle maggiori aziende tecnologiche, ha già utilizzato il lavoro a distanza e intende continuare a farlo. In particolare i settori della tecnologia e dell’innovazione operano su scale spaziali molto piccole, in contesti di iper-agglomerazione in poche aree metropolitane selezionate – come la Silicon Valley. «Ma gli effetti di de-agglomerazione produttiva legati al boom del lavoro a distanza non sono affatto scontati» sostiene Alessandro Coppola, urbanista al Politecnico di Milano. «Negli anni passati le città hanno ripreso a crescere proprio per i fattori di agglomerazione della componente cognitiva del capitalismo più avanzato, nei cosiddetti ambiti ‘creativi’. La fase attuale potrebbe essere congiunturale e invertirsi nel futuro, è difficile prevederlo». Il dibattito su questo tema individua diverse ipotesi. «Balwin per esempio sostiene che la prima ondata di innovazione abbia trasformato, sostituendolo, il lavoro nel settore manifatturiero, e che la telemigrazione odierna inciderà sul settore terziario. Ma di fatto al momento non possiamo fare previsioni certe. Anche perché non è detto che lo smartworking entusiasmi tutti» nota Coppola. 

A San Francisco lo smartworking di molti lavoratori, insieme al blocco della mobilità generale, ha messo in ginocchio il settore dei servizi alla persona. Il 30% dei ristoranti non riaprirà. L’economia di San Francisco si reggeva molto anche sui convegni, sul turismo, sugli eventi. Adesso tutto questo è scomparso. «Si parla di un ritorno dello spirito bohème di San Francisco. Ma se anche tornasse, prima ci saranno anni di crisi e di declino» dice Omar, in procinto di lasciare anch’egli la città. 

La tecnologia non ha sostituito il lavoro, l’ha polarizzato. Mentre tutta l’attenzione è focalizzata sulle nuove scelte abitative di un’élite di lavoratori per capire come cambieranno le città, un esercito di impiegati e autonomi è costretto a lavorare da casa in condizioni di sovraffollamento, mentre altri ancora, i precari, i disoccupati, vengono espulsi dal sistema. Si stima che tra i 30 e i 40 milioni di statunitensi siano a rischio di perdere la casa. Gli affitti non pagati ammonterebbero a 70 miliardi di dollari. Appena insediato alla Casa Bianca, Joe Biden ha esteso il blocco degli sfratti al 31 marzo. 

1,3 milioni di lavoratori stranieri ha lasciato l’Inghilterra nell’arco dell’ultimo anno. Di questi, 700 mila hanno lasciato Londra, la cui popolazione è diminuita dell’8%. L’esodo riguarda soprattutto i lavoratori stranieri impiegati nel settore del turismo e dell’ospitalità. «La popolazione nel centro di Londra si era ridotta del 20% negli anni Settanta, quindi la crescita, sostenuta dalle migrazioni internazionali, è relativamente recente. Se questa situazione si è invertita, le implicazioni a medio e lungo termine per Londra saranno profonde» si legge nel rapporto Ocse. A Londra gli affitti sono crollati mediamente del 6,9%: il 10% in meno nei quartieri centrali e addirittura il 15% in meno nella City, con il crollo della domanda di case per turisti, studenti, lavoratori stranieri. «Gli affitti in tutte le principali città del paese sono scesi al di sotto di quelli nelle aree circostanti, riflettendo la debole domanda di alloggi nei centri urbani» scrive il Financial Times. Di più, escludendo Londra, a livello nazionale si registra un incremento del 2% dei canoni. Uno scenario inedito. 

Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere