«Oh, io non dico che qua è il paradiso o che non ci stanno le contraddizioni, eh. Solo che non sono quelle che ci aspettiamo coi nostri parametri e stereotipi occidentali». Con queste parole nel suo Kobane calling (Bao Publishing, 2015) il fumettista Zerocalcare inizia a raccontare le caratteristiche dell’esperimento curdo. Non si tratta del paradiso appunto, anzi di un’esperienza nata e cresciuta dal 2012 in un teatro di guerra circondato da forze reazionarie: le milizie dell’Isis, il regime siriano di Assad e quello turco di Erdoğan.
L’esperimento discende dal pensiero di Abdullah Öcalan, il leader del Pkk, il Partito curdo dei lavoratori. Da ormai vent’anni in cella di isolamento nell’isola di Imrali, in Turchia, Öcalan ha elaborato e proposto una sostanziale revisione della strategia politica del suo partito, tradizionalmente marxista-leninista, accogliendo molte delle idee tracciate dal filosofo libertario dell’ecologia sociale Murray Bookchin. La svolta di fondo di Öcalan consiste nella presa d’atto circa l’indisponibilità a «fondare uno stato-nazione curdo». «Non ha senso sostituire le vecchie catene con le nuove», scrive Öcalan nel pamphlet che ha come titolo proprio Confederalismo democratico, nel quale sostiene che lo stato-nazione e il nazionalismo sono il cuore del problema delle società capitaliste – inquadrando di fatto la divisione di classe dei rapporti di produzione come questione da risolvere successivamente – perché sono proprio gli stati gli organi di potere essenziali a garantire e incoraggiare lo sfruttamento. «L’alternativa allo stato – spiega Öcalan – è la democrazia».
La tesi insomma è che i rovesciamenti rivoluzionari dei rapporti di produzione se puntano alla fondazione di un nuovo stato non creano cambiamenti duraturi. Serve un processo democratico di fondo nella società che produca una sua politicizzazione e trasformazione. Immagina per questo una forma di auto-amministrazione immediatamente realizzabile anche all’interno degli stati capitalisti, pur ponendosi in alternativa e conflitto con essi.
La teoria è diventata pratica in Rojava, la parte occidentale della zona curda che si trova in Siria ed è composta di tre cantoni Cizîrê, Kobanê e Afrin. Nonostante conviva con alcune evidenti contraddizioni, in particolare il culto della personalità del leader e la struttura gerarchica del partito influenzati dalle necessità della guerra oltre che dalle precedenti impostazioni ideologiche del partito stesso, la Carta del contratto sociale del Rojava adottata in questa zona delinea un’amministrazione fondata su commissioni sui più svariati temi che si creano dal più piccolo villaggio o quartiere fino all’amministrazione dei tre cantoni. In ogni realtà locale ci sono assemblee in cui i cittadini prendono decisioni per la propria realtà ed eleggono dei rappresentanti, di pari numero per genere, provenienza e credo, per i livelli amministrativi superiori. Ogni municipalità ha due co-sindaci, una donna e un uomo, spesso di religioni differenti.
Un’amministrazione politica non statale insomma, o una «democrazia senza stato» fondata sul pluralismo, la parità di genere, l’ecologismo e l’autodifesa. Che ambisce alla partecipazione volontaria e non alla coercizione, è flessibile e multi-culturale. Un autogoverno in cui, grazie proprio alla pratica radicale della democrazia, può più facilmente prevalere un’economia alternativa, aumentando le risorse della società invece che sfruttarle.
