Jacobin Italia

Linguaggio, (neuro)diversità, inclusione

23 Marzo 2022

Il linguaggio deve riuscire a comprendere tutte le espressioni della natura umana, altrimenti sarà sempre un mezzo di espressione del potere, uno strumento di conservazione del privilegio di una parte della società

Il linguaggio umano è un sistema di comunicazione estremamente complesso. Attraverso il linguaggio l’essere umano è in grado trasmette emozioni e concetti astratti, condivide significati simbolici attribuendo arbitrariamente un senso a suoni, gesti e segni che, di per sé, potrebbero non aver alcun significato. Il linguaggio non è soltanto un mezzo attraverso il quale trasmettiamo informazioni, ma possiede un potere trasformativo in grado di modificare la realtà interiore ed esteriore di individui e gruppi sociali. Ci permette di costruire concetti, di elaborare pensieri complessi, contribuisce alla formazione delle nostre identità personali e di quelle di gruppo. Con le parole definiamo oggetti e creiamo categorie nelle quali infiliamo anche le persone, semplificazione necessaria di realtà complesse.

Diritto all’autorappresentanza

Attraverso la creazione di categorie la nostra mente dà un senso a una realtà che altrimenti percepirebbe come caotica e indefinibile. Ma non sempre generalizzare è semplice, soprattutto quando questo meccanismo viene applicato alle persone e alla loro complessità, alle aspirazioni, ai desideri e alle necessità di ciascuna. Le etichette che utilizziamo per definire gli esseri umani hanno conseguenze dirette sulla loro vita. Se definisco come incapace una persona disabile fin da bambina, se la descrivo attraverso una visione deficitaria di alcune sue caratteristiche e rappresento la sua esistenza come una serie infinita di limiti e ostacoli insormontabili, sto creando una descrizione che avrà un impatto su di lei. La persona disabile potrebbe finire per identificarsi in quella particolare narrazione creata per lei dall’esterno; potrebbe responsabilizzare sé stessa, il proprio corpo, i propri sensi o la propria mente per quelle barriere di cui, invece, è responsabile una società normocentrica e neurotipica che non ritiene urgente trasformare i privilegi di alcuni in diritti di tutte e tutti.

Oppure, la persona potrebbe non identificarsi con la rappresentazione che la società fa di lei e ribellarsi, potrebbe voler gridare che il modo in cui altri individui (da una posizione privilegiata e senza preoccuparsi di interpellarla) hanno deciso come debba essere descritta, non le sta bene. Quella persona vorrebbe poter esprimere un diritto che la maggioranza «normale» esercita abitualmente senza doverci nemmeno pensare: il diritto diautorappresentanza, la facoltà di decidere come essa debba essere rappresentata nel mondo.

Quante volte siete state descritte con parole che vi hanno causato dolore o rabbia, descrizioni di voi che avete vissuto come ingiuste, sbagliate? Adesso immaginate di dover vivere in un mondo che vi vede costantemente così, come voi non sentite di essere, e provate a sentire per un momento come potrebbe essere la vostra vita. Come vivreste se ogni giorno leggeste che siete un cumulo di deficit, che non possedete empatia, che dovete modificare la vostra natura se volete essere membri a tutti gli effetti della società? A me capita quotidianamente quando mi leggo nelle descrizioni sempre deficitarie dell’autismo, per esempio. Descrizioni che attribuiscono un valore negativo alle differenze neurologiche in quanto non conformi allo standard neurotipico, o che fanno uso di un linguaggio del dolore secondo cui la mia vita (e quella delle altre persone autistiche e delle nostre famiglie) sarebbe solo un’eterna valle di lacrime e ostacoli insormontabili.

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