Nell’aprile 2012, l’allora ministro della sanità ellenico Andreas Loverdos introduce una direttiva con la quale giudica legittima la detenzione di soggetti considerati «un rischio potenziale per la salute pubblica». Il decreto di sanità pubblica 39A consentiva alla polizia greca di fermare, detenere e sottoporre forzosamente a test dell’Hiv, dell’epatite o di altre malattie sessualmente trasmissibili, persone ritenute un «potenziale rischio» per la società. Nel giugno 2012, pochi giorni prima delle elezioni parlamentari, centinaia di donne vengono fermate nei quartieri più poveri di Atene, portate in carcere e sottoposte ad analisi forzate. Le immagini mostrano poliziotti in borghese che scortano donne in manette con guanti sterili, per evitare di esserne infetti. In quei giorni, il quotidiano greco Espresso pubblica in copertina la foto di una donna risultata positiva al test Hiv con il titolo «voleva diffondere la morte». Negli stessi giorni, le fotografie, i nomi e cognomi, le date e i luoghi di nascita di queste donne vengono resi pubblici dai telegiornali. Identificate come «prostitute» e accusate di aver contratto una malattia con l’intenzione deliberata di diffondere il contagio, diciassette di queste donne sono state costrette a rimanere in carcere per diversi mesi prima di essere assolte.
Nei primi mesi del 2012, i casi di infezione da Hiv in Grecia erano aumentati del 1.450% rispetto al 2010, come dichiarato da Medici Senza Frontiere, per effetto congiunto dei tagli ai servizi e alla sanità e della riduzione di circa un terzo dei programmi di scambio di siringhe. Prima della crisi, anche i tossici e le donne sulla strada potevano condurre una vita più o meno normale, trovare un lavoro part-time, due soldi per pagare un affitto, e libertà di accesso a servizi sanitari e alle cure mediche. Dopo la crisi, erano tornati casi di trasmissione verticale dell’Hiv ai figli da parte della madre, cosa che era divenuta rara in Grecia, a indicare l’assenza di percorsi terapeutici idonei durante la gravidanza. In questo contesto di crisi sociale e austerità, Loverdos inizia una caccia alle streghe che sposta l’asse della discussione dalle politiche macroeconomiche alle donne che vivono sulla strada, quella minaccia per la società, quella bomba di sovversione e di depravazione che rischiava di diventare incontrollabile se le autorità non fossero intervenute.
Di fatto, il paese ellenico in quei giorni si trovava dentro una specie di impasse caratterizzata da una duplice impossibilità, quella di continuare a seguire le regole del mercato e quella di riformarlo. Quando gli effetti di un sistema economico fondato sul libero mercato devastano il tessuto sociale; quando tuttavia ogni tentativo di riformare il sistema è reso impossibile da una nuova fuga di capitali – scriveva l’economista e sociologo Karl Polanyi – l’unica soluzione è stralciare ogni rimanente vestigia di istituzione democratica, per assicurarsi che il mercato funzioni a prescindere dalla volontà popolare – quello che è accaduto in Europa negli ultimi dieci anni. Precisamente dentro questo punto morto era la Grecia nel 2012. Sull’orlo di un default che rischiava di far saltare lo stesso sistema bancario che aveva inondato di prestiti a basso costo il sud Europa, il governo greco era stato costretto ad accettare un primo prestito di 110 miliardi in cambio di un pacchetto di austerità. Il costo della stabilità monetaria lo pagava la popolazione, mentre gli aiuti alla Grecia andavano a salvare i sistemi bancari europei. In quei mesi, nel momento in cui la popolazione si stava rendendo conto di essere stata usata come vittima sacrificale, nel centro di Atene comparivano donne la cui sola presenza riusciva a «contagiare uomini e animali, rovinare i raccolti, avvelenare il cibo, far scomparire la cacciagione, seminare la discordia intorno a sé», ed era a tal punto patologica da ricordare la caccia alle streghe.
Quando l’ansia sociale diventa difficile da gestire – scriveva René Girard – quando la società è vicina all’implosione, il capro espiatorio previene il collasso. Nelle società in crisi, per tenere a bada l’ansia, il branco cerca una vittima, ne dimostra la colpevolezza e poi la bracca, la circonda, la crocifigge, la isola, la arresta o la deporta, come in questo caso. Ci sono diverse cose importanti nell’analisi di Girard del capro espiatorio. La prima è che per Girard la persecuzione del capro espiatorio avviene nelle società in crisi. Le cause della crisi non sono determinanti, al contrario sono indeterminate, e tanto più sono indecifrate più forte diventa la necessità di trovare un colpevole, quell’ammasso di depravazione che, minacciando la società con la sovversione, impone a quest’ultima di braccarlo. La seconda è che per Girard il capro espiatorio è innocente. È una vittima che viene giudicata colpevole solo perché c’è un indizio che testimonia la sua relazione con le cause della crisi.
Le cause della crisi erano effettivamente confuse. Per quanto oggi sia ampiamente dimostrato che il sacrificio della popolazione ellenica fosse condizione indispensabile per impedire il collasso delle banche, il punto fondamentale è che la legittimità di questo salvataggio selettivo, che sacrificava una classe per proteggere l’altra, dipendeva dalla capacità di spostare sulla vittima sacrificale anche la colpa. Il problema non era solo sospendere la democrazia in linea con la pressione dei mercati, ma presentare l’azzardo morale delle banche come un eccesso di spesa pubblica, sino a privare la popolazione stessa delle condizioni necessarie per distinguere nitidamente le cause della crisi dai messaggi di colpevolezza con cui veniva bombardata: «Avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità».
