Enzo Traverso è uno degli storici italiani più attenti alle evoluzioni politiche del nostro tempo. In molti dei suoi contributi più recenti definisce quest’epoca storica come instabile, contraddittoria, fluttuante. È finito il Novecento con le sue grandi narrazioni e famiglie politiche, un modo di produzione prevalentemente fordista e le organizzazioni sociali di massa radicate nei territori, ma ancora non abbiamo un vocabolario per definire il tempo presente. Una delle parole che inonda il vocabolario politico contemporaneo è «populismo», ma – ci spiega Traverso – è divenuto un modo «per immunizzare le élite al potere». Crescono i populismi di destra, mentre i cosiddetti populismi di sinistra entrano in empasse, perché – continua – se il lessico marxista è in parte antiquato «non mi sembra che la nozione di popolo lo abbia sostituito in modo soddisfacente. Ha il sapore di una scorciatoia più che di una alternativa».
Nel tuo libro I nuovi volti del fascismo preferisci parlare di «postfascismo» piuttosto che di «neofascismo» perché l’attuale radicalizzazione delle destre ha analogie ma anche differenze con il fascismo storico e può ancora evolvere in modi differenti. Il concetto di populismo, che ha la sua radice storica nel populismo statunitense e russo dell’Ottocento e in quello latinoamericano del Novecento, quanto è utile a interpretare i fenomeni politici che abbiamo di fronte nel ventunesimo secolo?
L’abuso frequente del concetto di populismo suscita un legittimo scetticismo. Non mi sembra vi siano molte affinità tra il populismo storico dell’Ottocento e i movimenti che oggi vengono definiti populisti. Non vedo linee di continuità e mi sembra molto difficile elaborare una genealogia dei populismi, tanto è vero che nessuno di questi movimenti si richiama ai populismi storici di quel periodo. Si possono sicuramente riconoscere alcune analogie, ma non filiazioni o rapporti di tipo genealogico. Il populismo statunitense dell’Ottocento fu una sorta di rivolta agraria contro il capitalismo monopolistico nascente dopo la guerra civile, negli anni della ricostruzione; il populismo russo fu un movimento anti-zarista con una forte connotazione etnica e culturale: la ricerca di un’anima slava. Il populismo nordamericano era un movimento progressista che mobilitava i piccoli agricoltori, ma era allo stesso tempo permeato da pregiudizi razziali e dalla cultura del suprematismo bianco. Da questa ambiguità vennero fuori sia la sinistra sia i movimenti xenofobi statunitensi: in teoria potrebbero richiamarsi a quel populismo ottocentesco sia Bernie Sanders che Donald Trump, ma in pratica non lo fanno né l’uno né l’altro. Il populismo russo è stato uno dei precursori del partito socialdemocratico russo e quindi dello stesso bolscevismo, ma è stato anche la matrice di una tradizione slavofila reazionaria.
Questa ambiguità del populismo storico rivela delle analogie con il populismo di oggi, che tuttavia non sono filiazioni. Io preferisco parlare di postfascismo piuttosto che di populismo perché quest’ultima categoria è generica, onnicomprensiva e include sia movimenti di destra che di sinistra. Preferisco usare l’aggettivo «populista» anziché il sostantivo «populismo», perché il sostantivo è una scatola vuota che si può riempire in mille modi, ed è fonte di confusione. Esiste uno stile populista che consiste nell’opporre le virtù e i bisogni del popolo alla corruzione della «casta» o delle élite dominanti; si tratta di una retorica diffusa sia a sinistra che a destra. Sul piano semantico possiamo trovare analogie tra Hugo Chávez, Evo Morales, Marine Le Pen e Matteo Salvini, ma si tratta di analogie formali e non di omologie. Sono analogie discorsive che veicolano contenuti sociali e politici molto diversi e in fondo antinomici.
C’è uno stile populista dilagante che va messo in rapporto con la crisi delle ideologie e della politica e con i tratti «post-ideologici» del nostro tempo, ma la categoria di populismo mi lascia molto perplesso. Ho proposto il concetto di postfascismo, come dicevi, per cercare di cogliere gli elementi comuni di una nebulosa di movimenti non ancora cristallizzati e suscettibili di diverse evoluzioni. Categorie come quella di fascismo, comunismo e liberalismo sono anch’esse sicuramente eterogenee, basti pensare che il comunismo contiene al suo interno figure come Lev Trosky e Joseph Stalin, o Enrico Berlinguer e Pol Pot, ma ha un profilo storico con un punto di partenza e una conclusione. Lo stesso possiamo dire per il fascismo, la cui parabola inizia nel primo dopoguerra e si conclude nel 1945, con alcuni prolungamenti iberici e latino-americani, e anche per il liberalismo. Le destre radicali di oggi non sono solo ideologicamente eterogenee ma hanno anche origini e tradizioni diverse: se possiamo certamente definire neofascista un movimento come Casa Pound non possiamo fare altrettanto con la Lega, la quale non ha origini fasciste; è entrata a far parte dell’attuale costellazione postfascista sotto l’impulso di Salvini. Lo stesso vale per Donald Trump, un leader che ha una vaghissima idea di cosa sia stato il fascismo.

