La storia dei rapporti fra italiani e jugoslavi nel Novecento, nell’immaginario comune, viene spesso ridotta a una contrapposizione violenta, una frattura insanabile fra popoli con inclinazioni e identità radicalmente diverse. Lo stesso potrebbe dirsi delle micro-nazionalità che compongono il mosaico jugoslavo e che oggi hanno formato propri Stati autonomi. Nella prospettiva nazionale (e di fatto nazionalista) oggi predominante, non c’è dubbio che le pretese di unicità etno-nazionale e di dominio assoluto di territori contesi a cavallo dell’Adriatico e all’interno della Jugoslavia abbiano prodotto scontri e violenze nel corso del Ventesimo secolo. Tuttavia la storia che qui si vuole raccontare disegna uno scenario diverso, altrettanto vero e significativo dal punto di vista storico, ma in parte rimosso perché in contraddizione con una versione puramente nazionale della storia recente.
Italiani e jugoslavi (e i popoli jugoslavi fra loro) nella parte centrale del secolo passato non si sono solo scontrati, in particolare durante la Seconda guerra mondiale, ma hanno anche combattuto insieme, fianco a fianco, a decine di migliaia.
Identità miste
Piuttosto nota è la storia del collaborazionismo politico-militare dopo lo smembramento della Jugoslavia invasa nel 1941. Ustascia croati, cetnici serbi, nazionalisti sloveni, montenegrini e kosovari hanno combattuto al fianco degli occupanti italiani (di fatto alleati anche fra loro) per portare avanti la propria agenda politica nazionalista, nonostante le evidenti contraddizioni e la sovrapposizione di molte rivendicazioni territoriali.
Molto meno conosciuta è invece la vicenda degli jugoslavi (uniti) che hanno combattuto i nazisti in Italia e degli italiani che hanno operato come partigiani in Jugoslavia tra il 1943 e il 1945. Si tratta di una vicenda macroscopica che, come vedremo, riguarda decine di migliaia di uomini (e qualche donna), con migliaia di caduti. Ma prima di parlarne è necessaria una premessa.
