Jacobin Italia

Da poveri e beati a peccatori e indebitati

23 Marzo 2023

La colpevolizzazione della miseria ha radici antiche: comincia con l’accumulazione originaria dalla quale prende il via l’industrialismo, quando chi non produce viene considerato una minaccia all’ordine sociale

Assistiamo oggi a un’inquietante fase di recrudescenza del fenomeno di moralizzazione della povertà, in Italia particolarmente connesso al dibattito sul Reddito di cittadinanza, sulle denunce degli abusi e dei reali o presunti disincentivi al lavoro connessi a questo intervento sociale. Un processo il cui esito immediato è stato quello di spostare l’attenzione dalla gravità della situazione di partenza e dalle cause economiche e politiche che ne sono alla base a una discussione fine a sé stessa. Senza entrare nel merito del dibattito, aggravato dalle novità introdotte per il 2023 dal governo Meloni, è interessante riflettere sulla storia della moralizzazione della povertà, ripercorrere la sua genealogia, tentando così di individuare alcune peculiarità dell’attuale fenomeno. Se chi finisce miserabile e spiantato è stato spesso malvisto, non sempre, tuttavia, la responsabilità per la propria condizione è stata connessa a una colpa da condannare. Nella storia delle società occidentali è possibile focalizzare uno snodo specifico in cui la povertà assume una valenza politica proprio perché giudicata all’origine di reati presumibilmente commessi. 

La povertà come vicinanza a Dio

Nel Medioevo la povertà ricopre un ruolo sociale. Il paradigma patristico diffonde una visione positiva della povertà, la cui esistenza rappresenta un avvicinamento alla vita evangelica, che riconduce la condizione dei poveri ai beati di spirito. Agostino attribuisce un significato nettamente positivo al fenomeno della povertà. A partire dalla distinzione tra la città terrena e la città celeste, nel De civitate Dei sovrappone la povertà di spirito alla povertà materiale, sostenendo che l’attaccamento alle ricchezze materiali allontana gli esseri umani dalla vita in Cristo, rendendoli orgogliosi e superbi. La caducità dei beni mondani può portare solo a una felicità apparente, mentre la vera ricchezza, secondo lui, è permanente e può essere tale se concepita nella sua veste spirituale. In questo senso, chi non ripone le proprie speranze nelle cose di questo mondo, considera la povertà materiale la condizione più vicina alla vita spirituale, volta a rendere possibile la realizzazione di quell’imitatio Christi, che costituisce il fine della vita sulla terra. A questa concezione della povertà basata su un paradigma teologico, che connette il povero a Dio, corrisponde, sul piano sociale, una precisa dialettica tra chi possiede una certa ricchezza economica e i gruppi più disagiati tutta incentrata sul ruolo centrale della carità. Chi è ricco deve destinare i propri beni superflui al sostentamento di chi non possiede sufficienti risorse. In gioco è un obbligo alla carità fondato su un tipo di scambio al tempo stesso simbolico e materiale. 

Il peccato originale

Nel corso dell’età moderna, però, la povertà assume la conformazione di un problema politico di gestione dell’ordine sociale. All’origine di questo fenomeno si può individuare quello che Marx definisce «il peccato originale» del modo di produzione capitalistico, l’espropriazione dei produttori agricoli, dei contadini e il loro allontanamento dalle terre comuni, prima tappa dell’accumulazione originaria, che coincide con l’esaurirsi dell’età feudale. Un processo che ha determinato un aumento di problemi organizzativi e gestionali nello spazio urbano, conseguente allo spopolamento delle campagne, e un immiserimento diffuso della popolazione. Lo sviluppo dei nuovi modi di produzione capitalistici implica una diminuzione costante dei legami di mutua assistenza che, nel Medioevo o in epoca premoderna, pur con tutte le contraddizioni, avevano determinato i rapporti tra gli strati più poveri e le fasce più ricche. Masse di pezzenti si riversano per le strade delle città e la stessa nuova architettura degli spazi urbani riflette la risposta politica attuata per gestire l’ordine sociale in seguito a quella che viene decodificata come una vera e propria invasione. La costruzione di spazi penitenziari per soggetti potenzialmente pericolosi perché poveri corrisponde alla produzione di un discorso volto alla legittimazione di forme di reclusione coatta attraverso un vocabolario sanitario e l’utilizzo, nei documenti ufficiali, di una retorica che esprime la necessità di immunizzare lo spazio urbano. La povertà viene così desacralizzata e da beato il povero diventa un accattone balordo e pericoloso. La modernità, epoca di assestamento del sistema politico nella forma statale e fase di sviluppo dei modi capitalistici di produzione, produce un mutamento profondo nel ruolo sociale attribuito alla povertà. Se nel Medioevo, grazie al paradigma teologico elaborato dai Padri della Chiesa, la povertà viene individuata come condizione materiale e spirituale privilegiata di avvicinamento alla vita evangelica, nella modernità subisce un processo di secolarizzazione, che la trasforma nello stato che ha a che fare con le miserie del mondo e, come tale, da gestire, amministrare, disciplinare e, eventualmente, punire. 

Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere