Quando la lotta di classe non si vede generalmente è agita da uno solo dei due soggetti, quello strutturalmente dominante. Ciò venne confermato nel 2006 da Warren Buffet, considerato il più grande investitore di tutti i tempi: «C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo». Nel 2020 sono usciti i vostri libri che, seppur in forma diversa, hanno come presupposto non solo l’esistenza di questa classe, ma una sua propria identità. Nadia Urbinati schematizza la distinzione nei Pochi contro molti (Laterza)e ne fa poi derivare il conflitto politico del ventunesimo secolo, mentre Marco d’Eramo parla di Dominio (Feltrinelli) in termini di guerra invisibile dei potenti contro i sudditi. Entrambi riflettete su una polarità che è economica, ma anche politica e ideologica. Nadia parla della contrapposizione dei pochi contro i molti come la «più radicale delle contrapposizioni» e «la più persistente e fatale delle lotte» e Marco afferma che negli ultimi quarant’anni è stata portata a termine «una gigantesca rivoluzione dei ricchi contro i poveri». Abbiamo attraversato un periodo in cui le categorie e gli stessi termini che utilizzate e che sono centrali nei vostri libri non venivano neppure scomodati. Nel medesimo periodo sono usciti i testi di Katharina Pistor e Michael Lind che confermano l’attualità di questo approccio, frutto non certo di una coincidenza, ma di una parabola che negli ultimi tempi svela le dinamiche prevalenti a livello globale.
Nadia Urbinati:Dominati e dominanti ci sono sempre stati, non è una cosa d’oggi. Però nel tempo storico hanno mutato i metodi, le strategie, e ciò ha generato diversi tipi di regime. La caratteristica che emerge sia dal libro di Marco d’Eramo che dal mio è che esiste un dominio dei pochi nei confronti dei molti e per «pochi» intendiamo coloro che hanno in mano l’economia mondiale. È un sistema di organizzazione del lavoro e della distribuzione che va al di là dei luoghi, degli stati, dei territori e designa un metodo di produzione e di consumo che è globale e prende tutto. Questa uniformità globale è un elemento importantissimo che va al di là dei regimi politici, che diventano sempre meno rilevanti. Oggi si parla di modello cinese e modello occidentale, ma sono rubricati come forme diverse di uno stesso seme che è quello del governo misto. Il secondo elemento è che ora non si parla più di lotta tra classi organizzate. Si hanno di fronte lotte che sono più che altro ribellioni, senza un piano di emancipazione dalla propria condizione di classe o dalla società divisa in classi. C’è il senso del non mutamento, della non trasformabilità di queste lotte. A me interessa porre l’accento su questo aspetto: la scomparsa del conflitto politico in vista di un obiettivo definibile, programmabile e, in qualche caso, raggiungibile. In assenza di questa dimensione della lotta come guerra che si combatte tra nemici visibili o organizzabili e che ha uno scopo, c’è una situazione che si può chiamare dominio. Questo mi sembra che ci consegna anche il volume di d’Eramo e quello della stessa Pistor. Siamo in un mondo unificato, definito, dove il dominio non ha un altro da sé, un fuori da sé, una via d’uscita. È l’aspetto più deprimente di quest’analisi. A me piacerebbe che tali analisi riuscissero a darci uno spaccato realistico senza immaginarsi una regia malefica o un’entità malevole e quindi senza una visione cospiratoria. Ѐ possibile cercare di fare un’analisi critica e realistica allo stesso tempo, senza una personificazione di una strategia diabolica.
Marco d’Eramo:I dominanti hanno sempre fatto una guerra contro i dominati però quello che è interessante questa volta è il retroterra della faccenda. Non siamo dopo il trattato di Utrecht che pose fine alla guerra di successione spagnola nel diciottesimo secolo. Siamo nella fase successiva a quella in cui sembrava che, dopo le rivoluzioni dell’Ottocento e del Novecento, dopo il welfare state e il keynesismo, i dominati avessero acquistato un diritto di cittadinanza. Una fase in cui il rapporto tra dominati e dominanti sembrava diverso da quello di tre secoli fa. La controffensiva delle élites dominanti è avvenuta quando si sono sentite in pericolo, dopo gli anni Sessanta. Il fatto nuovo è che hanno avuto bisogno di cambiare la loro ideologia. Non gli è bastato riproporre il liberalismo classico, quello da Adam Smith a Stuart Mill. Gli è servito altro: cambiare le categorie, cambiare antropologia per ottenere il risultato che diceva Nadia, ossia convincere tutti che le classi non ci sono più e che erano un’invenzione peregrina. Quando parliamo di dominio non parliamo di cose astratte. Il fatto che i vaccini, comprati con il denaro pubblico, siano stati acquistati con contratti mantenuti segreti, dimostra che siamo di fronte a qualcosa di più del liberalismo classico. Indica che è successo qualcosa di diverso da quanto tutti sostengono: non c’è meno stato, ma si è invertito il rapporto di subordinazione tra stato e mercato. Nell’antichità erano i mercanti al servizio dell’imperatore, ora è l’imperatore al servizio dei mercanti. Si giudica se uno stato è buono se favorisce l’attività economica degli imprenditori. La seconda novità di questo dominio fa capire come siamo stati convinti. Mi ha stupito molto l’indifferenza che ha accolto la notizia che i dipendenti di Amazon devono fare popò in un sacchetto e pipì in una bottiglia. Ѐ qualcosa che non indigna nessuno e ciò indica la potenza di quella che Pierre Bourdieu chiama «violenza simbolica», ossia quanto le categorie dei dominanti siano state interiorizzate dai dominati producendo ciò che diceva Nadia: non si vede un futuro, una prospettiva di lotta. Non lo si vede perché siamo stati convinti di essere tutti imprenditori. Come diceva Gerard Schröder: «Ich A.g.», ognuno datore di lavoro di sé stesso. Per avere successo, la controffensiva di quest’ultimi cinquant’anni ha dovuto creare nuove categorie, una nuova antropologia e una nuova idea del mondo. Ed è in questa idea che noi viviamo.
