
La guerra nella sinistra spagnola
Il leader del Psoe Sánchez ha fatto fallire l'intesa di governo con la sinistra radicale. E mentre la Spagna si avvia a elezioni per la quarta volta in 4 anni, Podemos deve fronteggiare una scissione e ulteriori divisioni interne
Il 10 novembre la Spagna andrà al voto per la quarta volta in quattro anni, dopo che il Partito Socialista (Psoe) di Pedro Sánchez ha voltato le spalle alla coalizione di sinistra con la sinistra radicale di Unidas Podemos.
Presentatosi alle elezioni dello scorso aprile con una piattaforma che apriva a una collaborazione a sinistra, il Psoe ha vinto con uno scarto di sei punti sul secondo partito. E tuttavia, non volendo entrare in contrasto con le élite economiche del paese o creare disagio alle potenze europee, Sánchez, che attualmente ricopre il ruolo di primo ministro provvisorio, ha preferito indire nuove elezioni anziché cercare un accordo con Unidas Podemos.
Mentre si decideva per nuove elezioni, Sánchez ha dichiarato che «il 96 percento degli spagnoli» si sarebbe sentito insicuro con dei ministri di Podemos in ruoli chiave nella squadra di governo, aggiungendo: «Oggi potrei essere a capo di un governo [stabile], ma non riuscirei a dormire la notte».
La strategia elettorale del Psoe è ora quella di presentarsi come partito della stabilità e della moderazione, mentre la Spagna fa il suo ingresso in un autunno incerto. Il verdetto del processo sui leader indipendentisti catalani è atteso in ottobre, e l’economia ha iniziato a rallentare in mezzo a crescenti timori di una recessione internazionale.
Dai primi sondaggi fatti poco dopo l’annuncio di nuove elezioni, il Psoe sembra essere nuovamente il primo partito, con il sondaggio di Celeste-Tell per El Diario che dà i socialisti mezzo punto sopra il loro ultimo risultato del 29,4% ottenuto lo scorso aprile.
Da parte sua, il leader di Unidas Podemos Pablo Iglesias ha criticato Sánchez per non aver capito la nuova realtà multipartitica della politica spagnola. Ha anche dichiarato che il Primo Ministro pro-tempore a luglio «ha fatto un errore clamoroso» abbandonando le trattative per una coalizione. Le due fazioni sembravano vicine a un accordo prima che Sánchez perdesse il voto di fiducia necessario a formare un governo prima della pausa estiva.
Inoltre Podemos si trova di fronte una campagna elettorale complicata, dopo che mercoledì scorso il suo ex vice leader, Íñigo Errejón, ha annunciato che si candiderà alle elezioni con una nuova piattaforma, Más País, che minaccia di dividere ulteriormente il voto a sinistra.
Presentandosi come un’alternativa più moderata e simile a partiti come i Verdi tedeschi, Errejón sostiene che la sua piattaforma sia un antidoto all’ondata di astensionismo attesa in quest’ennesima elezione.
Eoghan Gilmartin ha intervistato Juan Carlos Monedero, cofondatore di Podemos e professore di scienze politiche all’Università Complutense di Madrid, sull’attuale crisi di governabilità e le crescenti divisioni nella sinistra spagnola.
A luglio sembrava che la Spagna potesse avere al governo la prima coalizione di sinistra dalla Seconda Repubblica degli anni Trenta. Cos’è che è andato storto?
La maggioranza parlamentare al congresso spagnolo richiede il supporto di 176 deputati. Nelle elezioni di aprile il Psoe ha conquistato 123 seggi, Unidas Podemos 42. Con l’appoggio del Partito Nazionalista Basco e della Sinistra Repubblicana Catalana si poteva avere una maggioranza solida. La sera delle elezioni c’era la sensazione che fosse davvero possibile: la coalizione era nell’aria.
Durante la campagna elettorale Sánchez aveva dichiarato in un’intervista a El País che non avrebbe avuto problemi ad avere membri di Unidas Podemos nel suo governo. Ma in realtà il Psoe non ha mai voluto una coalizione di sinistra: governare con noi avrebbe significato affrontare le potenze europee e la Banca Centrale Europea.
