La prima foto è del 19 luglio 2001. Quattro ragazzi poco più che diciottenni, a Genova per manifestare contro il G8, posano di fronte a uno striscione che recita: «Benvenuti a Genova, città deberlusconizzata». Ai suoi lati sono appesi una canottiera e un paio di mutande, in sfregio all’allora presidente del Consiglio che, qualche settimana prima, in occasione di un sopralluogo, aveva invitato i genovesi a non stendere la biancheria all’aperto, per non scandalizzare i grandi della Terra.
La seconda è del 14 novembre 2008. Al corteo nazionale studentesco dell’Onda contro i tagli determinati dalla crisi economica, gruppi di ragazzi scandiscono «Processate lo Psiconano» (delicatissimo soprannome affibbiato da Beppe Grillo all’allora presidente del consiglio) e, arrivati di fronte a Montecitorio, sventolano banconote da cinque euro al grido di «Vuoi pure queste/ Tremonti vuoi pure queste», citazione probabilmente inconsapevole delle monetine lanciate a Craxi di fronte all’Hotel Raphael nel 1993.
La terza è del 17 novembre 2011. Migliaia di studenti scendono in piazza a Roma in occasione dell’International Students’ Day, chiedendo la fine dell’austerità, mentre il nuovo governo guidato da Mario Monti chiede e ottiene la fiducia al Senato. Passanti, giornalisti e commentatori social si rivolgono ai manifestanti con aria confusa: «Ma perché siete ancora in piazza? Guardate che non c’è più Berlusconi».
Se «ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone», nella più abusata delle citazioni calviniane, possiamo davvero capire quello che si è mosso nelle piazze italiane negli ultimi trent’anni rimuovendo il potere politico incarnato a livello nazionale da Silvio Berlusconi? I movimenti che hanno segnato la Seconda Repubblica hanno camminato su uno stretto crinale: da una parte, indicare un orizzonte globale, spalancando sui grandi temi dell’epoca le finestre di un dibattito pubblico tutto concentrato sulla figura del Cavaliere, sulla sua vita privata, sui suoi guai giudiziari; dall’altra, trovare spazio per l’iniziativa politica in quel dibattito ossessivamente rivolto allo spettacolo quotidiano del berlusconismo.
Altermondialismo e antiberlusconismo
A marcare più nettamente la distanza da un dibattito asfitticamente concentrato sull’eccezionalità del conflitto d’interessi berlusconiano rispetto al modello del «paese normale», fu il movimento altermondialista, emerso a livello globale con le proteste in occasione del vertice del Wto del 30 novembre 1999 a Seattle e il Forum sociale mondiale di Porto Alegre nel gennaio 2001, la cui storia di massa in Italia inizia con i tre giorni del G8 di Genova, il 19, 20 e 21 luglio 2001. Genova, nonostante la repressione violentissima e la campagna mediatica criminalizzante, fa fare al movimento un salto di qualità in termini di riconoscibilità pubblica e radicamento sociale. In pochi mesi l’Italia è disseminata di forum sociali, organismi caotici e bizzarri in cui però, intorno alla critica alla globalizzazione neoliberista, si coagula un pezzo di società: partiti (primo fra tutti Rifondazione comunista, ma in misura minore anche Verdi, Comunisti italiani e pezzi di sinistra dei Democratici di sinistra), centri sociali (che stanno vivendo una fase di innovazione interna potentissima), un mondo sociale vasto fatto di grandi Ong e piccoli gruppi locali laici e cattolici (da Attac al commercio equo e solidale), parti significative delle storiche organizzazioni sociali del movimento operaio e democratico (l’Arci su tutte, ma anche settori della Cgil, Fiom in testa), e una marea di uomini e donne di una sinistra diffusa, non più rappresentata da un unico partito-chiesa come nella Prima Repubblica, e orfana di una discussione politica generale sulle grandi questioni del presente, capaci di andare oltre il chiacchiericcio politico quotidiano. Già l’ultimo giorno del Forum sociale europeo di Firenze, il 9 novembre 2002, il corteo è dedicato all’opposizione alla guerra in Iraq che si prepara. Il movimento pacifista sarà l’evoluzione di quello altermondialista nella composizione e nel profilo politico, portando in piazza milioni di persone nei due grandi cortei nazionali a Roma del 15 febbraio 2003 e del 20 marzo 2004.
Ma i grandi cortei di inizio secolo non sono solo quelli altermondialisti e pacifisti: c’è il 23 marzo 2002 con il Circo Massimo straboccante di persone per il corteo della Cgil in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ci sono le proteste studentesche contro la Riforma Moratti, ci sono i «girotondi», protesta legalitaria contro la corruzione berlusconiana, che arrivano a riempire piazza San Giovanni a Roma il 14 settembre 2002. C’è, insomma, un’opposizione sociale diffusa al secondo governo Berlusconi, il più longevo della storia della Repubblica, prodotto dalla storica vittoria del 13 maggio 2001, quando la destra ottenne, per la prima volta nella storia d’Italia, la maggioranza dei voti in un’elezione democratica.
La coincidenza tra altermondialismo e antiberlusconismo non è solo temporale: se è chiaro che il profilo politico delle piazze ha tratti molto diversi, la composizione tende spesso a sovrapporsi. I temi si divaricano, con da una parte lo sguardo rivolto al mondo, alle grandi dinamiche economiche delle diseguaglianze globali, all’egemonia neoliberista, alla strategia Usa di guerra permanente; dall’altra i temi dell’attualità italiana, le scelte politiche dirompenti della destra al governo, le vicende giudiziarie di B., l’impressione di una democrazia che si va deteriorando. Entrambi i movimenti, seppure in modo diverso, esprimono un’insofferenza nei confronti del centrosinistra di Prodi, D’Alema e Veltroni, un bisogno di rappresentanza insoddisfatto, una sfiducia nei confronti del sistema politico della Seconda Repubblica.
L’eccezionalità del berlusconismo, combinata con le aspirazioni di cambiamento frustrate del bienno ’92-’93, crea un’attivazione diffusa in cui c’è spazio per ogni ambiguità. Questo vale verso destra, con lo sdoganamento di uno stile di opposizione borghese e legalitario, ma anche verso sinistra: tutto ciò che è opposizione al berlusconismo è legittimato dai media antiberlusconiani, e le piazze diventano spazi comuni di scambio e incontro. Sotto il comune ombrello dell’antiberlusconismo, settori più tradizionalmente istituzionali e di movimento della sinistra tendono a contaminarsi come raramente era avvenuto prima, determinando traiettorie individuali e collettive altrimenti inspiegabili.
Il Cavaliere e il cavallo
La seconda grande ondata di mobilitazione della Seconda Repubblica è quella del 2008-2011. Nel contesto della crisi economica, l’Italia non ha vissuto l’esperienza di un movimento di massa contro l’austerità capace di mettere in discussione i fondamenti delle politiche dominanti, come avvenuto in Spagna e in Grecia, ospitando invece mobilitazioni più frammentate. A iniziare furono gli studenti e le studentesse nell’autunno 2008 contro la legge 133, primo pacchetto di misure di austerità varato in Europa in risposta alla crisi. A rispondere fu l’università perché era il settore più toccato, con un miliardo e mezzo di tagli. Una protesta di settore, ma che nello slogan «Noi la crisi non la paghiamo» alludeva già a ciò che stava accadendo negli Usa con il fallimento di Lehman Brothers. Porre la questione dei costi sociali della crisi, seppure nelle forme spesso ingenue e spoliticizzate dell’Onda, aprì il primo spiraglio di opposizione sociale a un B. all’apice dei consensi. Opposizione che non poteva fare la sinistra radicale, per la prima volta fuori dal parlamento dopo la debacle elettorale del 2008 successiva all’esperienza di governo, e per la quale il neonato Partito democratico in salsa liberal di Walter Veltroni non era attrezzato. La battaglia riprende nell’autunno del 2010, contro la riforma Gelmini dell’università, in un contesto nel frattempo cambiato: da una parte un B. fortemente indebolito dalle fratture interne alla maggioranza e dagli scandali sessuali, dall’altra un’opposizione sociale ampia, con la battaglia della Fiom contro la Fiat di Sergio Marchionne per il diritto a rappresentanza e contrattazione e il movimento per l’acqua pubblica. Le mobilitazioni si allargano e si politicizzano, superando il frame dell’indignazione e mettendo apertamente in discussione le politiche neoliberiste e di austerità. La battaglia per l’università è persa, ma la crisi terminale del berlusconismo è accompagnata da una primavera di vittorie progressiste, dall’elezione dei due sindaci «arancioni» Giuliano Pisapia e Luigi De Magistris a Milano e Napoli (29 maggio 2011) all’inattesa vittoria dei referendum contro la privatizzazione dell’acqua del 13 giugno 2011.
Anche in questo caso, un processo storico sovranazionale, la crisi economica e le politiche di austerità europee, si incrocia in Italia con il tema tutto domestico del berlusconismo. Sono gli anni del «Popolo Viola», nuova versione, più popolare e meno intellettuale, dei vecchi girotondi, con il «No B. Day» del 5 dicembre 2009, per non parlare di «Se Non Ora Quando», la piazza dell’indignazione delle donne (seppure caratterizzata da un femminismo ben diverso dalla «quarta ondata» di questi anni) contro la mercificazione sistematica dei corpi femminili messa in scena da B. Sono gli anni della nascita del Movimento 5 Stelle, dopo il successo dei «V Day» promossi da Beppe Grillo tra il 2007 e il 2008. Ancora una volta, due movimenti diversi negli attori collettivi che li guidano e nei contenuti che portano avanti, quello contro l’austerità e quello antiberlusconiano, si sovrappongono in maniera molto significativa, soprattutto nelle fasce giovanili.
Sarebbe stato vinto il referendum sull’acqua bene comune di giugno 2011, se non fosse stato percepito come l’occasione per dare una spallata al berlusconismo morente? Se non fosse stato accompagnato dal quesito contro il folle programma nucleare berlusconiano e da quello contro la legge sul legittimo impedimento, ennesimo provvedimento ad personam per salvare B. dai processi? Un tema come la privatizzazione dell’acqua, ereditato dalla fase altermondialista e su cui il Pd è ambiguo quando non direttamente compromesso, diventa maggioritario solo nel generale clima di crisi economica e di rivolta antiberlusconiana di quei mesi.
Una finestra che si chiude improvvisamente a luglio 2011 con la crisi dello «spread». Quando la differenza fra i tassi d’interesse dei titoli di stato italiani e tedeschi schizza da 173 a 528 punti, cambia tutto: a destra, determina la crisi sostanziale del governo Berlusconi, che fino a quel momento aveva pubblicamente negato l’esistenza di una crisi e al tempo stesso applicato le ricette di austerità proposte da Commissione europea e Bce. A sinistra, restringe in maniera determinante lo spazio dell’alternativa possibile: nessuna prospettiva di cambiamento sostanziale è più verosimile, il tema dominante è quello della responsabilità finanziaria e dell’obbedienza cieca ai dettami dell’austerità.
Sono settimane caratterizzate, tra i soggetti di movimento, dall’ossessiva ricerca di una via perché il fronte sociale antiberlusconiano non venga spazzato via dal crollo del berlusconismo. «Il Cavaliere non basta, cacciamo anche il cavallo» scrivono alcuni, cercando di spostare il fuoco dell’indignazione popolare dalla figura di B. al sistema neoliberista che ha incarnato per vent’anni. Nell’ottobre 2011, su ispirazione del movimento scoppiato negli Usa, si cerca di mettere in scena una Occupy italiana in via Nazionale a Roma, nei pressi della sede della Banca d’Italia guidata da Mario Draghi, per segnalare che l’austerità e il neoliberismo non stanno di casa solo a Palazzo Grazioli e proporre una strada per il futuro. Il tentativo verrà spazzato via nel mese che passa tra il 15 ottobre 2011, quando il corteo anti-austerità in risposta alla chiamata degli indignados spagnoli diventa l’occasione per un suicida regolamento di conti all’interno del movimento, e il 16 novembre, quando l’ex commissario europeo ed ex advisor di Goldman Sachs, Mario Monti, diventa presidente del consiglio.