La fine del keynesismo e della socialdemocrazia, con tutto ciò che si porta dietro in termini economici e politico-culturali, determina un nuovo panorama. I termini del conflitto così appaiono mutati. Nadia afferma che i nuovi conflitti sono caratterizzati da un lato dallo svuotamento delle procedure democratiche, ormai ridotte a mera formalità, e dall’altro dalla ribellione che non è rivoluzione e neppure una sua ambizione. Così interviene la paura reciproca. Frutto anche di un’instabilità ormai sistemica. Un’instabilità che sembra il portato di una crisi permanente dell’attuale modello di sviluppo. Quando l’austerità o l’espansione monetaria costituisce l’unica prospettiva di tenuta, gli spazi di agibilità si riducono per tutti. Come se il sistema avesse un rendimento di gran lunga inferiore. Le stesse élites, afferma Nadia, «sono scontente, si sentono insicure del loro ruolo dirigente». La crisi, sebbene continui ad aumentare la ricchezza dei dominanti, è crisi per tutti. Lo stradominio di cui parlate voi è indice di alcune difficoltà sistemiche. Che ne pensate?
Nadia Urbinati:Le classi dirigenti in questa fase sono coloro che per ragioni di fortuna, caso e condizione di capitale familiare si sono trovate a navigare in acque più che buone. C’è stato il passaggio da un capitalismo costruttore di cose, industriale, a un capitalismo che vive di investimenti finanziari. Grazie all’industria informatica aumenta la possibilità di fare facilmente tanti soldi. Non si costruisce niente, loro non costruiscono più niente. Consumano tanto in relazione a quello che è il loro potere d’acquisto. È un’élite fondata su condizioni di vita diverse da quelle degli altri. Queste persone vivono tra noi ma non le individuiamo, cercano di ritagliarsi condizioni di vita – anche geograficamente all’interno delle nostre città – che sono a noi invisibili, ma le vediamo camminare nelle nostre città probabilmente. Hanno la capacità di dividere la società in due forme d’essere. Noi conosciamo la forma di entrambe, mentre loro non conoscono nemmeno l’esistenza dell’altro mondo. All’interno delle grandi metropoli finanziarie come Pechino, Shanghai, New York, Chicago o Londra, si situano in luoghi definiti solo per loro. È come se fossimo tornati alle città medievali, con le mura, con la differenza che non sono così visibili come un tempo. Hanno le loro armate, i loro sistemi di vita, le loro università. Quando costruiscono le loro Fondazioni lo fanno per finanziare le grandi università, i loro luoghi di formazione, insieme a un apparato ideologico che deve convincere tutti che la realtà non può cambiare e, soprattutto, che è giusta. L’idea di giustizia è costruita sul presupposto che la diseguaglianza è buona, è meritata, che non c’è nulla e nessuno da criticare e alcuna recriminazione da avanzare. Questo è l’elemento individualista della morale che poi si trasferisce nel diritto. Un diritto fondato su riti individuali privati, primo fra tutti quello alla proprietà e alla libera scelta. Cioè la responsabilità è mia e tua perché facciamo scelte sbagliate, ma una responsabilità collettiva, di classe, non è prevista. Marco d’Eramo sostiene che loro hanno letto Antonio Gramsci, perché costruire una Fondazione con lo scopo di propagandare una visione del mondo è un progetto egemonico in senso gramsciano. Il loro progetto alla fine è proprio il preservare la posizione di dominio. Non costruire qualcosa o godere di qualcosa, ma preservare il dominio. La giustizia sociale viene trasformata in un discorso di merito individuale o di fortuna. I fallimenti sono solo individuali, così come le conquiste. Ecco perchè io non so se chiamarla classe dirigente: li chiamo «pochi». Questi «pochi» che vivono tra noi, anche se non sappiamo esattamente come vivono, dove vivono, cosa fanno, sembrano però legati a un filo di paura rispetto agli altri, rispetto ai «molti». E il modo per dominare i «molti» è renderli dissociati in tanti individui piccolini. Ciascuno si sente responsabile delle proprie miserie e così viene neutralizzato il potenziale di rivolta. I Gilet gialli o il movimento cileno contro l’aumento del costo della metropolitana sono piccoli segni di rivolta che però non sono connessi a nessun tentativo di cambiare le cose. Viviamo un periodo di illusione. La democrazia per esistere ha bisogno di qualcosa che viene invece eroso ogni giorno: l’uguaglianza della cittadinanza. Che è anche la dignità di non dover fare pipì o popò in una bottiglia. Occorrerebbe qualcuno o qualcosa che ci scuotesse per farci capire che non sono superiori a noi perché hanno dei bidet o dei water dorati. Hanno la stessa struttura corporea, gli stessi bisogni, la stessa vita. E sono uguali a noi. Scuotiamoci da questa subordinazione.