Se il Psoe avesse ricercato seriamente la possibilità di una coalizione, avrebbe avviato le trattative subito dopo le elezioni e avrebbe negoziato sul serio. Invece hanno passato mesi a temporeggiare, insistendo nel discutere di formule che gli avrebbero permesso di governare da soli con un governo di minoranza.
Poi, una settimana prima del voto di fiducia a Sánchez a luglio scorso, i socialisti hanno provato a far saltare le trattative mettendo il veto sulla presenza di Pablo Iglesias nella squadra di governo. In un’importante intervista televisiva, Sánchez ha sostenuto che questo fosse l’unico punto critico che impediva di trovare un accordo di coalizione.
È un atteggiamento senza precedenti, impuntarsi sul fatto che il leader del tuo potenziale partito alleato non possa avere un incarico all’interno del governo. Quando Iglesias ha accettato il veto, il Psoe è rimasto spiazzato. Sánchez non si aspettava che Iglesias avrebbe ceduto, sperava soltanto di utilizzare la questione per addossare a lui e a Unidas Podemos la responsabilità del fallimento delle trattative.
A quel punto i socialisti non avevano altra scelta se non sedersi a negoziare i dettagli di un programma e una squadra di coalizione. Avevamo già accettato il veto del Psoe sui cosiddetti ministeri dello stato [affari esteri, difesa, interni e giustizia] così come sul ministero del tesoro. Al contrario ci siamo concentrati sui ministeri dove avremmo avuto modo di attuare politiche sociali in linea con il nostro programma elettorale, cercando di assicurarci settori come il lavoro, l’ambiente, l’abitare, etc.
La difficoltà principale è stata data dal fatto che le trattative sono iniziate solo quarantott’ore prima del voto di fiducia. Com’è possibile raggiungere un accordo soddisfacente in un lasso di tempo così breve? Durante le trattative il Psoe ha continuato a traccheggiare sui ministeri. Non ci hanno mai presentato un’offerta scritta proponendoci a voce varie posizioni, mai tuttavia tenute insieme da un discorso unitario.
A un certo punto ci hanno fatto un’offerta finale senza sostanza. Consisteva in un posto da vice primo ministro senza agenda politica o portafoglio, il ministero della salute (che è un’area politica amministrata prevalentemente a livello regionale, dato che ciascuna comunità autonoma ha il proprio sistema sanitario), e due nuovi ministeri, che prima erano sottosegretariati di governo.
Unidas Podemos ha rifiutato l’offerta, ma pensando che le trattative proseguissero per tutta la notte fino a un attimo prima del voto di fiducia. Invece il Psoe si è ritirato. Dopo aver perso il voto di luglio, in cui ci siamo astenuti, Sánchez ha avuto fino alla terza settimana di settembre prima di indire nuove elezioni. Ma appena tornato dalle vacanze, ha dichiarato che la sua offerta di coalizione era ormai andata «oltre la data di scadenza» e ha di nuovo insistito sul fatto che il Psoe doveva governare da solo.
A maggio il New York Times ha descritto Pedro Sánchez come un «improbabile portabandiera» della socialdemocrazia europea. Eppure si tratta di un uomo che è stato il primo ministro spagnolo per quasi un anno e mezzo senza mai davvero governare. In questo tempo non ha approvato né finanziarie né disegni di legge importanti. Ora ha scelto di indire l’ennesima tornata elettorale invece di governare con Unidas Podemos. A che gioco sta giocando?
Sánchez non ha un’ideologia coerente. Non ha alcun progetto per il futuro di questo paese. Al contrario, il suo unico obiettivo è prendere il potere e ridurre al minimo gli elementi che potrebbero ostacolarlo. Quando è all’opposizione o in campagna elettorale sa bene che un discorso di sinistra gli fa guadagnare voti, ma quando si tratta di formare una squadra di governo non ha nessuna intenzione di sfidare le potenze economiche o Bruxelles, a meno che non sia costretto a farlo.
La maggior parte dei media spiegano il fallimento dell’accordo di coalizione con le pessime relazioni personali e la scarsa fiducia tra Iglesias e Sánchez. Ma la politica non è una questione di drammi personali tra protagonisti e comprimari. È anche una questione di interessi e relazioni di potere. Il Psoe ha preferito indire nuove elezioni perché il Ceoe [Confederación Española de Organizaciones Empresariales, la Confindustria spagnola, ndt] e le principali banche erano contrarie alla presenza di Podemos nel governo.
Ragionando su cosa farà adesso. Sánchez ha vinto le elezioni di aprile soprattutto grazie alla paura di un exploit del partito di estrema destra Vox. Il suo slogan era: «Votate per me e fermerò la destra». Nelle ultime settimane, tuttavia, ha invitato i due principali partiti di destra, Ciudadanos e il Partido Popular, a «un’astensione tecnica» per consentire un governo del Psoe – come se formare un governo fosse una questione tecnica e non politica.
Il terreno è stato ora preparato per un’investitura su queste direttrici dopo le elezioni di novembre. Con una probabile nuova recessione economica nei prossimi mesi, è chiaramente ciò che preferiscono le élite.
In Europa c’è la tendenza a formare diversi tipi di grandi coalizioni per governare dall’alto la crisi del neoliberismo. Il caso della Germania è arcinoto, ma anche Emmanuel Macron in Francia rappresenta un’espressione di questa tendenza. Penso che anche se il Psoe e Unidas Podemos uscissero dalle elezioni di novembre con una maggioranza assoluta, vedremmo comunque i socialisti governare con una destra di qualche tipo. In particolare, la pressione sul leader di Ciudadanos, Albert Rivera, è aumentata, e io credo che dopo le elezioni di novembre sarà praticamente impossibile per lui rifiutarsi di sostenere un governo del Psoe.
La responsabilità delle nuove elezioni di novembre è principalmente di Sánchez e del Psoe. Eppure ci sono state voci critiche anche all’interno di Unidas Podemos, come quella di Teresa Rodriguez o di Ramón Espinar, che sostengono che il partito non fosse nelle condizioni di assicurarsi un solido accordo di coalizione con il Psoe, e che qualsiasi accordo fosse stato raggiunto avrebbe lasciato Podemos in una posizione di subordinazione. Podemos non avrebbe fatto meglio a permettere la formazione di un governo di minoranza del Psoe – attraverso un patto programmatico – e a quel punto portare avanti una stretta opposizione parlamentare?
No, non penso. Unidas Podemos ha passato quasi un anno a supportare il governo di minoranza di Sánchez dai banchi dell’opposizione prima delle elezioni di aprile. Con loro abbiamo raggiunto diversi tipi di accordo su temi come il controllo degli affitti, l’abrogazione delle riforme di destra sul mondo del lavoro e la tassazione progressiva, ma poi il Psoe non ha fatto la sua parte. Il Psoe è bravo a fare promesse, ma l’unica garanzia che misure simili vengano effettivamente adottate è una coalizione con noi dentro.
Bisogna anche ricordare che nel 2015 la sinistra ha ottenuto ben sei milioni di voti, un risultato senza precedenti diviso tra Podemos e Izquierda Unida, ma anche allora le è stato impedito di entrare nel governo. Successivamente, in un’intervista televisiva Sánchez ha ammesso di essere stato esplicitamente minacciato in quel periodo dai leader del mondo degli affari e dei media a causa di un possibile accordo con noi.
L’esperienza ha generato disillusione e la sensazione che votare per la sinistra non serva a nulla. I nostri elettori avevano bisogno di una vittoria, di poter sentire che il loro voto contasse di nuovo qualcosa e che darlo potesse servire a formare un nuovo governo. Una forza politica di trasformazione non può semplicemente essere orientata alla protesta, ma deve anche tener fede alla promessa di poter cambiare le cose attraverso il meccanismo elettorale. Abbiamo fondato Podemos con la volontà precisa di governare e come mezzo di costruzione di alternativa, non semplicemente per fare opposizione.
Non nego che ci sono dei rischi. La logica istituzionale di governo potrebbe soffocare il nostro slancio trasformativo. Per questo è essenziale che le candidature elettorali si combinino con il rafforzamento delle nostre strutture extra-parlamentari.
