L’erba alta abbraccia i casali barocchi in una splendida mattinata di sole primaverile, quando una quarantina di persone valica i confini della tenuta facendosi strada con le mani nella piccola giungla di graminacee. Entrano in fila, esplorano l’area, salgono le scale dei casali abbandonati a proprio rischio e pericolo, poi alcuni si mettono seduti in cerchio mentre altri restano in piedi con le bandiere dei movimenti ambientalisti in mano. Un paio di giornalisti riprendono la scena con piccole telecamere digitali. La marcia per la Terra si è appena staccata dal percorso regolare lungo l’Appia Antica per raggiungere i cittadini di Ciampino che per l’occasione hanno organizzato un sit-in nel parcheggio del Cimitero comunale.
È il 21 aprile del 2013, un fronte di sigle coordinate da Salviamo il paesaggio ha indetto la marcia in occasione della Giornata della Terra, con lo scopo, si legge nella locandina, di «promuovere la tutela e la salvaguardia dei suoli e dire forte e chiaro stop al consumo di Territorio e alla cementificazione selvaggia e difendere la Terra bene comune». La deviazione a Ciampino è stata prevista a causa della vertenza territoriale sull’area del Muro dei Francesi, propaggine settentrionale di quel continuum di tenute che in diversi periodi, nell’arco di quattro secoli, erano appartenute alla casata nobile dei Colonna. Il fondo della vigna del Francese infatti era stato destinato da una delibera comunale del 2006 a piano di zona ex legge 167, un progetto di intervento edilizio residenziale che dell’impianto socio-abitativo popolare della vecchia legge non aveva più nulla. È di fatto la realizzazione di un quartiere di villini eleganti in un’area di inestimabile pregio della campagna romana.
Nel dicembre 2011, in questo appezzamento agricolo erano state rinvenute alcune sensazionali evidenze archeologiche romane, emerse proprio dalle trincee esplorative per l’intervento edilizio. La terra restituisce una villa di età augustea appartenuta con ogni probabilità al console e protettore delle arti Marco Valerio Messalla Corvino. Nel sito emerge anche un gruppo scultoreo rappresentante il mito classico dei figli e figlie di Niobe uccisi da Apollo e Artemide. Sette splendide statue, che destano lo stupore del mondo accademico fino a finire nel 2014 nell’elenco di siti da proteggere secondo il World Monuments Fund. Infatti la villa è certamente una delle dimore dei Valerii frequentata dal poeta Ovidio, che nelle Metamorfosi racconta la storia dei figli di Niobe. «Una di quelle scoperte che capita una sola volta nella vita di un archeologo», racconta Aurelia Lupi, dell’équipe che effettua gli scavi.
L’area si presenta grossomodo composta da due precedenti possedimenti terrieri. Quello del muro/vigna dei Francesi propriamente detto (dalla proprietà dei nobili Thierry, di origine francese, nel XV secolo), abbracciato dalla cinta muraria del Settecento che nasconde un vero angolo di paradiso, ultimo lembo di campagna romana prima della distesa iper-urbanizzata, con uliveti secolari, spiazzi erbosi, vigna dismessa e macchia selvaggia. L’altra parte è il vecchio appezzamento della tenuta dei Severa, anch’essi affittuari dei Colonna, dove l’uliveto è sormontato dagli edifici dei Casali di caccia della tenuta, imponenti pezzi di patrimonio architettonico rurale del Seicento, che si stagliano tra il verde come castelli fiabeschi.
Alla tenuta si accedeva dal maestoso portale in peperino disegnato dall’architetto Girolamo Rainaldi, lo stesso che aveva progettato Palazzo Pamphili e la chiesa di Sant’Agnese a piazza Navona. È quest’ultimo il lotto che viene più facile invadere quella mattina, a causa della sciatteria della proprietà che lascia deperire le recinzioni al punto che, nel 2013, appaiono quasi inesistenti.
Dal parcheggio del Cimitero, il gruppo di manifestanti accede pacificamente alla tenuta, non proprio con l’intento di occuparla ma con l’obiettivo dimostrativo di rivendicare l’uso pubblico dell’intera area, convincere l’amministrazione comunale a ritirare il progetto di cementificazione e realizzare un grande parco. Non fu né la prima né l’ultima di queste passeggiate, ce ne saranno in tutto circa una decina, sempre con lo stesso obiettivo: far conoscere alla popolazione questo tesoro nascosto, rivendicarne l’utilizzo collettivo e tutelarlo come bene indispensabile alla vita stessa della comunità. Se a questo punto del racconto molti potrebbero pensare che un parco in più o in meno in una cittadina di provincia potrebbe non fare la differenza, è utile sapere che stiamo parlando di una delle aree urbanizzate più sature d’Italia, crocevia strategico di una serie di scelte politiche del capitalismo sull’area metropolitana di Roma, che ne fanno letteralmente una bomba a orologeria ecologica e sociale.
