Cosa significa la massima «si scrive acqua, si legge democrazia»? Che il servizio idrico può e deve funzionare con erogazione gratuita a chiunque del minimo vitale giornaliero (50 litri a persona); sistema tariffario tale da disincentivare sprechi; gestioni aziendali partecipate.
E come può concretizzarsi un’espressione come «diritto alla città»? Consentendo alla cittadinanza – anche tramite i sempre più diffusi regolamenti comunali – di gestire porzioni di città con logiche alternative alla rendita fondiaria e al profitto. Abilitando le persone a discutere o contestare (ad esempio con azioni giudiziarie popolari) la privatizzazione dei tessuti urbani, di cui amministrazioni pubbliche e grandi capitali privati sono spesso corresponsabili.
Com’è facile capire, i beni comuni sono un aggeggio piuttosto strano: difficilmente riducibili a una classificazione fissata una volta per tutte, hanno un sicuro potenziale di emancipazione e innovazione democratica.
Secondo la celebre definizione data nel 2008 dalla commissione guidata da Stefano Rodotà, i beni comuni sono le «cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona [da tutelare] anche a beneficio delle generazioni future». A dispetto di questa formulazione, negli ultimi dieci anni i beni comuni sono diventati un significante vuoto: tanto da essere usati per connotare, nel 2013, «Italia bene comune», fallimentare proposta di centrosinistra alle elezioni politiche.
Per evitare che usi inflazionati si risolvano in una sua neutralizzazione riprendiamo la fortunata definizione dei beni comuni come «opposto della proprietà». Fondati sulla centralità del valore d’uso, mettono in discussione alcune delle principali coordinate con cui pensiamo e organizziamo la nostra vita: soggetto/oggetto; individuale/collettivo; pubblico/privato; competizione/solidarietà. Prendersi cura dei beni comuni è occasione per liberarsi dall’individualismo proprietario, per costruire – con i beni e nelle comunità che si definiscono a partire dal loro uso – forme inclusive di relazione e di appartenenza.
