Jacobin Italia

Dizionario

7 Dicembre 2021

Dal proletariato allo sciopero, sette parole-chiave da risignificare per ragionare sulla classe, le sue mutazioni e i tentativi di cancellarla

Classe[dal latino Classis, contrazione di Calassis (convocazione) che a sua volta deriva da Calo (chiamo): si tratta dunque della moltitudine chiamata in raccolta]  Erano definite classi i sei ordini in cui Servio Tullio distribuì i cittadini di Roma che venivavo chiamati a dare il loro suffragio a turno sugli affari di stato. Nel suo significato moderno la classe appare negli scritti degli economisti del Settecento. Chi spera di trovare in Marx una sua definizione semplice è destinato a cercare invano. Nei suoi testi la divisione in classi non si presenta mai sotto una forma pura. Nel momento in cui c’è separazione tra lavoratore e mezzi di produzione e il possessore di forza-lavoro si rapporta ai mezzi di produzione come a una proprietà altrui, il rapporto di classe è già presente: «è compravendita, rapporto monetario», scrive Marx nel libro II de Il Capitale. Il libro III si interrompe però proprio al capitolo sulle classi quando alla semplice domanda «Cosa costituisce una classe?», Marx risponde che a volerla definire tramite il reddito si approderebbe a uno sbriciolamento dovuto «all’incalcolabile frazionamento di interessi e di posizioni in cui la divisione del lavoro sociale scinde sia gli operai, sia i capitalisti e i proprietari fondiari – questi ultimi, per esempio, in proprietari di vigneti, proprietari arativi, proprietari di boschi o foreste, proprietari di miniere, proprietari di riserve di pesca». Dopodiché Engels annota senza aggiungere altro: «Qui il manoscritto si interrompe». La domanda rimane così senza risposta. 
Più tardi è Lenin a fornire una definizione abbastanza ampia da non poter essere fissata in modo meccanico: «Si chiamano classi quei gruppi di persone che si differenziano per il posto che occupano nel sistema storicamente determinato della produzione sociale, per i loro rapporti (per lo più sanzionati o fissati da leggi) con i mezzi di produzione, per la loro funzione nell’organizzazione sociale del lavoro, e quindi, per il modo e la misura in cui godono della parte della ricchezza sociale di cui dispongono». Ciò che va recuperato è dunque l’approccio dinamico e non statico con cui leggere il concetto di classe, la cui definizione è politica e non meramente sociologica, perché le classi appaiono nel loro rapporto antagonistico, si definiscono storicamente e concretamente nella lotta.  

Proletariato [dal latino Proles, figliolanza. Proletarius era detto nell’antica Roma colui che era sprovvisto di beni, come se non avesse altro conforto che mettere al mondo la prole]  In una delle introduzioni al Manifesto del partito comunista,Engels scrive che per proletariato si intendono coloro che «non possedendo nessun mezzo di produzione proprio, sono costretti a vendere la loro forza-lavoro per sopravvivere». Si tratta insomma di coloro che per vivere devono lavorare. Per gli autori del Manifesto ciò che caratterizza il proletariato non è principalmente il livello del salario ma la sua separazione dai mezzi di produzione e la non disponibilità di redditi sufficienti per lavorare per conto proprio. Che le caratteristiche concrete del proletariato mutino nel tempo insieme alle trasformazioni sociali e dell’organizzazione del lavoro era perfettamente chiaro a Marx ed Engels, che infatti più che definizioni formali ne propongono approssimazioni descrittive. L’associazione nell’immaginario collettivo del proletariato con gli operai di fabbrica è frutto delle lotte di classe sviluppatesi nel corso del Novecento lì dove la concentrazione di lavoratori e lavoratrici permetteva processi di autoriconoscimento, organizzazione e conflitto più immediati ed efficaci. Questa stessa associazione ha fatto parlare di «addio al proletariato» quando i processi di deindustrializzazione e delocalizzazione produttiva hanno fatto irruzione nei paesi occidentali. Ma le nostre società continuano a essere composte da una maggioranza schiacciante di persone che per vivere deve lavorare.   

Borghese [dal latino Burgus, nel senso di abitante del borgo, i quartieri subito fuori le mura entro cui risiedevano invece i nobili]  Erano i cittadini che praticavano un libero mestiere. Fu la rivoluzione francese a segnare il ruolo sociale attuale della borghesia come detentrice della ricchezza e dei mezzi di produzione. Se in tanti sostengono che il proletariato sia scomparso e che ormai «siamo tutti classe media», è più difficile trovare teorizzazioni esplicite sulla scomparsa della borghesia. I ricchi del resto continuano ad avere il vizio di sfoggiare la propria agiatezza, oltre a dimostrare un’ampia coscienza di classe come evidente dal ruolo svolto dalle organizzazioni padronali nel dibattito politico. Nel frattempo la concentrazione della ricchezza in poche mani è cresciuta a dismisura negli ultimi decenni, basti pensare a colossi come Amazon o Facebook. Ma se esistono dei possidenti devono esistere anche dei posseduti. 

Risorsa umana  [dal latino Re-Ex-Surgere, nel senso di mezzo per risorgere ma anche di rinfranco, di utilità]  Da diversi anni la parola «Risorsa» viene affiancata alla parola «umana» per definire quelli che un tempo erano chiamati proletari e proletarie.«Le risorse umane sono la base del vantaggio competitivo», si legge nel corso di Gestione delle risorse umane dell’Università Bocconi. Un punto di vista considerato più accattivante per chi per vivere deve lavorare e che punta a una vera e propria metamorfosi del concetto di proletariato: da soggetto sfruttato a risorsa che si può autovalorizzare. A ben vedere si tratta di una definizione più aderente alla forma astratta della forza lavoro nel sistema economico capitalista, con un degrado crescente del concetto stesso di persona. 

Salario[dal latino Salarium]  Nell’antica Roma parte dello stipendio di militari e impiegati era costituito da una razione di sale, un tempo elemento raro e prezioso, ad esempio, per la conservazione del cibo. Così il termine «salario» ha finito per indicare la retribuzione del lavoro. Secondo Marx nella società capitalistica la forza-lavoro viene trattata alla stregua di qualsiasi altra merce, e viene acquistata in cambio di un salario corrispondente alla quantità di lavoro socialmente necessario alla sua produzione e riproduzione, cioè alle spese di cura e mantenimento necessarie a soddisfare i bisogni primari. La forza-lavoro è però una merce con la capacità di funzionare molto più a lungo del tempo necessario alla sua riproduzione, per questo il suo contratto di acquisto, o contratto di lavoro, si rivela a conti fatti un raggiro. L’idea del giusto prezzo di una giornata di lavoro non esiste perché rispetto al resto della merce la forza lavoro cela quello che Marx definisce «un elemento morale e storico», ossia i bisogni umani sono irriducibili agli elementari bisogni del nutrirsi e del riscaldarsi perché evolvono e si differenziano storicamente. Lo scarto tra il valore prodotto dalla forza lavoro e il valore delle spese per il suo mantenimento costituisce il plusvalore alla base del profitto del capitalista. Per questo la lotta di classe ha sempre al centro «il tempo», le ore di lavoro.  

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