Nella maggior parte dei sondaggi condotti subito dopo l’annuncio delle elezioni di novembre, i numeri di Podemos erano di poco sopra i risultati ottenuti nelle elezioni di aprile. Sembrava che il partito potesse quasi riguadagnare la posizione di terzo partito spagnolo, strappandola a Ciudadanos. Che significato può avere però la decisione dell’ex vice leader di Podemos, Íñigo Errejón, di candidarsi e farvi concorrenza?
Verso la fine degli anni Ottanta, c’è stato un momento in cui Izquierda Unida sostenuta dai comunisti ha avuto l’opportunità di andare al governo. Due cose hanno impedito che avvenisse, molto simili a quanto sta succedendo adesso. Primo, l’establishment ha fomentato una divisione interna a Izquierda Unida, con la creazione di un nuovo partito secessionista chiamato Nueva Izquierda – confluito in seguito nel Psoe. Secondo, l’allora leader socialista Felipe González ha scelto di stringere un accordo con la destra catalana – la Convergencia di Jordi Pujol – anziché con la sinistra radicale.
Oggi assistiamo a manovre simili. La copertura mediatica positiva e costante che sta ricevendo la candidatura di Errejón si può capire soltanto come parte di un patto che mira a farla finita con Podemos e a rimpiazzarlo con una forza molto più innocua. Improvvisamente non gli viene più chiesto conto dei suoi commenti sul Venezuela da quando ha lasciato Podemos o non riceve il tipo di attenzione che riceviamo noi a proposito dei finanziamenti della campagna. La candidatura di Errejón è parte di una strategia il cui unico obiettivo è quello di distruggerci.
Molte delle persone nel suo team sono molto giovani e hanno lavorato sempre e solo in politica. Il loro primo lavoro è stato con Podemos. Pensano alla politica come fosse una start-up: tutto ciò di cui hai bisogno per dare vita a un partito è un garage e un gruppo di professionisti in gamba. Ma la loro decisione di andarsene da Podemos e di candidarsi separatamente nelle elezioni regionali e locali di Madrid lo scorso maggio ha portato la sinistra a perdere il Municipio e a non spodestare il Partido Popular dal governo regionale.
Se parte di ciò che ha reso possibile la vittoria del Psoe lo scorso aprile è stata la paura tra gli elettori progressisti di un governo di destra appoggiato dagli estremisti di Vox, oggi esiste ancora la minaccia di un governo della destra in queste nuove elezioni – soprattutto visto che l’astensione si prospetta molto alta?
Non vedo probabile una maggioranza di destra. È molto più probabile un governo Psoe/Ciudadanos o persino una sorta di accordo tra il Psoe e il Partido Popular che permetta a Sánchez di governare. A quanto pare il Pp sta riguadagnando terreno, ma a spese degli altri due partiti di destra, Vox e Ciudadanos.
Vox soprattutto sta perdendo slancio. A differenza di altri partiti di estrema destra europei, non ha un fascino populista. Si dichiara a favore del neoliberismo dell’Unione Europea così come del libero mercato e del sistema finanziario internazionale. È troppo vecchio stile, troppo franchista, per connettersi alla rabbia della classe media disorientata come ha fatto Donald Trump. Trump parla dei problemi della gente, Vox non lo fa.
Come dovrebbe caratterizzare la campagna elettorale di novembre Unidas Podemos?
Podemos non può rinunciare alla possibilità di recuperare i sei milioni di voti che hanno scelto un’alternativa alle ingiustizie del neoliberismo nel 2015. L’importanza di Podemos non sta nel partito in sé stesso ma nello spazio politico che ambisce a rappresentare – quei sei, sette milioni di persone che hanno votato per sfidare il sistema. Ci stiamo approcciando a queste elezioni con la convinzione che questa fetta di elettorato esista ancora, e combatteremo per questi voti.
Con una nuova recessione economica all’orizzonte, il potenziale per nuove mobilitazioni contro il sistema – come il movimento del 15M o gli indignados del 2011 – è ancora vivo e vitale.
*Juan Carlos Monedero è cofondatore del partito spagnolo Podemos e professore di scienze politiche all’Università Complutense di Madrid. Eoghan Gilmartin è scrittore e traduttore che si occupa di politica spagnola per Jacobin Magazine. Questo articolo è uscito su Tribunemag e su Jacobinmag.com. La traduzione è di Gaia Benzi.
La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua.