Jacobin Italia

Nella scuola start-up fallire è bello

10 Dicembre 2020

La pervasività della logica del mercato sulla formazione va ben oltre l’intreccio tra istruzione e mondo del lavoro. Invece di imparare e crescere insieme si cerca piuttosto di stimolare la «forma mentis imprenditoriale»

Negli ultimi vent’anni si è progressivamente affermata tra le classi dirigenti europee l’idea che l’investimento sull’innovazione, l’autoimprenditorialità e le startup siano la via maestra per ridare slancio all’economia e affrontare adeguatamente le sfide del mercato globale.

La cosiddetta «Strategia di Lisbona» di inizio millennio e il più recente programma «Europa 2020» individuavano negli investimenti in innovazione sociale, economica e tecnologica e nell’aumento del numero degli imprenditori il volano per rendere l’Europa una società della conoscenza pienamente all’altezza delle sfide rappresentate dalla globalizzazione e dall’avvento delle nuove tecnologie digitali. Così nella produzione normativa, nei programmi delle forze politiche e nel dibattito sui media hanno trovato progressivamente spazio i temi legati agli ecosistemi delle startup e all’imprenditorialità innovativa. Uomini politici come David Cameron, Matteo Renzi, Emmanuel Macron e Luigi Di Maio hanno fatto proprio questo approccio, arrivando persino a immaginare uno «Stato in modalità startup», dal titolo del volume di Yann Algan e Thomas Cazenave che si avvale della prefazione dell’attuale presidente della Repubblica francese.

Nel caso specifico dell’Italia, l’adozione a partire dal 2012 di provvedimenti volti a stimolare la nascita di startup e piccole e medie imprese innovative è stata accompagnata da una visione che considera l’innovazione e l’autoimprenditorialità come chiavi di volta per risolvere il «declino italiano» e promuovere un maggiore dinamismo del tessuto socio-economico del paese.

Il fenomeno delle startup innovative è apparso come il punto di convergenza di una serie di discorsi in grado di evocare una nuova forma di capitalismo light, seducente e trainato dall’innovazione continua, con molti punti di contatto con Il nuovo spirito del capitalismo descritto da Luc Boltanski ed Eve Chiapello nel loro fortunato volume. Al processo di esternalizzazione delle attività di Ricerca e sviluppo tramite il finanziamento di startup e spin-off e all’ingente mobilitazione di capitali pubblici e privati per far nascere imprese (ed embrioni di imprese) innovative si è accompagnata così, sul piano ideologico, una visione imperniata sul mito del «fallimento positivo» e sull’esaltazione del coraggio e dell’intraprendenza degli innovatori-imprenditori (contrapposti alla staticità del «mito del posto fisso» e del vecchio welfare dalla culla alla tomba).

Fondare una startup, del resto, è un’attività ad alto rischio, che somiglia a tentare la vincita alla lotteria. Se si fallisce, la perdita di valore è contenuta; se si riesce, i profitti sono potenzialmente elevatissimi. Ma gli alti tassi di fallimento necessitano di una mobilitazione costante dei soggetti disposti ad accettare la sfida. Occorre cioè una pedagogia dell’intraprendenza e dell’innovazione. Ed è per questo che la scuola e gli apparati formativi sono sempre più teatro di una vera e propria battaglia culturale.

Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere