Nel film Le mani sulla città di Francesco Rosi, le trasformazioni urbane degli anni Sessanta vengono denunciate come il risultato di una speculazione edilizia alimentata dalla complicità e dall’inerzia del potere politico. La pellicola si apre con un gruppo di imprenditori in giacca e cravatta che osservano un terreno agricolo alla periferia di Napoli, intravedendo immense opportunità di guadagno. Uno di loro cerca di rassicurare i presenti, spiegando che, sebbene oggi il terreno valga poche centinaia di lire al metro quadrato, in futuro, grazie all’espansione della città e a interventi mirati, potrà raggiungere cifre esorbitanti: «Un profitto del 5.000%. Ecco, quello è l’oro di oggi», afferma.
Un imprenditore di fantasia, certamente, ma che rievoca la figura dei costruttori dell’epoca, ambiziosamente attivi tanto nelle città del sud Italia quanto in quelle del centro-nord, capaci di cementificare ettari di campagna agricola in nome del progresso e come risposta al bisogno sociale di nuove abitazioni. Paradossalmente, però, coloro che avevano costruito quei palazzi – emigrati e proletari dell’epoca – non potevano permettersi di viverci, a causa dei costi troppo elevati, mentre gli imprenditori edili si sentivano talmente potenti da lasciare la propria impronta nella toponomastica urbana. A Roma, ad esempio, quartieri come Talenti e Parco Leonardo, o strade come viale Francesco Caltagirone, prendono il nome da noti costruttori. Un meccanismo che richiama l’usanza della Roma imperiale, con cui personaggi influenti legavano il proprio nome a opere pubbliche e infrastrutture da loro promosse, come la Via Appia, intitolata al censore Appio Claudio Cieco, o il Foro e i Mercati di Traiano, dedicati all’imperatore omonimo.
Oggi, lo scenario è cambiato. Le «nuove mani» non hanno nemmeno bisogno di conoscere la terra o gli edifici su cui investono. Banche, multinazionali, hedge fund, fondi immobiliari, fondi sovrani, società di private equity e altri intermediari finanziari (tutti definiti «investitori istituzionali») dispongono di un potere immenso e di capitali talmente vasti da poter acquistare interi edifici o intere porzioni di città anche senza conoscere né essere presenti sul territorio. Non c’è nemmeno bisogno della spinta della crescita demografica: basta l’asset value, ovvero il rendimento economico che quei beni possono generare nel tempo, a giustificare la speculazione immobiliare. Se in passato i nuovi quartieri costruiti rispondevano – almeno in parte – alla domanda abitativa, oggi anche questo ancoraggio alla realtà dei territori è venuto meno.
Iper-mercificazione della casa
Il settore immobiliare sta trainando il capitalismo contemporaneo, e tantissimi rapporti – realizzati da società di investimento e consulenza finanziaria – dimostrano come il sistema finanziario globale si sia espanso rapidamente, superando di gran lunga la ricchezza prodotta dall’economia produttiva. Gli immobili sono tra i beni preferiti dalla finanza globale. Per questo fondi d’investimento, banche e corporation stanno acquistando abitazioni e interi complessi urbani a un ritmo impressionante. Negli ultimi anni, gli investimenti nel settore immobiliare – e di conseguenza i profitti – sono aumentati in modo considerevole. Come sottolinea lo studioso Tim White in un articolo pubblicato a luglio 2025 su The Guardian, dal 2008 al 2023 il volume degli investimenti immobiliari gestiti da investitori istituzionali è cresciuto di oltre il 340%. In Europa gli immobili acquisiti da investitori sono triplicati nell’arco di dieci anni.
