Jacobin Italia

Il diritto alla casa va a fondo

17 Settembre 2025

I cementificatori e gli speculatori immobiliari oggi non hanno neanche più bisogno di conoscere i territori in cui si insediano: si chiamano fondi, banche, società di private equity... E trasformano in rendita le nostre case

Nel film Le mani sulla città di Francesco Rosi, le trasformazioni urbane degli anni Sessanta vengono denunciate come il risultato di una speculazione edilizia alimentata dalla complicità e dall’inerzia del potere politico. La pellicola si apre con un gruppo di imprenditori in giacca e cravatta che osservano un terreno agricolo alla periferia di Napoli, intravedendo immense opportunità di guadagno. Uno di loro cerca di rassicurare i presenti, spiegando che, sebbene oggi il terreno valga poche centinaia di lire al metro quadrato, in futuro, grazie all’espansione della città e a interventi mirati, potrà raggiungere cifre esorbitanti: «Un profitto del 5.000%. Ecco, quello è l’oro di oggi», afferma.

Un imprenditore di fantasia, certamente, ma che rievoca la figura dei costruttori dell’epoca, ambiziosamente attivi tanto nelle città del sud Italia quanto in quelle del centro-nord, capaci di cementificare ettari di campagna agricola in nome del progresso e come risposta al bisogno sociale di nuove abitazioni. Paradossalmente, però, coloro che avevano costruito quei palazzi – emigrati e proletari dell’epoca – non potevano permettersi di viverci, a causa dei costi troppo elevati, mentre gli imprenditori edili si sentivano talmente potenti da lasciare la propria impronta nella toponomastica urbana. A Roma, ad esempio, quartieri come Talenti e Parco Leonardo, o strade come viale Francesco Caltagirone, prendono il nome da noti costruttori. Un meccanismo che richiama l’usanza della Roma imperiale, con cui personaggi influenti legavano il proprio nome a opere pubbliche e infrastrutture da loro promosse, come la Via Appia, intitolata al censore Appio Claudio Cieco, o il Foro e i Mercati di Traiano, dedicati all’imperatore omonimo. 

Oggi, lo scenario è cambiato. Le «nuove mani» non hanno nemmeno bisogno di conoscere la terra o gli edifici su cui investono. Banche, multinazionali, hedge fund, fondi immobiliari, fondi sovrani, società di private equity e altri intermediari finanziari (tutti definiti «investitori istituzionali») dispongono di un potere immenso e di capitali talmente vasti da poter acquistare interi edifici o intere porzioni di città anche senza conoscere né essere presenti sul territorio. Non c’è nemmeno bisogno della spinta della crescita demografica: basta l’asset value, ovvero il rendimento economico che quei beni possono generare nel tempo, a giustificare la speculazione immobiliare. Se in passato i nuovi quartieri costruiti rispondevano – almeno in parte – alla domanda abitativa, oggi anche questo ancoraggio alla realtà dei territori è venuto meno.      

Iper-mercificazione della casa

Il settore immobiliare sta trainando il capitalismo contemporaneo, e tantissimi rapporti – realizzati da società di investimento e consulenza finanziaria – dimostrano come il sistema finanziario globale si sia espanso rapidamente, superando di gran lunga la ricchezza prodotta dall’economia produttiva. Gli immobili sono tra i beni preferiti dalla finanza globale. Per questo fondi d’investimento, banche e corporation stanno acquistando abitazioni e interi complessi urbani a un ritmo impressionante. Negli ultimi anni, gli investimenti nel settore immobiliare – e di conseguenza i profitti – sono aumentati in modo considerevole. Come sottolinea lo studioso Tim White in un articolo pubblicato a luglio 2025 su The Guardian, dal 2008 al 2023 il volume degli investimenti immobiliari gestiti da investitori istituzionali è cresciuto di oltre il 340%. In Europa gli immobili acquisiti da investitori sono triplicati nell’arco di dieci anni.

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