Vneb occupa un tratto di tre miglia a sud di Londra lungo il Tamigi. Tra Vauxhall e Battersea, via Nine Elms (da cui l’acronimo), si stanno costruendo migliaia di nuovi appartamenti, e la pandemia globale non ha fermato i cantieri. Questa volta, l’entusiasmo della promozione immobiliare per l’ambientazione «suggestiva» poggia su una base vera: il progetto gigantesco include la stazione dismessa di Battersea Power Station. L’associazione più precisa è con il disco Animals dei Pink Floyd, uscito nel 1977: la sua copertina raffigurava un maiale che vola sopra le ciminiere della centrale elettrica.
Annunciando la road map del governo britannico per la terza fase del Covid-19, Boris Johnson ha detto che «in pochi mesi… le città saranno piene di brusio». Anche per un primo ministro che ha trasformato il vacuo ottimismo in filosofia politica, suona come un pio desiderio disperato. Vneb, come numerosi luoghi a Londra e in altre città, presenta una visione del futuro urbano che la pandemia sta rapidamente trasformando in un miraggio. Persino un sostenitore del cemento come il professor Richard Florida ha avanzato il sospetto che i quartieri centrali degli affari che «impacchettano e ammucchiano gli impiegati nei grattacieli» potrebbero avere i giorni contati. Ciò che Florida non riconosce è che da quando i pianificatori hanno usato come mantra il concetto di «destinazione d’uso mista», la maggior parte di questi megaprogetti che includono case, negozi, bar, ristoranti e palestre, nonché uffici sono ormai obsoleti. Il governo britannico non pare aver compreso che qualcosa è cambiato. Il 3 marzo ha annunciato l’ennesimo pacchetto di sussidi al mercato immobiliare privato, gettando un’ancora di salvezza pubblica per sviluppi privati come Vneb. Come un malato del gioco d’azzardo che torna al casinò, il cancelliere Rishi Sunak sta scommettendo sugli investimenti immobiliari speculativi per rilanciare l’economia del paese.
È troppo presto per dire come saranno le città dopo il Covid. Ma anche prima della pandemia sapevamo che il settore immobiliare era sistematicamente disfunzionale. Come ha scritto Oliver Wainwright in un articolo sul Guardian a proposito del Vneb il mese scorso:
Grande quasi quanto il principato di Monaco, il nuovo distretto ha tutte le caratteristiche di un feudo altrettanto esclusivo, un parco giochi per investitori internazionali e in cui i normali londinesi sono spinti fino ai bordi, o tagliati fuori del tutto.
In tutto il mondo, molti luoghi sono già sfigurati da costruzioni che non tengono conto dei bisogni della società.
Città svuotate
Dappertutto le comunità urbane della classe operaia hanno familiarità con questa dinamica. Ma col Covid-19 abbiamo potuto vedere persone benestanti, che possono scegliere se vivere in città, riprodurre una forma di migrazione bianca e dirigersi verso altri lidi. C’erano prove di questo fenomeno al culmine della pandemia e ci sono segnali che la fuga verso i sobborghi e le campagne potrebbe proiettarsi nel lungo termine, in particolare se la tendenza verso il lavorare da casa si andrà consolidando. Ciò potrebbe aprire un enorme buco nei piani aziendali di grandi progetti di riqualificazione urbana.
C’è sempre la possibilità che progetti di questo tipo si blocchino e falliscano, ma il Covid-19 potrebbe accelerare questo processo. Ciò mostra un difetto fondamentale nell’atteggiamento nei confronti delle città di chi le vede solo come merci. Nel 2014, Antonis Vradis ha affrontato questi temi in relazione ai «paesaggi di crisi» di Atene, a seguito del collasso finanziario della Grecia. Ci sono innumerevoli esempi di aree urbane rovinate dalle ipotesi troppo ottimistiche che guidano lo sviluppo della proprietà aziendale – invariabilmente consentito da politici e municipi proni che finanziano questi voli pindarici con concessioni di suolo e denaro.
Il numero di case vuote a lungo termine fornisce le prove evidenti di un sistema fallito. All’inizio della pandemia, Londra ne aveva già almeno 22.500 (e dieci volte quel numero di persone in lista d’attesa per gli alloggi sociali). Ci sono stati molti più vuoti all’indomani della crisi britannica degli anni Novanta, a loro volta sminuiti dall’abbandono virtuale di interi quartieri, o negli Stati uniti con la crisi dei subprime. Le crisi capitaliste e la volatilità del mercato immobiliare sono croniche e collegate intrinsecamente, e potremmo vederle prendere una forma diversa.