Nel 1919 una tenuta poco lontana, al tempo proprietà della famiglia Maruffi, viene espropriata dallo Stato per un progetto di pubblica utilità. Nasce l’aeroporto che nei decenni a seguire diventerà una gigantesca fonte inquinante di carattere estrattivista, da quando un paio di multinazionali del trasporto aereo iniziano a utilizzare lo scalo per farne la propria base romana, approfittando dell’estrema vicinanza con l’Urbe. Questo diventerà un leitmotiv sul territorio, la posizione strategica di Ciampino e le sue prime infrastrutture sono una risorsa territoriale che le oligarchie economiche fanno a gara per accaparrarsi, scavalcando sistematicamente le esigenze di chi quel territorio lo abita. Ma non è finita qui. Ciampino si ritrova oggi a essere tra i comuni con la più alta densità abitativa di tutta l’Italia centrale. Da molti anni consecutivi, secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), è il comune con la più elevata percentuale di suolo consumato nel Lazio, con numeri che crescono di anno in anno.
I movimenti ambientalisti e per la città pubblica di Ciampino si ritrovano insieme nella campagna referendaria sull’acqua pubblica del 2011, da dove in parte confluiscono nella sigla Ciampino Bene Comune (Cbc), organizzata inizialmente come una rete di persone singole, associazioni, comitati e gruppi del territorio. Molte delle donne e degli uomini che fondano il movimento provengono dalle lotte contro l’aumento dei voli nell’aeroporto di Ciampino e dunque contro lo strapotere delle multinazionali del trasporto aereo, come la low-cost Ryanair e il gestore AdR del gruppo Atlantia/Benetton. Sempre nel 2011 però succede un fatto terribile. Il portale barocco del Rainaldi crolla miseramente in macerie, nottetempo, sotto il peso dei secoli e dell’incuria umana. Scrive il quotidiano la Repubblica: «Un proprietario che abbandona il suo tesoro barocco. La Soprintendenza che alza le braccia. Il Comune che si gira dall’altra parte […]. E solo un gruppo di cittadini che si sgola per il pericolo imminente. Ma inutilmente. Sono gli ingredienti dell’ennesimo crollo». Sarà uno shock per la cittadinanza, nonostante fosse un evento ampiamente prevedibile.
Il menefreghismo di Giunte e speculatori raggiunge il suo apice di sfrontatezza. Un’opera di «bullizzazione» del dissenso e di lawfare a bassa intensità prova a indebolire il movimento. Ma l’intento di delegittimazione avviene soprattutto su un tema: quello della casa. Nel 2013 la Soprintendenza appone un nuovo vincolo che allarga quello precedente sul muro settecentesco, mettendo così in discussione l’edificazione della zona 167. Un risultato frutto della pressione cittadina, che giunge fin sotto la sede della Soprintendenza. Il movimento festeggia ma la reazione delle autorità locali è scomposta, si inizia a fare strada il paradigma narrativo secondo cui le rivendicazioni dei comitati andrebbero contro il diritto all’abitare. Chiaramente Cbc non ci sta e lancia una contro narrazione, volta a svelare il trucco della speculazione edilizia che anche a Ciampino lascia le case vuote in centro e costruisce nuovi quartieri. È così che nasce un interesse per il diritto alla casa che porterà i movimenti per la città pubblica di Ciampino a porsi in prima linea proprio in difesa delle persone cui viene negato questo diritto.
Ma torniamo al 2013. La Giunta comunale si scaglia contro il vincolo. L’ex sindaco e neo-eletto Consigliere regionale Simone Lupi definisce il vincolo «grave nei suoi contenuti e nei suoi presupposti». «Il provvedimento – sostiene – sembra rispondere a una sorta di ‘servizio a domanda individuale’ per tacitare i desiderata del locale comitato per la difesa dei beni comuni».
Intanto le mobilitazioni continuano, i cittadini e le cittadine chiedono un parco pubblico e la piena fruibilità dell’area ai sensi dell’articolo 42 della Costituzione. Il Comune al contrario appoggia le cooperative edilizie nel ricorso al Tar, finché nel 2015 arriva un secondo e decisivo vincolo. Questa volta tutto il sito viene posto sotto tutela dalla Soprintendenza, che valuta «l’inscindibile unicum rappresentato dall’intera area». Il progetto di cementificazione viene archiviato del tutto, i cittadini hanno vinto. Ma le cose non procedono affatto in maniera lineare. Lo stesso anno fallisce la ditta Casa Bianca srl, proprietaria di parte dell’area. Nel 2017 i casali secenteschi finiscono all’asta, con una base di prezzo davvero irrisoria. Il movimento chiede allora allo Stato di fare la sua parte: un ente pubblico può esercitare infatti il diritto di prelazione, secondo cui può spettargli una preferenza all’acquisto di un bene di rilevanza storico-artistica. Tornano in quei giorni le manifestazioni, per non far sfuggire alla comunità un’occasione così importante. Nel 2018 è la Regione Lazio a mostrarsi interessata, anche grazie all’impegno di esponenti dell’ambientalismo politico locale che perorano la causa. Viene presentata una mozione che sollecita l’ente a valutare se esistono le condizioni per l’esercizio del diritto di prelazione su quei beni.
Il Consiglio regionale vota a favore della mozione, ma tutto finisce in un nulla di fatto. La Regione Lazio decide di non procedere all’acquisto dei casali, la Consigliera proponente, Marta Bonafoni, dirà che «pur riconoscendo l’importanza di quel ricco patrimonio storico e culturale, la Regione recentemente non ha ritenuto ci fossero i presupposti per procedere, il primo dei quali un progetto che indicasse le finalità di valorizzazione del bene acquisito dal privato». La delusione della comunità è totale. «Nessun ente, Ministero dei Beni Culturali, Regione Lazio, Città Metropolitana, Comune di Ciampino, ha esercitato il diritto di prelazione (203 mila euro!) per riportare nella disponibilità pubblica il Portale di Via dei Laghi e il Casale principale con 4.700 mq di uliveto, il cuore della Tenuta del Muro dei Francesi». Così recita il comunicato stampa di Cbc.
Il casale principale viene acquistato da un privato che realizza matrimoni in location agresti, con una forte narrazione green-washed. Il 30 settembre si svolge un emozionante presidio sotto il vecchio portale ancora in macerie, dove i movimenti promettono solennemente di proseguire la lotta per il parco pubblico, per il parco come bene comune di tutti e tutte. Quella lotta continuerà e porterà a un altro piccolo grande traguardo. Nel marzo 2021, sempre la Regione Lazio si esprime a favore dell’ampliamento del parco regionale dei Castelli romani. La proposta, portata avanti dai Consiglieri regionali Marco Cacciatore e la stessa Marta Bonafoni, include anche l’area della tenuta del Muro dei Francesi, che così diventa, insieme alla campagna marinese del Divino Amore, la cerniera tra il suddetto parco regionale e quello dell’Appia Antica. Per la prima volta nella storia le due aree tutelate si congiungono, realizzando uno dei sogni incompiuti di Antonio Cederna.
La vicenda della vertenza sul Muro dei Francesi è parte integrante di un complesso tessuto di battaglie territoriali, interconnesse e trasversali, che riguardano diverse aree limitrofe, a partire dalla stessa Appia Antica sotto perenne attacco da tensioni privatizzatrici ed estrattiviste. Un fronte territoriale largo che comprende associazioni, comitati, centri sociali, parrocchie, perfino istituzioni ed eletti che non di rado provengono dai movimenti e che hanno saputo onorare il mandato di rappresentanza delle loro comunità. Un parco pubblico al Muro dei Francesi ancora non esiste. I problemi da risolvere sono tanti, a partire dal delicato rapporto tra aree pubbliche e private. In questi stessi giorni, inoltre, si riaffacciano nuovi tentativi di cementificazione che incombono sui terreni confinanti, minacciando la tutela integrale dell’area. Certo le lotte hanno portato risultati che oggi sono condizioni di base: lo stop alla cementificazione, un vincolo di tutela totale, l’inclusione nel parco regionale, perfino un cambio di passo nell’atteggiamento del Comune, oggi almeno a parole ben disposto ad aprire un confronto verso la realizzazione di un bene pubblico e fruibile in questa preziosa terra che resiste.
Tutto questo, come detto, è anche grazie al lavoro politico che i movimenti hanno saputo fare. A dieci anni esatti dalle prime «invasioni cittadine» e pochi di più dalle scoperte archeologiche, le associazioni e i movimenti di allora hanno organizzato per il prossimo 13 maggio un presidio di festa e rilancio degli obiettivi di sempre: il parco pubblico come bene comune, una barricata verde, argine tangibile allo strapotere dei colossi privati del capitalismo globale e di quelli para-feudali della cementificazione. Con la consapevolezza che non è il momento di abbassare la guardia, ma di continuare ad allargare l’orizzonte, verso un fronte intersezionale di lotte e territori.

