Se e in che modo sia possibile rendere democratico il processo di integrazione europeo rappresenta una questione cruciale per le sinistre sociali e politiche di alternativa nel vecchio continente. Non esistono risposte semplici a una domanda del genere, ma un contributo utile alla discussione potrebbe almeno consistere nel problematizzare le principali soluzioni su cui si è polarizzato il dibattito a sinistra, in Italia e non solo. Da una parte chi sogna una piena democrazia in un’Unione politica europea; dall’altra chi vede nella dissoluzione della stessa Unione la strada maestra per una piena sovranità democratica entro i patri confini. Entrambi gli approcci a loro modo colgono diversi nodi critici dell’integrazione europea: entrambi prospettano vie d’uscita che portano a vicoli ciechi.
Il problema della democrazia nel e del processo di integrazione europea è espressione di una questione più generale: quella della democratizzazione delle istituzioni di governo del sistema capitalistico internazionale. La contraddizione di fondo può sintetizzarsi così: le dinamiche competitive e integrative del capitalismo spingono alla costruzione di interdipendenze economiche fra singoli paesi che richiedono sempre di più strutture di governo sovranazionali,cui però non può corrispondere un’autorità politica centrale sostenuta da più elevati standard di legittimazione democratica. Allo stesso tempo, i margini di manovra dei singoli governi dipendono in maniera crescente dalla loro capacità di governare sui e attraverso i mercati, vincolandosi a istituzioni, processi e attori posti al di fuori del sistema politico nazionale. In tale processo storico, il conflitto fondamentale fra le due forzesociali determinanti – capitale e lavoro – tende a risolversi a scapito del secondo termine, trascinando con esso i contenuti propri di ogni concetto sostanziale di democrazia, intesa come capacità diffusa di controllo delle leve della produzione e riproduzione sociale, finalizzata alla realizzazione dei valori dell’eguaglianza e della libertà.
Due opzioni, agli antipodi
L’integrazione europea rappresenta un caso unico, in tale quadro. La liberalizzazione del mercato dei capitali e il progetto dell’unione economica e monetaria (Uem) a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta hanno rappresentato insieme la risposta e la premessa a una profonda ristrutturazione delle economie nazionali promossa dalle élite politiche e industriali delle principali potenze del continente, nel quadro dei conflitti nazionali fra interessi del capitale e del lavoro, alle pressioni competitive internazionali dopo la rottura del sistema di Bretton Woods e alla riconfigurazione «neo-liberista» dell’egemonia statunitense. Essa è stata quindi espressione regionale della più generale ristrutturazione del conflitto fra capitale e lavoro a livello internazionale, e a sua volta catalizzatrice di tale processo. La contraddizione fra democrazia e integrazione nell’Uem, rivelatasi appieno dopo la crisi dei debiti sovrani, ma iscritta nei suoi trattati istitutivi, è in tal senso duplice. Da una parte i singoli stati non possono dar vita a un’unione economica e monetaria compiuta senza una corrispondente unione politica che incorpori la prima in un sistema di legittimazione democratica; tale unione politica è però di fatto impossibile proprio perché – a rigore – essa implicherebbe il superamento stesso di quegli stati e la fine dei rapporti di forza asimmetrici fra nazioni che costituiscono la premessa dell’intero processo.
La risposta delle élite europee alla crisi non ha fatto che approfondire tale scissione, spingendo in avanti l’integrazione macro-economica, fiscale e bancaria sul piano delle regole e della disciplina di mercato, senza i sistemi redistributivi, di protezione reciproca e di solidarietà comuni necessari. Le proposte dell’establishment europeo, dal report dei cinque presidenti del 2015, fino al piano franco-tedesco di Meseberg del giugno 2018 (con la creazione di un budget per l’eurozona e il completamento dell’Unione bancaria), proseguono tutti sulla stessa strada verso il precipizio, alla parola d’ordine di «completare l’Unione economica e monetaria» a qualsiasi costo.
