Jacobin Italia

La guerra e i suoi effetti economici

15 Giugno 2022

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Siamo di fronte a una riorganizzazione produttiva che avrà effetti enormi nei prossimi anni. In mezzo alla quale spicca l’assenza di una visione strategica e di un’azione di politica economica dell’Europa

La guerra segna la fine di un’epoca e l’inizio della successiva. Mentre l’epoca precedente si chiude e quella futura si apre, c’è spesso un periodo di tempo nel quale si riconfigurano gli assetti politici, economici e sociali. In questa terra di mezzo, le dinamiche belliche irrompono nella vita quotidiana di milioni di persone, con l’aumento dei prezzi, la spesa in armamenti, la riconfigurazione dei blocchi geopolitici, il mondo che si spezza nuovamente in due (o più?) schieramenti. 

L’impatto economico della guerra

Lo scenario bellico investe la vita delle persone da un punto di vista morale – ci sono condizioni che giustificano una guerra? – e pratico, che si alimentano a vicenda. Ci sono conseguenze più drastiche e immediate, come l’inflazione sui prezzi delle bollette che schizzano alle stelle. O anche quelli di pane e pasta che consumiamo ogni giorno e quelli della benzina che ci serve per spostarci. L’inflazione – un po’ come la pandemia – colpisce tutti, ma non tutti allo stesso modo. Costruita come un indice che prende la media dei prezzi in diversi settori, l’inflazione nasconde – come tutti i valori medi – i grandi picchi. Se scorporiamo il tasso di inflazione dichiarato dall’Istat a febbraio, 5,3%, vediamo infatti che i beni energetici sono quasi raddoppiati (94,4%) e che i beni alimentari non lavorati sono al 6,9%. Si tratta di due settori caratterizzati da qualcosa di molto specifico: tutti ne hanno bisogno. Così l’aumento dei prezzi cade in modo più pesante su chi ha meno e si trova a dover rinunciare a riscaldamento, energia, alimenti, beni primari. 

Poi ci sono conseguenze meno immediate, che produrranno il loro effetto sul medio lungo periodo, almeno qualche anno. La riorganizzazione della produzione sta avvenendo sotto i nostri occhi, anche se rimane complesso definirne i contorni. Le cosiddette catene globali del valore (termine con cui ci si riferisce alla frammentazione della produzione in posti tra loro lontani del mondo), che per anni – decenni! – hanno ridisegnato il modo tramite cui i paesi commerciano, si sviluppano, crescono, sono arrivate a un punto di svolta. La pandemia prima e la guerra dopo hanno «strozzato» il perfetto e sincronizzato funzionamento di queste catene, tramite le quali dagli anni Settanta il mantra di come si produce è divenuto triplice: grandi scale, massima efficienza, investimenti in logistica, il tutto disperso in luoghi geografici spesso molto distanti tra loro. Improvvisamente ad esempio, ora non può più funzionare che un’azienda dall’altra parte del mondo sia l’unica a produrre un componente che serve per tutti i semiconduttori a livello globale. Alcune aziende iniziano a riconoscere l’importanza di avere «un piano B», ovvero un fornitore d’emergenza che possa sostituire quello geograficamente troppo lontano. Altre aziende si interrogano sulle effettive opportunità del reshoring (il movimento opposto alle delocalizazioni), e su come la guerra segni la definitiva traiettoria per il loro ritorno nei confini nazionali. 

Tuttavia, riportare in loco produzioni che si sono delocalizzate anni fa (talvolta decenni) non è cosa da poco: spesso le delocalizzazioni riguardano anche fornitori, competenze, sviluppo di nuovi prodotti ecc. Un complesso sistema grazie al quale in molti paesi le delocalizzazioni sono state uno strumento essenziale per lo sviluppo – anche ad alto valore aggiunto. Dati alla mano, dal 2014 a oggi in Italia si contano solo 40 operazioni di reshoring «completo», 200 in tutta Europa. Difficile quindi parlare di una nuova era.  

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