Jacobin Italia

L’austerità in soffitta

11 Marzo 2021

Persino Banca mondiale e Fondo monetario internazionale hanno dovuto ammettere che per affrontare questa crisi servono ricette diverse dal passato. Si aprono spazi per ribaltare i luoghi comuni sulla politica economica

La diffusione del Coronavirus sta contribuendo a esacerbare una crisi economica di lungo periodo, e sta svelando a molti la contraddizione che esiste tra politiche di austerità di matrice neoliberale e la possibilità di finanziare adeguatamente quelle sociali e necessarie al benessere collettivo.  

In molti paesi le politiche di austerità sono state – almeno momentaneamente – rovesciate in favore di un accrescimento della spesa pubblica. Una spesa dovuta al simultaneo collasso dei sistemi sanitari nazionali, indeboliti da tagli indiscriminati degli anni passati, e dalla necessità di sostenere il reddito di chi ha visto interrotte le proprie fonti di sostentamento economico. Se il sistema capitalistico può funzionare solo in movimento, la crisi legata al Coronavirus pone una sfida difficilmente affrontabile nel contesto di austerità permanente che ha prevalso nelle ultime due decadi. Finanche gli emissari del Washington consensus – Banca mondiale e Fondo monetario internazionale in primis – hanno dovuto ammettere che per questa crisi serve una medicina diversa. Una medicina fatta di investimenti pubblici e garanzia del livello di vita e dei redditi. Tuttavia, la persistenza delle politiche di austerità nel tempo non è semplicemente spiegabile con la volontà dei grandi organismi internazionali e dei governi, ma anche da una sorta di egemonia culturale, che il neoliberismo ha acquisito diventando «senso comune» fra la popolazione. 

In effetti, la preminenza dell’idea neoliberale oltre che del dominio di un’élite politica ed economica votata a favorire la parte più ricca della popolazione a detrimento della maggioranza divenuta ahimè invisibile, si è anche nutrita del supporto di buona parte della popolazione. Un’idea diventa egemonica quando le classi dominanti riescono progressivamente a convincere la maggioranza della popolazione che essa è di buon senso e favorisce l’interesse di tutti. Per molti anni, l’idea che lo stato sociale così come concepito nel periodo post-bellico fosse divenuto insostenibile fiscalmente e obsoleto socialmente ha conquistato le cancellerie e il senso comune di gran parte del continente. Ed è per questo che un cambiamento nel tempo potrà avvenire solo lottando simultaneamente sul piano politico-istituzionale e su quello culturale e delle preferenze della maggioranza della popolazione.

Da questo punto di vista l’esplosione della pandemia può marcare un cambio radicale nella maniera in cui l’opinione pubblica percepisce la politica economica. In altre parole, la diffusione del virus e la reazione dei governi con la sospensione dell’austerità potrebbero far saltare il dogma Thatcheriano del There is no alternative. Se i governi oggi possono allargare i cordoni della borsa per salvare l’economia, in molti potrebbero cominciare a convincersi che in un contesto di diseguaglianza crescente, in cui anche i redditi della classe media stagnano o declinano, è tutto l’apparato delle politiche di austerità neoliberale che andrebbe messo in soffitta (non solo durante ma anche dopo la crisi).

Per questa ragione è importante monitorare la posizione dell’opinione pubblica rispetto al contesto di politica economica, le politiche di austerità, e la necessità di finanziare il servizio pubblico. Una prima verifica basata su dati affidabili (concernente esclusivamente la Francia) permette di osservare come una demarcazione netta si stia formando all’interno della società. Questa linea di demarcazione osservata in Francia potrebbe essere comune ad altri paesi sviluppati. 

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