Elizabeth Warren capisce meglio di chiunque altro la differenza tra lei e Bernie Sanders. Sanders «è un socialista», spiega Warren, «mentre io credo nei mercati». Warren è una «capitalista fino al midollo», mentre Sanders è appunto un socialista democratico.
Cavilli a parte – di sicuro Warren non campa grazie alle rendite del capitale, e i mercati sono compatibili con il socialismo – la senatrice del Massachusets ha ragione: lei e Sanders vengono da tradizioni politiche differenti.
Di base Warren è una fan dei regolamenti, e crede che il capitalismo funzioni meglio con la libera competizione; Sanders è un tribuno del popolo, consapevole dell’esistenza delle classi sociali, e ritiene il capitalismo fondamentalmente ingiusto. Warren interpreta le sue riforme più ambiziose come tentativi di rendere il capitalismo «responsabile»; Sanders preme per leggi come lo Stop Bezos Act e denuncia gli amministratori delegati per lo sfruttamento dei lavoratori. Warren desidera un clima di armonioso accordo tra lavoratori e datori di lavoro; Sanders incoraggia i lavoratori a contrattaccare.
Anche le differenze in politica estera derivano dalle diverse tradizioni politiche cui fanno riferimento. Nessuno dei due appoggia l’interventismo militare, ma il senatore del Vermont si è dimostrato molto più propenso a criticare i crimini dell’imperialismo Usa – come nella famosa dichiarazione in un dibattito del 2016 contro Hillary Clinton: «Henry Kissinger non è un mio amico». Warren, pur disapprovando l’avventurismo stile Bush, vede il ruolo dell’America sotto una luce molto più convenzionale: quest’anno, in un saggio per Foreign Affairs, ha sostenuto che dovremmo «promuovere la potenza americana e i suoi valori in tutto il mondo».
La tradizione politica di Warren si colloca alla sinistra del liberalismo middle-class; Sanders, invece, fa riferimento al socialismo americano. Per metterla in termini più iconici, Warren è Louis Brandeis, Sanders è Eugene Debs.
