Jacobin Italia

Il mostro di Arcore

18 Marzo 2024

Dalla sollevazione populista di Mani pulite alla crociata a sostegno dell’innocenza di Pacciani: ascesa e tenuta dell’egemonia sottoculturale del berlusconismo, combattuta (anche) a colpi di cronaca nera e giudiziaria

Non c’è Cavaliere, Silvio, senza caccia, alle toghe. Rosse e meno rosse. Una crociata iniziata persino prima della discesa nell’agone politico, con gli avvisi di garanzia spiccati dal pool Mani pulite a indirizzo dei massimi vertici Fininvest nel 1993 e il rinvio a giudizio di Paolo Berlusconi, il fratello della testa numero uno del biscione, coinvolto nell’indagine sulle tangenti per le discariche lombarde. Una battaglia combattuta per anni, frontalmente, attraverso la potenza di fuoco dei Tg del mostro bicefalo conosciuto come Raiset ma anche, come direbbero gli sceneggiatori televisivi, lateralmente, attraverso narrazioni radicate nei territori «non sospetti» della cronaca nera. 

Per capire cosa leghi la campagna innocentista di Mediaset sul giallo numero uno d’Italia, Il Mostro di Firenze, alla madre di tutte le narrazioni politico-giudiziarie, Tangentopoli, occorre seguire le briciole mediatiche del passaggio di Berlusconi da un fronte populista, la società civile contro i ladri, a un altro, la gente comune contro i giudici, solo in apparenza antitetico. A partire dall’epica stagione delle dirette fiume davanti al Palazzo di Giustizia di Milano del Tg5 di Enrico Mentana e dei siparietti tragicomici di Emilio Fede e Paolo Brosio al Tg4, in cui si sono gettate le basi dello spaghetti infotainment con il suo speciale mix di dramma e grottesco.

Pop-ulismo e uso pubblico dell’irrazionalità

In principio era Craxi. Con il lascito fondativo a Silvio Berlusconi, conosciuto come legge Mammì (che regolava il sistema televisivo), nessuno scandalo politico pareva poter spezzare il legame di codipendenza tra il tycoon di Milano due e il Psi nella sua forma più ultraliberale e rampantista. Ma Mani pulite non era uno scandalo come gli altri, piuttosto la miccia per far infiammare il mai prosciugato carburante del populismo italico a base di vanagloria e vittimismo. Benzina che aveva alimentato per vent’anni il motore del regime e, al crollo della Prima repubblica nata dall’antifascismo, iniziava a far carburare e smarmittare un nuovo apparato egemonico della destra. Una macchina narrativa capace di attraversare qualsiasi terreno ideologico, accorciando le distanze tra subcultura cattolica e universo di sinistra in nome del mito bipartisan di «una società civile sana» – la citazione è da Passatopresente di Simona Colarizi, pubblicato da Laterza nel 2020 – «governata da una classe politica malata, corrotta, arrogante e superficiale». 

Il pubblico tricolore, che non amava guardarsi allo specchio e riconoscere quanto fosse coinvolto nel sistema clientelare della cosiddetta partitocrazia, adorava specchiarsi nella sfavillante immagine da piccolo schermo di un’Italia alle prese con una rivoluzione combattuta dalla magistratura in nome di un popolo onesto e sovrano. 

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