Jacobin Italia

La breccia rave fa paura

15 Settembre 2026

Dalla controcultura nomade degli anni Novanta all’utopia intermittente di oggi, i free party, comunemente conosciuti come rave, sono cambiati, ma continuano a sottrarre spazi, tempo e socialità alle logiche del consumo e del controllo

Nel 2002 Francesco Macarone Palmieri definiva i free party, comunemente conosciuti come rave, un’«eterodossia cronotopica», un’espressione apparentemente complicata che descrive tuttavia qualcosa di molto concreto: un momento preciso in cui l’ordine predefinito viene interrotto. Per un tempo limitato, un capannone abbandonato, un campo o una zona industriale smettono di essere spazi vuoti, destinati alla produzione o lasciati a sé stessi e diventano luoghi abitati, attraversati dal suono e costruiti collettivamente. Il tempo non è più quello del lavoro e della produttività, ma diviene una dimensione liberata dagli orari e dalle prescrizioni. Dopo qualche giorno, il luogo si svuota e quella deviazione dall’ordine scompare, pronta a riconfigurarsi altrove. 

È questa la logica della Temporary Autonomous Zone, la Taz teorizzata da Hakim Bey: una zona autonoma che deve restare mobile e provvisoria, perché la sua forza consiste nel sottrarsi prima di poter essere regolamentata o trasformata in merce. Un’autonomia praticata qui e ora attraverso l’occupazione degli spazi, l’autogestione e il do it yourself.

È proprio questa capacità di interrompere l’ordine prestabilito che continua a rendere i free party un terreno di scontro politico. Di recente in Francia la loro repressione è tornata al centro del dibattito parlamentare durante la discussione sulla legge «Ripost». In un intervento divenuto virale sui social, Pierre-Yves Cadalen, deputato de La France Insoumise, ha accusato la maggioranza di voler legiferare per trasformare il free party in una fattispecie penale al fine di colpire una forma culturale e politica in quanto tale. In Francia, tuttavia, la legge è stata almeno discussa apertamente in Parlamento, mentre in Italia è piombata sotto forma del cosiddetto decreto anti-rave, uno dei primi atti del governo Meloni, subito dopo lo sgombero di un raduno a Modena, al centro per giorni di campagne mediatiche. E naturalmente, dopo la costruzione del panico morale, è giunta puntuale la risposta emergenziale del governo che trasforma il raver in un folk devil, un nemico pubblico utile in quanto irresponsabile, drogato, e incapace di governarsi. Il decreto prevede pene di eccezionale durezza: da tre a sei anni di reclusione, multe e la confisca delle apparecchiature. Una risposta punitiva sproporzionata, che intende ribadire il principio per cui ogni forma di socialità non autorizzata debba essere trattata innanzitutto come una minaccia all’ordine pubblico, con l’obiettivo sotteso di riaffermare chi può decidere come, dove e a quali condizioni i corpi si riuniscono.

Genealogia

L’antecedente europeo più importante resta quello della Gran Bretagna, quando nel 1994 il Criminal Justice and Public Order Act attribuì alla polizia nuovi poteri per interrompere i rave, arrivando a definire la musica come una successione di «battiti ripetitivi». Quella formula, che è spesso ricordata per il suo carattere involontariamente comico, rivela tuttavia un problema politico preciso. Poiché non esisteva un’organizzazione centrale da sciogliere, lo Stato dovette tradurre una sottocultura in categorie amministrativamente riconoscibili, come il numero delle persone, il terreno occupato, il volume, la durata e la ripetizione del suono. La repressione naturalmente non cancellò il movimento, ma contribuì invece a trasformarlo in una rete transnazionale. Traveller e sound system attraversarono la Manica verso Francia, Italia, Spagna ed Europa orientale, incontrando culture locali segnate dal punk, dai centri sociali e dall’autogestione.

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