Anche se, come ampiamente previsto, le sedi aziendali verranno utilizzate «solo» per metà (e anche se così fosse, non si dovrebbe cominciare a farlo prima del 2022), le ricadute saranno molto significative. Nessuno dei mega-progetti attualmente in corso a Londra, New York o in altre grandi città è stato progettato per essere impiegato solo al 50% della sua capacità. Inoltre dipendono fortemente dalla finanza pubblica. I vari pacchetti di stimolo del governo colmeranno alcune delle lacune ma non tutte, e nel caso britannico tale divario sarà ampliato dai molteplici impatti della Brexit.
I problemi finanziari della società che fornisce uffici flessibili WeWork, precedenti al Covid-19, potrebbero estendersi ad altri che presumevano che la loro visione della città ad alta tecnologia e in rete avrebbe ancora fatto affidamento su infrastrutture fisiche ad alta intensità di capitale. Lavoro in una proprietà comunale a Islington, appena fuori dalla City di Londra. La tenuta, un bastione della classe operaia, è circondata da cantieri in cui si costruiscono centinaia di costosi appartamenti e uffici privati e che promettono uno stile di vita urbano eccentrico che ormai è indesiderato da molti e inaccessibile per la maggior parte della popolazione.
Reclaim the city
I fallimenti passati e futuri delle città guidate dai cementificatori dovrebbero stimolare un dibattito su come i centri urbani dopo il Covid-19 possano essere diversi e più adatti alle esigenze dei residenti. Ci sono stati squarci di luce e qualche azione concreta, come la diffusione di quartieri a traffico limitato, anche se in alcuni luoghi, tra cui Islington, l’imposizione di questa scelta ha rafforzato in alcuni il concetto che la città stia cambiando contro la loro volontà. Più biciclette e meno auto sono, senza dubbio, ciò di cui abbiamo bisogno. Ma le soluzioni imposte per decreto non aiutano a costruire i presupposti per un’urbanistica veramente sostenibile. Soprattutto, la pianificazione e l’esecuzione del nuovo sviluppo devono essere controllate dalle comunità locali, non da persone che sperano di trarne profitto.
Una volta che la pandemia si sarà attenuata, è probabile che avremo un numero senza precedenti di edifici inutilizzati. Dobbiamo decidere cosa farne. Si parla di convertire spazi per uffici e negozi a uso residenziale, ma le grandi imprese lo faranno solo per i propri interessi a breve termine e l’esperienza pregressa suggerisce che ciò avrà un impatto limitato. Un modello migliore sarebbe rivisitare quanto accadde in alcune parti di Londra alla fine degli anni Sessanta e all’inizio degli anni Settanta, quando centinaia di case di proprietà privata mal gestite o vuote furono acquisite dal pubblico. Cose simili sono accadute nello stesso periodo nel Bronx devastato dagli incendi, tramite cooperative. I consigli comunali progressisti, come l’amministrazione di Ada Colau a Barcellona, stanno facendo cose del genere, ma su una scala troppo piccola per marcare una differenza nel lungo periodo.
Ci sono poche città al mondo che non hanno una cronica offerta insufficiente di alloggi veramente convenienti, sicuri e di buona qualità per la working class. Per decenni, gli speculatori hanno perpetuato quella carenza e ne hanno approfittato. Ora quel comportamento cinico e antisociale può essere ribaltato. Per anni, ai sostenitori della giustizia in materia di alloggi è stato detto che non c’erano abbastanza soldi o suolo per costruire le case e le strutture di cui abbiamo bisogno. Ora non dobbiamo farlo! Gli edifici ci sono già. Devono essere requisiti, riutilizzati e adattati secondo i più elevati standard di sicurezza e ambientali.
Sia gli Stati uniti che la Gran Bretagna hanno esperienza passata di ciò che serve per «ricostruire meglio». Il New Deal e il welfare state post-1945 sfidarono il dominio e i fallimenti del mercato. Alloggi pubblici di qualità, assistenza sanitaria, trasporti e istruzione, gestiti da lavoratori il cui valore deve essere riconosciuto con qualcosa di più che un applauso, dovrebbero essere le pietre angolari delle città future, dove le disuguaglianze strutturali, il razzismo e il sessismo vengono sfidati tramite la democratizzazione dello spazio urbano.
In mezzo a tanta incertezza, una cosa è certa: questa pandemia globale non sarà l’ultima, e nemmeno la minaccia a essa associata di distruzione ambientale è scomparsa. Reclaim the City era uno slogan. Oggi è una necessità.
*Glyn Robbins è un lavoratore edile, attivista e sindacalista. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

